Immagini di un #CampdiGrano
In quelle braccia la storia di una terra. La storia di un popolo. Un abbraccio lungo una settimana, lungo una vita.
Sono in un campo di grano, oro mietuto di corsa al Palio del Grano. Sono a Caselle in Pittari. Sono in Cilento.
E’ domenica 22 luglio 2012, il Palio si è concluso e ha i suoi vincitori: il Rione “Urmu” con i Cumpari di Sanza.
Sono travolto da immagini ed emozioni. Le parole abbandonano la mente ubriaca di vita. Un senso di vuota pienezza mi pervade. Sono trascorsi sette giorni, sette notti, sette albe e sette tramonti interminabili. Una settimana di #CampdiGrano. Tento di riavvolgere il nastro di un’esperienza profonda e altissima:
E' sabato 14 luglio, il #CampdiGrano immaginato ormai da molti mesi è ancora un perfetto sconosciuto anche agli stessi ideatori.
Mi vedo raccogliere balle di paglie a Sanza per costruire il Teatro di Grano di Giuseppe Fiscina, l'Architetto.
Figlio di questa terra, Giuseppe ha immaginato e costruito lo straordinario Teatro che per scena ha il campo di grano e il paese. Un teatro che fa cornice all'aia dove piseremo il grano. Un teatro che è un abbraccio che ci accoglie nelle sue braccia e ci culla mentre sulla sua scena si avvicendano gli straordinari ospiti che verranno a fecondarci con le loro parole.
Mi vedo sotto un maestoso cerro a godere della generosissima ombra, con Antonio Torre e Giuseppe Jepis Rivello. Sono con due colonne portanti di quanto dovrà avvenire. Antonio è una Torre maestosa in tutto il suo essere. Spesso in silenzio lo vedi osservare attento ciò che accade. La sua presenza è una costante ed è garanzia di sicurezza e generosità.
Jepis è ruscello impietoso che scende dai pendii del Cervati. Energia allo stato puro, non v'è cosa in quest'avventura che non lo coinvolga. Mi accoglie con atavica ospitalità, capace di donare ogni oltre umano limite.
Mi vedo caricare il camion di Michele Granato, il Jolly. Immenso uomo dalla generosità oceanica, dalla poliedricità di competenze tecniche e capacità pratiche: è l'uomo della progettualità, delle linee nel campo di grano che segnano le piste della gara.
Insieme a lui il suo bellissimo fiore, Elisa: due spighe in un unico iermito (fascetto di grano) intrecciato dalle mani di Eros.
Mi vedo tagliare canne e legare cannucce sulla “frescura” a forma di hashtag che ospiterà il pranzo e la festa di domenica dei rioni. Sono con validissime mani esperte, sono con il più valido di tutto a Caselle: Rocco Quaglialatte: un uomo, una garanzia. Non c'è nulla che non sappia fare, e questa definizione forse non rende bene l'idea di quante cose sappia fare. Dalla vitalità instancabile, nel suo sorriso si nasconde la vera essenza di questo popolo di lavoratori, la sua risposta è sempre un si incondizionato.
E' domenica 15 luglio, è mezzogiorno e fa molto caldo.
Mi vedo sciogliermi in un forte abbraccio. Una spiga di Ianculidda dalla puca nera, un fiore di grano che viene da lontano ma ha dentro di sé molto più grano di quanto lei stessa potesse immaginare. Arriva da Milano, Giovanna Napolano, ma è fatta interamente di sud e Napoli. Ha scritto e letto per mesi le voci di tutti i porchiati curando il blogcamp. Ora ascolta il grano suonare nell'ora più calda, accarezza le reste e si immerge con tutta se stessa in un mondo nuovo e antico. E' pronta a diventare una Iermitatrice di grano, di emozioni, di sogni.
Mi vedo accogliere su quel campo che già mi appartiene, il fratello-frungillo Guedado, Jacopo Mele insieme alla bellissima Aura Mele. Guedado si calerà in questo contesto apparentemente lontanissimo dal suo mondo con la naturalezza e la spontaneità che solo le grandi intelligenze e sensibilità sanno fare. Il suo approccio sarà fortemente contaminante con le nuove tecnologie e le nuove forme di comunicazione. La sua azione di condivisione e la velocità propria di un professionista e di un nativo digitale daranno al #CampdiGrano l'identità di un progetto estremamente innovativo.
Aura, sua sorella, sarà una stupenda sorpresa per questo Camp.
S'intreccia con tutta se stessa alle ragazze di Caselle, alle loro attività quotidiane di generoso servizio e condivisione: ne diverrà naturale proseguio e connubio, in particolar modo con Rossella Torre.
Rossella è la sorella un po' di tutti noi, assume il “comando” della nostra scansione quotidiana del tempo con la forza che solo le donne cilentane sanno avere. Determinata, coraggiosa, solare, tutti traggono dal suo nobilissimo animo la forza giusta al momento giusto.
Mi vedo circondato da questi giovani casellesi che più e più volte mi hanno accolto in questa splendida terra e che mi hanno donato una nuova patria: la delicata e profonda sapienza di Margherita Fiscina, fiore splendido e paziente del compare Jepis, il suo sguardo arriva prima delle parole e ti dice quanto ricco di speranza e bellezza sarà il futuro di questa terra.
Al suo fianco la forza delle idee di Stefania Fiscina, una "generale". Sono sue le idee che hanno dato una svolta al #CampdiGrano, una fra tutte: quella di pranzare tutti i giorni in uno dei rioni del paese. Il Subbicasutta!
