GIUSEPPE CONTE, ARCITALIANO
Finalmente s'è capito: Giuseppe Conte è un arcitaliano. Una persona che per trovare la propria realizzazione professionale e finanche umana punta tutto o quasi sulla dimensione relazionale, per dirla con Weber azzera l'etica dei principi – che del resto non ha: l'arcitaliano è un nichilista – e massimizza l'etica della responsabilità (pro domo sua, ovviamente). L'arcitaliano sa a quale patron affiliarsi, si legga la sua biografia per vedere quali, orbita attorno alla Chiesa, da buon nichilista, si diceva – Conte si è formato a Villa Nazareth ed ha conservato ottimi rapporti con l'oltretevere, ed ecco l'imprimatur del Vaticano all'operazione bis-Conte – e si espone pochissimo: non lo si è mai sentito esultare per l'approvazione di qualunque provvedimento del governo uscente che pure porta il suo nome, quando ha preso e prende la parola esprime posizioni buonsensiste e non-divisive, un Francesco Sole ma con una buona formazione giuridica. Ipocrita, parecchio ipocrita – è diventato antisalviniano da un giorno all'altro, qualche ora fa ha detto di aver avuto "perplessità iniziali" circa l'esperimento giallo-rosso che pure si è preparato a confezionare dall'indomani del grosso guaio al Papeete –, è ben formato, come si diceva, pur sempre un accademico, ma ignorante in qualunque area extra-giuridica, si vedano le sue gaffe, basti citare quando confuse Albert Einstein (pronunciato come lo avrebbe pronunciato Mike Bongiorno, non a caso primo dei gaffeur e ignorantissimo per tutto quel che non riguardasse il know-how della presentazione televisiva, la sua area) per David Foster Wallace, un peccato difficilmente perdonabile.
Per quel pochissimo che vale, a me non piace per nulla: sono stanco degli arcitaliani e dei micro-arcitaliani che vedo quotidianamente, mi piace che ci si possa realizzare senza per forza dover passare da qualche sagrestia, senza dover per forza baciare la pantofola di qualche vescovo o cardinale, mi piace che si possa costruire qualcosa di buono da soli, da self-made man per usare una formula abusata, non sposando quel massimalismo anti-compromissorio che fu il cavallo di battaglia del grillismo-movimento – il contrario di compromesso non è integrità, è fanatismo, come ammoniva Amos Oz –, ma blindando un bagaglio etico minimo, tipo "non posso passare da Salvini e Leu nel giro di un ferragosto" (lo può fare il M5S perché siamo in un tripolarismo postideologico, non posso farlo io, singolarmente, responsabile dell'indirizzo politico dell'esecutivo uscente). Non è che non mi piaccia Conte (tanto e solo) politicamente: non mi piace "prima di tutto" per quel che rappresenta sociologicamente.
Le persone come Conte in Italia, l'Italia delle consorterie, funzionano benissimo, e funzionano ancor meglio nei sistemi consociativi, nell'Italia di Depetris che s'inventò il trasformismo, anzi: persone così in Italia può capitare finiscano al Quirinale.