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(via https://open.spotify.com/user/21ebbvpquhgupw2jagfmzf24i/playlist/0t297lZVUuA4AXohna5aEE?si=yY4OqwESSR622WnF5PO8yg)
Last picture of all four Beatles together, 1969.
l’arte, pressappoco.
Quando il bambino era bambino le cose erano molto più semplici. Tranquilli, non sta arrivando Wim Wenders ad annunciare un improbabile sequel de Il Cielo Sopra Berlino. Il ricordo è questo: c'è stato un periodo della mia vita in cui avevo anche tempo per disegnare. Tra un ascolto di un disco, la visione di un film, la lettura di un libro o una rivista, riuscivo a ritagliarmi lo spazio per prendere un foglio, e disegnavo. A Trattopen, matita, carboncino, gessetto o ciò che mi capitava a tiro. Lo stesso nome di questo blog nasce da quel periodo, Drowning infatti era il nomignolo che mi venne affibbiato nel gruppo di cui facevo parte, in assonanza con “drawing” ma storpiato verso una mia vecchia (brutta e giovanile) abitudine di scolarmi un Chianti prima di entrare in un locale di Testaccio. Poi, il nulla. Schizzetti e ritratti, scomparsi. Ma non è neanche di questo che vi voglio parlare. L'idea è questa: annullato il contesto storico e le relative manie di protagonismo di tutti gli artisti, vorrei confessarvi un segreto. Di tanto in tanto baravo. Non nel senso stretto, non ricalcavo insomma, però mi capitava a volte di buttarla in confusione. Succedeva che un disegno o una parte di esso fosse solo una vaga idea di ciò che avevo in testa: un accenno che, con i giusti accorgimenti, semplici, elementari, à-la Mucciaccia per intenderci, faceva lo stesso la sua porca figura. In realtà mi sentivo un imbroglione, a ricevere complimenti per delle figure nel complesso godibili ma nel dettaglio con una buona dose d'approssimazione e meccanicità piuttosto che estro e creatività.
A qualcuno l'avrò detto ma l’opera risultava in generale piacevole quanto basta da non creare un calo d'interesse, nonostante la magagna ammessa.
Sembrerà assurdo, ma molta della musica che ascoltate pesca in un bagaglio di talento trattenuto. Nella composizione di un brano gli automatismi e le semplificazioni rilasciano su tempi lunghi e giocano una politica di deposito. In versi si (ri)utilizza tutto il casuale ipotizzabile e si (ri)assorbono situazioni periferiche che vengono (ri)messe in circolo sotto l'aura, almeno illusoriamente, del genio creativo. Domanda: “Nelle tue canzoni ci sono dei riferimenti ai mantra?” Risposta: “Non a livello conscio. Cioè non c'ho mai pensato, però potrebbe essere...” (Jimi Hendrix, 1968). Caso, ambiguità, disordine, imprecisione e provvisorietà sono spesso alla base della realizzazione di brani di enorme successo e dal peso storico invidiabile. I Beatles si facevano continuamente attraversare da sprazzi di faciloneria che poi facevano (ri)vivere con la fantasia e una buona dose di escamotage in canzoni consegnate agli annali. I Beatles, mica i Gazzosa. “Quando lavoro – disse John Lennon – suono spesso una sola nota al piano, a volte lasciando accesa la televisione o la radio a basso volume. Se sono un po' giù non riesco a concludere molto, mi entrano nell'orecchio le parole che escono in sordina dal televisore. E' quello che è successo quando ho scritto Good Morning, Good Morning... era una pubblicità dei Corn Flakes”. Non esistono concetti come “sublime”, “profondo”, “autentico”, “artistico”, proprio perché in molti (ri)producono solo sensibilmente la pubblicità, la stampa, la TV, la radio, tutto quello che va, camuffandolo poi col suono, con la musica, che ne amplifica il peso. Il ritmo è giusto, la melodia è giusta, i cori e l'effetto d'insieme ipnotizza e cattura la mente. Le parole, a caso. Persino Zappa annotava che “la gente ha smesso d'ascoltare i testi: oggi sono solo RUMORI INTONATI DALLA BOCCA”. Tante canzoni sono estasi dell'abbozzo e diventano sublimi solo perché comuni e immateriali. “Penny Lane, Strawberry fields, avevano un bel suono e basta, oppure pensavo alle parole Sergent Pepper e Lonely Hearts Club e mi veniva di unirle, senza una ragione, sapete come succede, è la musica che poi le rende speciali”, disse Paul McCartney.