Con loro giovani fiori di caselle che crescono speranzose all'ombra di questi esempi: Simona, Nicolina, Teresa, Federica, Sara, Giovanna. Giovani, giovanissime spighe che donano generosità e lavoro, consapevoli di crescere nel giusto campo.
E' ancora domenica 15 luglio, è sera, arriva il fresco carico di emozioni.
Mi vedo su quel palco alla serata inaugurale, chiedono a me e a Giovanna di parlare di #CampdiGrano. Ho di fronte a me un popolo stupendo, non posso che rendergli omaggio, non posso che ringraziarlo. Giovanna, allo stesso modo, da voce al grano e legge le sue splendide parole che annunciano l'inizio di questa settimana. I 25 porchiati nel frattempo sono giunti tutti, o quasi. Ci presentiamo facendo un grande cerchio in piazza. Riconosco quasi tutti, all'istante. Ma più di tutti riconosco il faccione sorridente di Daniele Pignone PignaSmile (d'altronde come potrebbe essere diversamente dopo la sua originalissima candidatura).
Troppe le immagini che si confondono nella mente tra le quali compare, sempre a lavoro, questo inesauribile barese: non vi è impresa in cui non si barcamenato, instancabile. Non bastasse, attivissimo durante ogni sessione di workshop accademico con la condivisione attraverso i social media. Troppe poche righe per riassumere il suo #CampdiGrano. Bisogna seguirlo e ancor più, conoscerlo, per capire!
Inizia la settimana, è lunedì 16 e la sveglia è inesorabilemente alle 5,30.
Mi vedo all'alba al campo, in mezzo alle facce stravolte dal sonno, servire il latte bollito delle vacche che pascolano nel campo affianco al nostro. E mi vedo succhiare l'uovo fresco donato dal buon Graziano Ferraro, un antichissimo fanciullo casellese. Graziano ha 16 anni ma conosce il lavoro, la fatica della terra, degli antichi saperi. Il suo sguardo è innocente, i suoi modi sinceri. Il suo filtro con la modernità appariamo noi “forestieri”.
Troverà al Camp la legittimazione di Professore: insegnerà a tutti noi e sopratutto alle ragazze (e tra queste soprattutto alla nostra Giovanna) a iermitare, ovvero legare le gregne (fasci) di grano con i zucarieddi (pezzi di spago precedentemente tagliati a misura). Nella sua semplicità ci regala un tuffo nel passato della storia e della nostra adolescenza.
Mi vedo in quel campo di grano, vedo l'approccio di noi tutti con la falce. Abbiamo un maestro della terra fra noi: Michele Rivello o' Mulacchio. Ci mostra come tenere in mano la falce, come adoperarla, come poggiare a terra il grano. Ci insegna ciò che era lavoro e sudore e oggi ci appare folklore.
Il nostro approccio è spontaneo, il movimento della mano appare naturale. Sento la falce come un prolungamento della mia mano. L'altra mano protetta dai canniddi, sapientemente intagliati da Rocco o' Forgiaro, abbraccia il fascio di grano che cede alla lama.
Mi vedo mietere la Ianculidda di Caselle, e vedo un gruppo di ragazzi fare altrettanto. Le ragazze dietro a iermitare sotto la guida attenta di Graziano. Vi è fra loro una cilentana di Acquavena, Ester Petrillo, che con il suo fazzoletto in testa, la camicia bianca, le gregne, la falce, sembra la fotografia di se stessa e di sua nonna allo stesso tempo. La fierezza del suo essere in quel posto e in quel momento le rendono profondamente onore: Ester è lì nonostante debba laurearsi in questi giorni. E infatti si assenterà effettivamente solo il tempo materiale per andare a Napoli a laurearsi.
Mi vedo andare a raccogliere “fumiere” (stallattico di mucca) per preparare l'aia sotto la guida di altri due maestri della Terra: Nicola Vassallo e Vincenzo e Cono, o' sindaco ra Caporra. Vincenzo ci scioglie il fumiere in acqua e ci consegna i secchi da spargere mostrandoci come fare.
Alcuni prodi si fanno avanti, tra loro, oltre all'immancabile Pignasmile anche un'altra bella pugliese: Anita Defelice. La bella rossa col cappello rosso, Anita si muove con sicura spontaneità nel grano. E’ una spugna, assorbe ogni input e come lei stesse scrive: Caselle mi accoglie, mi nutre, mi colora, mi riempie, non solo di segni sulle braccia, mi affascina, mi eleva.
Mi vedo risalire la stradina che dal campo porta al paese vecchio. Si va a pranzo al primo rione del centro storico, a Maronna ra Grazia, con il suo mitico capopattugglia Gerry, tra le tante cose autore anche del palchetto in pali che dominerà il campo di gara per gli speacker e la diretta streaming. Con noi o' Massaro, che in mattinata ci aveva offerto un buongiorno di "merda" parlandoci di toilet compost e realizzandone una lì per noi, con l'aiuto dell'artigiano onnisciente Rocco Quaglialatte. O' Massaro: una chitarra, un tamburo, un organetto, egli è fatto di musica.
E' lunedì 16 ed è sera, inizia a rinfrescare e siamo tutti seduti in quel magnifico Teatro di Grano.
Vedo di fronte a me una platea di giovani fantastica. Io e Jepis abbiamo l'onore di introdurre i primi maestri che condurranno i workshop pomeridiani. Nicola Di Novella, il botanico longobardo che ha dedicato molta parte della sua vita allo studio della biodiversità nel Parco del Cilento.
Piacevolmente inaspettato, Pasquale Persico, direttore del Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche all'Università di Salerno. Angelo Avagliano.
