1 MAGGIO, IL LAVORO
Il mondo post-pandemico potrebbe essere l'eden degli ambientalisti più radicali e "decrescitisti": le aree più internazionaliste (Parigi, New York ecc) si stanno convertendo al verbo ecologista, pedonalizzando e ciclabilizzando le strade principali, perfino pensando (a San Francisco) di "convertire" campi da golf – paradigma della ricchezza post-moderna – in parchi pubblici, mentre per la prima volta nella storia contemporanea s'inverte il trend dell'immigrazione tardo-ottocentesca dalle aree rurali o suburbane a quelle metropolitane (alcuni grandi esodi verso le seconde case, nel "primo mondo", sembrano, se non permanenti, quantomeno di lungo termine). Il traffico aereo e il trasporto pubblico, più generalmente il trasporto "di massa" (e di conseguenza tutte le infrastrutture di più alto impatto ambientale) verranno significativamente ridimensionati – e così si assisterà, fra le altre cose, a quella de-turistificazione tanto agognata da qualche professore di storia dell'arte con contratto a tempo indeterminato. Tutto ok? Purtroppo nemmeno l'ambientalismo reale è un "pasto gratuito"… E per quanto dall'alto del nostro snobismo piccolo-borghese possiamo permetterci di liquidare con l'epiteto "barbari!" le immagini che ritraggono frotte di turisti tedeschi profanare gli Uffizi coi loro sandali e le loro polo madide di sudore, sarà proprio la stretta di fenomeni di massa come questo a lasciare milioni di nostri connazionali (e più generalmente milioni di persone al mondo) disoccupati. Anche la sospensione, si spera quanto più breve possibile, della massificazione del traffico aereo, che riguarderà molti di noi solo in quanto consumatori (sono state le compagnie low cost a permettere a noi snob piccolo-borghesi di accedere al villaggio globale… ma per un po' gli aeroporti torneranno a essere quel che furono all'inizio: un'area di transito per business man), avrà ripercussioni pesantissime in termini occupazionali (Ryan Air ha già annunciato 3000 licenziamenti). Non voglio piazzarmi su un piedistallo e far le linguacce a Greta Thunberg e i suoi accoliti: inquinamento e cambiamento climatico sono due issue importantissime in termini di sopravvivenza della specie umana (l'inquinamento da particolato atmosferico potrebbe aver agevolato la diffusione del virus: tutto si tiene). Ma quando, sorseggiando un tè con il mignolo alzato, evochiamo "Il ragazzo della via Gluck", snoccioliamo le nostre pensose riflessioni sull'impatto ambientale dell'urbanizzazione, sugli effetti sociologici e antropologici del produttivismo e, specularmente, del consumismo ("non facciamo che acquistare, dove sono finiti 'i veri valori'"?), ricordiamoci quale potrebbe essere e purtroppo in una certa misura quale sarà il costo di un ritorno non a un bucolico comunitarismo pre-moderno fatto di contee à la Signore degli Anelli (quello lì è un passato idealizzato: non esiste), ma di una società non del tutto industrializzata e "borghesizzata". Il costo, per moltissimi, è non avere lavoro.