E non è neanche troppo vero.
L'approssimazione casuale è anche nell'attesa di qualcosa che riempia un vuoto, che riporti verso un esterno, verso il mondo, verso un tutto pieno (di merci) dove ai giovani è consentita un certo potere (d'acquisto), un'interiorità che non sempre esce o riesce a comunicare. Quando Slash decise di fare una comparsata su un pezzo di Vaco Rossi (Gioca con Me, 1O° posto in classifica nel 2OO8), Vasco disse: “Slash è venuto in studio vestito da Slash […] Lui è entrato è ha suonato tutta una cosa da Slash, dall'inizio alla fine, la parte migliore è finita sul disco”. Probabilmente, non fosse stato Slash sarebbe stato tutto futile. Volendo tornare su strade più elevate, leggevo una dichiarazione di Mark Lanegan sul tedesco Intro, per l'uscita del recente Gargoyles: “Drunk On Destruction è uscita fuori da un cazzeggio con Josh (Homme, Queens Of The Stone Age) e Greg (Dulli, Afghan Whigs ). Se ci fai caso, Drunk On Destruction potrebbe essere stata scritta nei Novanta. Il grosso del lavoro si doveva ancora sviluppare ma, in quel momento, stavamo per conto nostro a suonare vecchie cose... Dopo qualche ora, uscì fuori questa roba che ci ha fatto dire: cos'è questa cosa? Da lì ci venne di registrarla, e fu così. L'inserimmo alla fine ma uscì prima. E tutto perché ci stavamo divertendo, nulla più”. Altre volte ancora è il produttore che tira fuori l'impossibile da tre accordi suonati senza troppo impegno. E' il caso di Tom Petty: “Erano giorni che non succedeva niente, e poi accadde. Stavo strimpellando al piano una cosa e Jeff Lynne, il miglior produttore al mondo, mi disse 'Ehi, abbiamo qualcosa!', ripresi a suonare e lui mi disse 'Lasciami lavorare, tu scrivici un testo'. Così mentre io scrivevo scemate come 'She's a good girl, loves her mum / Loves Jesus and America too' col solo scopo di fare ridere Jeff, lui mise sopra tutto il resto: è così nacque Free Falling. Per me era solo noia al pianoforte”. Nel 1989 Free Falling ebbe una candidatura ai Grammy Awards e mentre scrivo il suo video ha raggiunto quasi 3O milioni di visualizzazioni.
Con questo non voglio costringere la gente a pensare a nulla, ma so che la gente tira fuori certe cose dalla musica che proprio non si riesce a metterle in relazione. Bob Dylan per anni ha ammesso di buttare giù strofe abbozzate e riempirle con le prime parole che gli venivano in mente e a Dylan hanno dato (quasi a forza) un Nobel per la Letteratura. Oppure Alice Cooper che per quattro album di fila ha sostenuto che neanche per un minuto fosse consapevole di ciò che andava dicendo: “Per lo più erano trip dettati dai miei eccessi: il mio cervello si scoperchiava e ne venivano fuori queste canzoni ma io non ricordo di averne scritta una”. Il punto è che noi poi questa roba la compriamo, la ascoltiamo, e in più di un'occasione la consideriamo un gesto geniale – in contrapposizione col nostro quieto vivere da falliti. Con questo non voglio dire che siano tutti degli incapaci, tanto meno dei mestieranti ma, di tanto in tanto, la semplicità compositiva a un passo dall'involontario e l'immediatezza dei testi a un passo dal tirare a vanvera risulta fortunata e vincente. Del resto, secondo un estimatore della vacuità artistica, Cesare Cremonini, l'innocuità dei contenuti miscelata alla facilità delle armonie, con i giusti adattamenti o un po' di talento, eleverebbe la prova artistica a “valore di innocenza condivisibile da una grande fetta di pubblico”, che alla fine è un po' quello a cui aspirano tutti. Quindi, perché sbattersi se col minimo si può arrivare ai picchi di notorietà dei Beatles?
Let it be
The Beatles
C.R.U #2
Nestas gravações vindas diretamente do futuro do pretérito, Google nós apresenta para uma nova geração que ainda esta descobrindo a nossa existencia.
Nesta gravação: Razuchi, Pablo Soares, e Muscario falam um pouco sobre. Netflix, roubo de propriedade intelectual e Criolo. Então não faça a arqueologia futurista não ter servido para nada e de o play ai em baixo.
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