Vedo Angelo Avagliano commuoversi. Lacrime di gioia, di gioia immensa e pura. Angelo ha iniziato questo lungo percorso ben 20 anni fa arrivando in Cilento, a Pruno di Laurino, stabilendosi con enorme fatica e sudore alla Tempa del Fico.
Egli è stato precursore, apripista, visionario, ma sopratutto contadino contemporaneo in questa terra. A Pruno ha dato vita al ripristino di una varietà di grano antico, la “carusedda” (Carosella). Oggi con la sua divina compagna Donatella, e le loro splendide stelle, vive alla Tempa con i suoi asini, con il suo grano, realizzando attività di alfabetizzazione e ospitalità rurale. Angelo è oggi qui commosso poiché vede realizzarsi parte del suo grande sogno partito molto tempo fa. Angelo è oggi qui con la voce rotta d'emozione poiché sa che, in parte, quella voce sarà amplificata da tutto questa platea di vita nuova. E allora parte il canto liberatorio e provocatorio, le rime sono le sementi di grano, il ritornello è una lezione di vita: “Nu ciucciu s'è mpazzuto, nu ciucciu se mpazzute, nu ciucciu se mpazzute e ha attaccate o padrone” (Un asino è impazzito e ha legato il padrone).
E' martedì 17, sveglia all'alba, poche ore di sonno e facce stravolte, ma si levano tutti.
IL VIDEO DEI PRIMI GIORNI:
E' martedì 17, sveglia all'alba, poche ore di sonno e facce stravolte, ma si levano tutti.
Vedo tutto il gruppo radunarsi all'“Urmu”, la piazzetta al centro del paese. Cosa può il sonno in confronto a tanta volontà e forza d'animo. Tra noi c'è una mamma e un figlio, pugliesi anche loro: Isa Cipriani e Claudio. La forza di volontà, nel loro caso, va elevata all'ennesima potenza, vista la decisione di venire entrambi, di lavorare entrambi e di confrontarsi entrambi con questa mistica esperienza.
Dalla puglia anche Pasquale Rizzi. Sorridente e silenzioso. Osserva e lavora, attento a tutto. La sua presenza elegante e sottile è quella di chi umilmente è venuto fin qui per essere piccolo fra piccoli, di chi ha voglia di ascoltare e imparare, sempre.
Da Caselle e da Napoli Alberto Giudice con l'inseparabile Francesco Panzetti, archeologi entrambi e due grandi intelligenze. Alberto riscopre immagini, suoni e colori della sua terra qui tra noi, e il suo grano sa di profonda storia.
Francesco, origini molisane, ha sempre parole potenti, importanti e ci offre spunti riflessivi enormemente interessanti.
Vedo una parete portante di paglia prendere vita. Al centro un cerchio di terra cruda impastata, un sole, un campo verticale in cui abbiamo inserito chicchi di grano.
Ideatore dell'opera è Marco Galafassi, artista e scultore mantovano.
Con lui la sua splendida moglie Nathalie Alony e due stelle cardinali in questo cielo di grano, due angeli che ci irradiano di pura bellezza: Lia e Nina.
La meravigliosa famiglia si innesta in maniera assolutamente naturale in questa esperienza. Il magico lavoro d'impasto della terra cruda che Marco sapientemente c'insegna ha un valore di sacralità assoluto. Il sorriso di Nathalie, la sua serena presenza con i suoi due splendidi angeli ci mostra la gioia della vita e della sua continuità.
Vedo un piccolo spiazzo e una gradinata del centro storico farsi scena naturale del nostro pranzo condiviso. Siamo nel rione Forgia e Mardedda, in località Casalino. Ad accoglierci cucinando dell'ottima pasta e zucchine è un indigeno acquisito, Paolo Parente che è ospitato in quella carne di pietra che sono le case del centro. Paolo è un sorriso!
E' l'uomo che ha reso possibile sul campo la connessione al mondo col web. Ed è molto di più. Troppo di più. La sua folle sincerità è disarmante. Ti tocca in profondità con lo sguardo di chi sa leggere a fondo e non fa mai male. Lo raggiungerà venerdì la sua Rosa, mai nome più giusto: quando la bellezza si fa coppia.
Paolo si innesta in ogni melodia con i suoi accordi di chitarra e accompagnerà ogni suono generato in questa settimana. E di suoni ce ne saranno tanti e vari: la tammorra e il tamburello che fanno il ritmo e che contaminano i suoni locali con tammurriate e pizziche. Protagonista delle melodie pugliesi Antonio Ruggieri, che dona mani e voce, senza risparmio, alla taranta ballata dalle nostre ragazze scalze sul selciato del Casalino.
Immancabile tra i suoni quello dell'organetto. S'immola per noi sul magico mantice antico Francesco Pellegrino Cacetta. Tutta la vitalità di un adolescente trasformata in suoni di un tempo, Cacetta ad ogni suonata sposta il limite di se e della sua bravura più in là.
Ballerino virtuoso di tarantella, oggi al Casalino farà ballare con la sua musica, sulle note della Cilentana, la colonna sonora del camp, una coppia di vecchi fanciulli innamorati: Compare Michele e Cummare Minica. E' cumpare Michele che prende l'iniziativa, forse assopita da decenni. Minica tituba, ma la musica è travolgente, i ragazzi si lanciano tutti nel ballo. La giovane coppia di ottantenni è circondata da tutti. Il climax è raggiunto dallo slancio di Michele che bacia e abbraccia l'amata. Un momento che vale l'intera settimana del Camp!
Vedo tutti sdraiati per terra al Casalino, abbiamo generato il Subbicasutta (termine cilentano che sta per sottosopra), oggi, in questo sconosciutissimo e centralissimo paese del mondo. A vederci dall’alto, Giuseppe Pellegrino Cacetta.
Giuseppe ha il ruolo prioritario in questa settimana di catturare le immagini e i suoni. Il compito estremo di fermare il tempo. Dopo il primo giorno al seguito del maestro Marius Mele, sfortunatamente presente con noi solo lunedì e capace comunque di produrre un corto eccezionale.
Giuseppe non molla un istante la sua videocamera, quasi stoico il suo tentativo di non farsi trovare mai impreparato.
In maniera molto meno visibile, invece, si muove Rocco Benevento dietro il suo occhio fotografico. La sua sensibilità estrema, i suoi sguardi silenziosi che ti abbracciano osservandoti, la sua delicata presenza donano serenità. Rocco è un archivista. Si muove con leggera e delicata presenza. Dona la vita alla storia.
Vedo e sento un uomo ripetere antiche parole, cunti e canzoni. E' Don Peppe, maestro di scuola che ha donato alla storia la memoria di quanto udiva da bambino, memorizzando e trascrivendo. Un lavoro, una fatica memorabile. Lo accompagna la bellissima Esmeralda Materazzi, sua figlia, un sorriso di sole e due neri occhi cilentani.
E' martedì 17, è sera e ci aspetta una sessione di workshop molto teatrali.
Vedo due attori nel Teatro del Grano: Giancarlo Guercio e Biancarosa Di Ruocco. Chissà se nella loro carriere hanno mai immaginato di calcare una tale scena. Calcare un aia di letame e paglia. Giancarlo ci addentra ai misteri degli antichi cunti fino al cunto per eccellenza nel mondo popolare: lo nciucio (il pettegolezzo). Una scena irreale. Biancorosa chiama a se dalla platea uno di noi. E' il giovane Graziano la sua spalla improvvisata e perfetta. Accade che Biancorosa improvvisa uno nciucio e Graziano la segue a ruota pescando dal suo retroterra culturale. La platea esplode, l'esperimento è antropologicamente riuscito e teatralmente esilarante.
Vedo e odo un cantastorie, di quelli che pensi che in giro non ce ne siano più. E invece eccolo con la sua chitarra, il tamburello e la lira calabrese. Calabrese è anch'egli, Biagio Accardi. Il suo spettacolo, Viaggio Lento, è un ripercorrere tutte le fasi della vita. Dalla nenie alle serenate. Profondo e struggente il canto de “u metituri” e sale “il brivido a pensare alle lotte e alla fame e a quell'assolo di lira calabrese” come scrive Simone Valitutto.
Vedo Simone Valitutto prendere appunti sul suo taccuino. Lo usa con parsimonia, credo abbia un senso innato dell'osservazione e della sintesi. Lo vedo fotografare furtivo tra i vicoli del centro storico, il suo portamento è elegantemente schivo. Lavora in silenzio, il cappello di paglia infilzato con una spiga di grano è portato con una eleganza contadina antica. Si lascia travolgere solo dalle tarantelle, balla benissimo, trova una compagna altrettanto brava in Ester Petrillo.
E' mercoledì 18, sveglia ancora anticipata, l’appuntamento è alle 5, si va a mungere Neve, la mucca di Pietro.
Vedo i prodi che hanno osato svegliarsi ancora prima (quasi tutti in verità) nella stalla di Neve che non è sola: infatti ha da poco partorito un vitellino che è stato battezzato, ovviamente, Palio! Pietro lava le mammelle di Neve e ci fa mungere a mano. Ci racconta della sua passione per la stalla e di quanto significhi per lui continuare ad avere quelle poche mucche.
Pietro è un animo nobilissimo. Un ragazzo che lavora e lo fa sodo, che ha le idee ben chiare a proposito di tante cose e soprattutto delle cose più importanti, delle cose sacre. Ci tocca con la sue parole calme e ferme: “aprirsi per far conoscere la propria terra, le proprie tradizioni, ciò che i nostri nonni c'hanno tramandato deve essere solo un punto di partenza, anche perché il bello è immettere nuova linfa, nuove energie ed esperienze, quello che avete messo voi quest'anno, per arricchire ciò che già siamo.”
Vedo il Campo della Ianculidda, la parte più sostanziale della Biblioteca del Grano, completamente mietuto dalla compagnia dei porchiati del CampdiGrano. Nella società contadina i ruoli era ben definiti: gli uomini mietevano, le donne iermitavano. I nostri porchiati invece si scambiano i ruoli, le falci e zucarieddi senza alcuna distinzione. Spicca tra loro Filippo Petti, il gigante buono del gruppo. Così grande eppure così piccolo nello spirito di umiltà nel voler imparare sul campo, da Graziano, ad esempio, che nomina sempre con l’appellativo di Professore.
E ancora Mirka Faganello, la fiorentina che non posa mai la falce conquistata sul campo col merito di saper mietere bene.
Vedo giovani stanchi e sereni stendersi sul campo nell’ora più calda, dopo la prima mezza giornata di fatica. Tra loro una ragazza in disparte prende appunti. Valentina Musarra viene da Catania ed è inviata dagli amici di Aicare e Lombrico Sociale. Spesso in silenzio, osserva, prende appunti, fotografa. E’ profondamente immersa in questa esperienza e il suo silenzio la rende ancor più partecipe del tutto più che delle parti.
Vedo disteso a riposare Giuseppe Cernera, immediatamente battezzato Garibaldi per via della sua "giubba rossa", che in terra di Briganti non passa assolutamente inosservato.
Con lui Massimo Ammendola, un ragazzone tutta energia che arriva al camp passando da Angelo Avagliano: quale miglior battesimo alla terra e al grano.
Vedo la serenità del buon Salvatore Coppola, calmo, attento, felice di vivere un contesto naturalistico in un vortice di emozioni.
E' mercoledì 18, il sole si abbassa all’orizzonte, arriva il fiore dell’intellighenzia mediterranea: l’Accademia di Societing.
Vedo arrivare sul campo di grano Alex Giordano. Direttore dell’Accademia Mediterranea di Societing, Alex ha abbracciato fin dai primi vagiti il progetto. Un uomo dalla sensibilità sconfinata, il suo apporto di fiducia è stata santa pioggia per i piccoli germogli incerti di #campdigrano. Suo il grande merito di contaminare il camp con lo spessore accademico e teorico degli ospiti che lo accompagnano: Alessio Carciofi, Giacomo Bracci, Gianni Gaggiani, Tony Ponticiello Mr Time.
Vedo accendersi un fuoco nell’aia, vedo il radunarsi indefinito di uomini e donne, odore di brace, un patibolo dove verrà impiccato il caciocavallo podolico. E’ la festa nell’aia, programmata da tempo e che casualmente coincide con due compleanni al Camp: Rossella Torre e Manolo Ciacia, il silenzioso giovane porchiato, da Tivoli. Chissà se avrebbe mai immaginato di festeggiare un compleanno in un contesto così “inimmaginabile”.
Vedo un uomo rubare la scena col suo canto. Erede dell’antichissima tradizione dei cantori di serenate, di “fiori” come si chiamano da queste parti. E’ Vito Vassallo. Compare Vitu. Ci accompagna da sempre su questo campo, vive con Commare Antonietta e tutta la sua famiglia a pochi passi dal campo di Santo Nicola, dove si svolge il palio. E’ un elemento costante, naturale, come il sole di questo camp. Sorge al mattino, all’alba con noi, ci accompagna, ci disseta con le sincere risate che solo la dialettica contadina sa donare.
Stanotte si esibirà nei suoi canti a cappella accompagnati dagli accordi di un virtuoso dell’organetto casellese: Alfonso Fiscina. Alfonso imbraccia lo strumento con la naturalezza di una madre col proprio bambino. Ne è parte e si completa in quella condizione di musico vecchio e nuovo. Dà l’impressione di non aver imparato a suonare, dà l’impressione di averlo inventato lui quello strumento.
Vito sceglie una coppia per il suo primo fiore, è quella di Michele ed Elisa, il Jolly e la sua cilentana. Fonde i loro occhi con le sue parole. E’ un tripudio d’amore. Instacabile Vito prosegue il canto e lo dedica ad una bella: sceglie Giovanna. O fiore di lino, o fiore di menta, o fiore d’ulivo, o fiore di Grano. Quanta bellezza possono sguardi e parole. Il canto s’innalza, s’incurva, si espande ma non si ferma, non stanotte. Abbraccio la mia tammorra e ripeto suoni e parole di altri contadini, le tammurriate dell’Agro. Vito fa presto ad imparare e la contaminazione tra i nostri suoni e le nostre voci genera danze e giochi. Felicità sceglie di abitare in mezzo noi stasera. Felicità è questo cerchio di occhi ridenti e di braccia esultanti.
E' giovedì 19, la sveglia da una tregua ai porchiati, ma si torna in campo comunque.
Vedo prendere forma le piste nel campo, magistralmente progettate e tracciate dal Jolly.
Il colpo d’occhio dall’alto ci dicono siano fantastico. Lo ammiriamo anche grazie all’opera del fotografo Gaetano Barbella che come un’ombra ci segue durante tutta la settimana. Un’opera certosina e infaticabile la sua.
Vedo la stanchezza solcare i visi di un po’ tutti noi. Ma l’entusiasmo, quello assolutamente non svanisce, anzi, se possibile, aumenta. Si è a pranzo al rione “Chiazza”. La generosità e l’ospitalità è una comoenente naturale dei casellesi. Il patio della casa del mitico Capo-Rione Emilio Citera si trasforma in uno banchetto nunziale. Compaiono pietanze indescrivibilmente buone. Immancabili i “sausicchi”, il caciocavallo, insalate di patate pomodori e cipolle, frittate di uova freschissime e verdura, cinghiale all’insalata d’aceto preparata da Raffaela, moglie di Rocco Pellegrino Quaglialatte, una cilentana che identifica il meglio dello stereotipo che questo termine possa racchiudere. E infine, come se non bastasse, la panedda con la ciauredda ribattezzata panella prena: una grande forma di pane scavata al centro e ripiena di ciambotta di verdure di stagione, preparata un giorno prima così che il pane sia intriso del sugo. Indescrivibile appunto!
Vedo nuova vita in piazza all’Urmu, bambini animarsi per giocare ad impastare la terra. A guidarli la tenera guida di Marco e Nathalie e di Stella Salomone. La bella Stella, figlia di Caselle, è sapienza e creatività. Dalla natura prende ciò che serve al suo saper fare e trae dal suo animo gentile la forza artigiana del bello e del ben fatto. Beatrice del nostro Dante, il suo sorriso è luminoso e i suoi occhi brillano di luce antica.
E' giovedì 19, dal pomeriggio alla sera si lavora tutti alacremente a completare le strutture necessarie al Palio. Fino all’imbrunire, fino a ritrovarci, come sempre nella scena del Teatro.
Vedo un proiettore imprimere su un telo immagini da un computer. Eppure siamo nel Teatro del Grano, il sole cede il passo all’imbrunire, lascia il posto allo spettacolo delle stelle. Sotto quelle stelle parole altissime, discutiamo di turismo e sviluppo del territorio con Alessio Carciofi, del progetto Jenuinoo con Giacomo Bracci che né fondatore, del progetto Grow The Planet con Gianni Gaggiani, di tempo e di passi con Mr Time e la sua guida Procida a Passi.
I nostri amici dell'Accademia Mediterranea di Societing sono ospitati alla Tenuta Sirippi di Sanza. Un paradiso immerso alle porte del Cervati, un vecchio pagliaio restaurato e ripensato dove si respira a pieni polmoni la ruralità antica e moderna del Cilento. Di rara bellezza il paesaggio che si gode dalle terrazze: a partire dal viale degli orti sottostante alla tenuta fino al bosco e alla valle. Li accompagna Luigi Vicinanza, un agronomo e un amico, che si è occupato della proggettualità degli spazi verdi della Tenuta: dagli orti fruibili, ai campi dei piccoli frutti di bosco, poi trasformati in confetture dall'azienda, alla sorgente e al bosco nel quale la tenuta è immersa.
UN VIDEO DI QUESTI GIORNI:
E' venerdì 20, appuntamento presto, come sempre, zaini in spalla si va a Morigerati.
Vedo il gruppo riunirsi per muoversi a piedi verso l’oasi del WWF delle Grotte del Bussento a Morigerati. Si va a piedi, anche il grano da molire porteremo a spalla. L’asina è incinta, si spera partorisca a breve. Portare la bisaccia è un orgoglio antico.
Ci incamminiamo e affianco a me c’è una fanciullina dallo sguardo tenero e la voce ancor più. Mi chiede con innocente curiosità: “perché ti chiamano Bosconauta”. Cerco di rispondere con semplicità, mio nonno boscaiolo, il mio vivere contaminando vecchie mani e nuove menti. Mi guarda, sorride, sembra capire. Si chiama Francesca, è la pianta più giovane del gruppo, ci ha raggiunto durante la settimana. Lascerà un segno di innocenza e speranza al camp. Una giovane sequoia che ha già piantato saldi le radici e a cui auguro di innalzarsi altissima e maestosa su questo mondo bisognoso di nuovi alberi e nuovi boschi.
Vedo il gruppo camminare in fila lungo il sentiero attraverso il bosco di lecci. La camminata è lunga ma piacevole. Scendiamo verso l’oasi. Mai definizione più azzeccata.
Vedo l’oasi, l’acqua sorgere a bolla dalla roccia, il fluire incessante del fiume sbucato dalle rocce dopo un lungo percorso sotterraneo, il mulino scrosciare impetuoso l’acqua che muove la ruota, la ruota stridere e girare e molire.
Un’oasi! La mola attende il grano e il grano non si fa attendere.
A vigilare l’operato il prode Michele Pellegrino Cacetta, padre di Giuseppe (fotografo) e di Francesco (organetto). Michele inventa e trasforma, faber artigiano, dove non riesce il pensiero riescono le sue mani.
E’ lui ad aver rimesso in funzione il Mulino assieme a Giovanni Rivello, anch'egli infaticabile collaboratore del palio autore insieme a Rocco Quaglialatte della frescura a forma di Hashtag. Con loro Gennaro Fontanarosa. Gennaro è l’uomo dell’Accademia di Societing tra i porchiati. La sua estrema disponibilità, la sua simpatia innata, l’umiltà delle sua grande intelligenza lo rendono il supporto di ogni lavoro ben fatto. Dove c’è bisogno di una mano al Camp c’è Gennaro.
Così si guadagna il privilegio e l’onore di accompagnare Cacetta e Giovanni all’avviamento del mulino un giorno prima di noi. Soli ad assistere quel miracolo dell’ingegno umano in quel paradiso terrestre. Un’immagine che credo non potrà mai dimenticare.
Vedo un amministratore accogliere questi ragazzi venuti dall’Italia al suo territorio. Un Sindaco come pochi, anzi pochissimi, Cono D’Elia. Basta conoscere il progetto di Paese Ambiente di Morigerati e Sicilì per capire di cose è capace la volontà, la passione e la dedizione per la propria terra, il proprio territorio. Colpisce di Cono soprattutto la sua umiltà, la sua propensione naturale al dialogo, al confronto. Ce ne fossero si direbbe, eppure ci sono, almeno lui c’è. E qui a Morigerati, vale la pena dirlo, si vede.
E' venerdì 20, di ritorno da Morigerati con la preziosa farina ci ritroviamo al campo.
Vedo un paesologo venuto a far visita ad una storia di paese. Vedo il Paesologo: Franco Arminio. Per chi lo conosce le mie parole servono a poco, per chi non ha ancora incontrato qualche suo verso o qualche suo scritto, allora è bene che si appresti a farlo. Franco scava e scarnifica la carne morta dei paesi per dissotterrarne vita. Qui a Caselle trova la “sagra del futuro”, come egli stesso la definisce. Ci esorta a fare ciò che facciamo, a farlo bene, a farlo con amore.
Vedo un pastaio parlare con i piedi in un campo di grano, in mezzo ad un grano duro, la trimunia, una varietà della Biblioteca del Grano. E’ Gioacchino Orlando della Casa del Tortellino. E’ un artigiano del grano e, non solo fa molto bene il suo lavoro, ma lo fa partendo da materie prime eccezionali: grani antichi come la Carosella di Pruno recuperata da Angelo Avagliano. La sua pasta è scrigno e tesoro. Ne abbiamo goduto per l’intera settimana grazie alla generosità di questo faber che nel saper fare trova essenziale innanzitutto il saper donare.
Vedo e sento parlare di agricoltura civica e sociale in un contesto in cui queste parole si realizzano, senza retorica. A parlarci è Angela Galasso di Aicare e Silvia Innocenti del Laboratorio di studi rurali Sismondi. Nei loro sguardi, nelle loro parole, soprattutto stupore. Non conoscevano il Cilento e forse non credevano che ciò che studiano e scrivono da tempo potesse realizzarsi in un luogo apparentemente così "remoto".
E' venerdì 20, è sera e ci sono gli antichi giochi in piazza all'Urmu.
Vedo un paese vivo, gremire, accalcarsi intorno alla scena che sarà degli antichi giochi per squadre, animati dai Rioni. I capi pattuglia sono impegnati nelle ultime definizioni delle squadre. Dino, il simpaticissimo caporione della Taverna, con il suo solito sorriso, ci annuncia che nel tiro alla fune non c'è partita: da 7 anni vincono loro, e in effetti a vedere la squadra, di dubbi ve ne sono pochi. Nella finale di sabato vinceranno per l'ottava volta di seguito contro il rione Urmu con i Cumpari di Sanza.
Vedo un paese accogliere nelle sue maglie il filo di questi ragazzi e ragazze venuti da lontano. Li chiamano i “Campisti”. Si innestano con naturalezza anche all'interno delle squadre dei giochi, laddove manca qualche componente. L'accoglienza è davvero di casa qui a Caselle. Partecipano addirittura come squadra a sé in qualche gioco. Un paese vive nelle risate dei suoi figli, in serate come queste, al fresco di antiche pietre che conoscono il tempo e lo sanno ascoltare.
E' sabato 21, la sveglia diviene quasi consuetudine, si fa strada nel gruppo la consapevolezza che questa settimana sta per finire.
Vedo il grano farsi pane. Un miracolo antico, dimenticato e quasi ignorato.
Il grano seminato 9 mesi prima, mietuto da noi a mano, molito a Morigerati, oggi è farina in un abbraccio di acqua, sale e “levatura” (il lievito madre rivitalizzato la sera precedente con acqua e farina). La madia accoglie la massa, il lavoro e il sudore di chi impasta a mano.
Il fuoco già arde nell'antico forno. La ritualità del pane ricorda tempi che furono, che sono e che saranno per chi ne conserva memoria e sapere. Un rito, una festa. Al primo calore del forno affidiamo le generose focacce: olio, pomodoro, origano di montagna, ci vuole molto poco per godere di questo tesoro.
Intanto la levatura ha generosamente rinnovato la sua magia, la massa viene “scanata”, ovvero viene divise in pagnotte che vengono avvolte una per una in panni bianchi e lasciati ancora un'ora a lievitare. Le accoglierà il forno, queste figlie di grano. Il caldo profumo del pane è la più bella ricompensa dell'immensa fatica fin qui necessaria.
Vedo i nostri “porchiati” pugliesi cimentarsi in un grande classico della loro cucina: riso patate e cozze. Un omaggio della loro terra all'accoglienza casellese. Di buon mattino il nostro buon Antonio Greco li ha accompagnati al mare, a Scario, a prendere gli ottimi frutti di mare. Antonio è presidente dell'associazione Terra Madre ma soprattutto erborista ( mi piavcerebbe dire alchimista). Dietro il suo sorriso lucente la conoscenza di un mondo mistico, di un mondo dimenticato, cancellato: il potere della natura e delle sue erbe.
Vedo un paesaggio a me a molto familiare: un castagneto. Oggi siamo a pranzo alla “Valle Strazza”. I ricordi in questo luogo sconfinano in emozioni indescrivibili: è questa la sede del mio primo simposio con le giovani spighe di Caselle, quasi un anno fa ormai. Jepis, che mi ha condotto in questa terra parlandomi del grano, del Palio, ci accolse in questa valle. Il primo caciocavallo impiccato, il primo vino brindato, le prime tarantelle, i primi progetti, #Campdigrano deve molto a questo luogo. Oggi la Valle Strazza è animata da oltre 50 persone in festa, che mangiano e bevono assieme. Che cantano, che ballano, che si stringono in una sola voce, in un solo sguardo, quello del #CampdiGrano.
Vedo tutti riunirsi nel Teatro del Grano, vedo tanta commozione tra gli sguardi di questa stupenda platea, è il primo saluto del #CampdiGrano. Mi è affidato l'onore di scandire parole preziose, quelle del Manifesto del Contadino Impazzito di Wendell Berry.
Poi arriva il primo grande dono inaspettato ai porchiati del Camp: una bandiera. È bianca e verde. È l'inizio e la speranza. Tanta è la generosità di questa terra da donare ciò che hanno di più prezioso, la propria identità. La bandiera non può che essere consegnato al chicco di grano più piccolo in mezzo a noi: è Nina la prescelta, la scelta più giusta. Crescerà con noi, con questa storia e oltre ancora.
E' sabato 21, arriva la sera, la piazza si rianima, c'è la gara di tarantella.
Vedo la piazza antica del paese ritornare a vivere, impetuosa. Sono venuti da tutti il Cilento, dai paesi compari dei Rioni, ad assistere alla Gara di Tarantella. Ogni rione presenta la sua coppia, il suo organettista, la sua suonata e la sua ballata. Tutti meravigliosamente belli nello slancio di donare ritmo a quei fiori di suoni. Anche noi del camp ci lanciamo in una folle ballata: tutti i musici improvvisati da un lato, al centro la coppia migliore, Ester e Simone, e poi tutti a circondarli con un magico cerchio rotante. Emozioni purissime alla vigilia del Palio.
E' domenica 22, un'alba attesa da un'anno, quella del Palio del Grano.
Vedo bandiere, falci, canniddi, cappelli, vandere, mummoli e zucareddie. Vedo un popolo riunirsi sotto 8 stendardi: uomini nascondere il loro entusiasmo dietro grandi discorsi, donne fiere e ferme sotto il peso dei canestri portati sul capo. Vedo i giovani porchiati del #CampdiGrano confondersi tra le squadre e portare la loro bandiera, bianca e verde, insieme alle altre, con la stessa fierezza. Dopo il viatico della benedizione si snoda il corteo per le vie del centro in direzione del campo.
Vedo porte aprirsi ed esili figure curve di anni affacciarsi, salutare, sorridere, augurare. È la storia del paese che saluta la Compagnia del Grano che si avvia al campo di gara. Il palio è un rito nuovo e antichissimo. Arrivati sul campo iniziano i riti del sorteggio delle piste, dell'appello dei mietitori, delle iermitrici delle spigolatrici e dei mummulari, della bandiera portata in cima dal capo-rione, delle falci alzate al vento prima di partire.
Vedo un popolo, un popolo intero, vibrare in un maestoso silenzio, prima di iniziare. Sono in una condizione privilegiata. Sono dentro quel popolo. Ho l'incommensurabile onore di far parte di un rione, lo Scarano, tra i mietitori, e lo stesso privilegio hanno donato a Giovanna, iermitatrice. Il cuore batte d'adrenalina fin dal mattino al risveglio, ma su quel campo, in quell'istante, sembra fermarsi tanto è il battere forte.
Vedo un campanaccio agitarsi, diffondere l'urlo di ferro. È la partenza. Una scarica tremenda ci prende. Partono due mietitori. La falce sembra volare. Nove mesi, dal chicco alla spiga. Ora pochissimi istanti, un colpo secco e crescono a terra le gregne da legare.
I cambi si susseguono, le immagini si sfocano. Viene il tuo turno. La prima falciata. I primi tagli. Sono tra quelli. Sangue e grano canta Avitabile. La sete è asfissiante, ma la gara di più.
Alcuni rioni volano letteralmente sulla pista. Le casse annunciano il grande vantaggio di Urmu, Pantanedda e Chiazza. Non c'è stanchezza, solo ardore. Ultime falciate, ultime gregne legate e portate alla vurredda.
Vedo un uomo correre con la sua bandiera. Rossa e verde dice quest'anno la storia del Palio. È solo ma è con tutto il suo popolo, l'Urmu e i compari di Sanza, ma con lui ci siamo tutti noi nel campo e fuori. Con lui corre questo mondo e la sua storia. La vittoria è liberazione, e alla spicciolata arrivano tutti a infilzare la bandiera.
Ultimi nell'immensa gioia la Taverna, che non da solo lanciano l'alfiere nella folle corsa, ma tutti insieme voltano pagina al Palio 2012 consegnando la loro bandiera al Grano.
Vedo immensa bellezza e gioia. Colori intrecciarsi, sorrisi incontrarsi, sguardi specchiarsi. Arriva la coppia di antichi buoi, arriva direttamente dal secolo scorso a pisare il grano sull'aia del Teatro.
Donne rivoltano la paglia con i forconi e incitano la calma forza dei due bianchi animale a girare e pisare, pisare e girare.
Intanto già si prepara il pranzo e la festa sotto la grande frescura a forma di hashtag. I rioni divisi e uniti nell'unico spazio di condivisione.
Vedo i vinti consegnare il Palio ai vincitori. Un passaggio, una storia che continua e continua.
È il momento dei ringraziamenti, degli applausi, delle parole. E le parole sono armi, le parole sono mezzi di rivoluzione. Arriva un momento che non ti aspetti e che forse aspetti da sempre. Le parole scritte e lette da Dario Marino danno voce alla rivoluzione che questi fiori di Grano della Proloco di Caselle stanno per compiere. Dario è uno storico e guardandoti ti legge nel profondo.
Sereno, gentile, puro, la rarità e l'onore di conoscere persone come lui danno la misura dell'esperienza che abbiamo vissuto. Posa con calma il foglio sul tavolo di paglia, alzo lo sguardo commosso e legge con ferma voce sottile:
Nell'ora più dolce del mattino, all'alba del nostro tempo, sentiremo forte il richiamo della terra: sulla pelle sudore, grano nella mente, faber antico, vocazione moderna. Caro mietitore di sogni, #campdigano ti dona un pezzo di terra a Caselle per un anno, perchè il PALIO è finito, ma il nostro sentiero è appena iniziato. E per favore, non chiamatelo evento
Il #CampdiGrano poteva oggi finire. Tutto invece sta per iniziare, qui, ora, grazie a questo atto di estrema, estrema, estrema generosità ricvoluzionaria.
Mi vedo esortare a prendere la parola, scosso, commosso. Faccio appello alla bellezza, all'estrema bellezza di quell'eterno momento. Posso fare un'unica cosa per onorare tanta bellezza e ho affianco a me il primo chicco di grano che ha generato questa straordinarietà.
Vedo Antonio Pellegrino Quaglialatte, seme e spiga, neve e sole di questo grano, di questa storia. Bisogna inventare nuove parole, un nuovo alfabeto per tracciarne il profilo, per spiegarne la storia, per evocarne l'immensa energia, la pura bellezza. Che la sua fonte sia d'inesauribile vita e il fiume impetuoso di questa storia di inimmaginabile forza.
Mi vedo in tutti gli sguardi di questo momento, in tutte i sorrisi, in tutte le lacrime, in tutte le braccia. Mi vedo avvolto in una terra, un popolo, una storia.
Ringrazio per le foto: Gaetano Barbella, Giuseppe Pellegrino, Simone Valitutto, Massimo Ammendola, Rocco Benevento, Isa Cipriani, Anita Defelice e Salvatore Coppola.