ALBERTA ZALLONE
#DIOGENE: alla ricerca di Mostre, Arte e Cultura. Rubrica a cura di Lorena Luccioni. Testo di introduzione di Lorena Luccioni. Testo critico di Carlo Garzia. Fotografia di Alberta Zallone.
Si inaugura il prossimo 16 gennaio “Quelle stanze”, la mostra fotografica di Alberta Zallone. Rimarrà aperta fino al 15 febbraio 2016 nei locali del Museo Nuova Era di Bari, e varrà la pena di visitarla.
L’artista ripercorre con un nuovo sguardo, intensificato dai limiti del taglio fotografico, quasi fosse un necessario filtro emotivo, le superfici di un intenso intimo mondo familiare, amatissimo, straordinariamente presente e già parte di un passato.
Lo sguardo cala sul dettaglio, alla ricerca di un estremo bagliore di esistenza, laddove ogni esistenza se n’è andata, inaccettabilmente e per sempre. Dalla penombra, dai libri garbatamente disallineati, dalle foto dei ricordi, dalle piccole collezioni di oggetti, dagli oggetti più banali dei riti quotidiani, irrompono inaspettate tensioni vitali e commoventi presenze.
“Quelle stanze”, ora piene di materia inanimata, restituiscono vita.
(Lorena Luccioni)
“La casa è la persona stessa,
la sua forma e il suo sforzo più immediato,
quasi la sua sofferenza” (Michelet)
La casa, la dimora ma soprattutto l’abitarla o il frequentarla, sono spazi parimenti permeabili da più sistemi di segni, di connotazioni: la scrittura, l’immagine (pittura, fotografia, scultura) ma anche il suono, ogni casa ha una sua particolare risonanza e una ritmica che non emana solo dagli oggetti che essa contiene né dalla loro disposizione.
Dalla sinestesia inquietante che Balzac ci fa provare nella descrizione della pensione Vauquer alle sottili alchimie di Des Esseintes, di Huysmans, dalla torre di Hölderlin alla capanna di Heidegger nella Foresta Nera, da Proust al condominio-puzzle di Perec, dall’utopia esotica di Paul et Virginie a E. A. Poe, la scrittura ha sempre tentato di restituirci un abitare ricomposto nel suo senso profondo, quel “soggiornare presso le cose” di cui credo parli proprio Heidegger e Derrida arriva a sostenere che “scrivere è un modo di abitare”.
Non proverò nemmeno a declinare tutte le icone dell’abitare che è possibile ritrovare nella storia dell’arte e nella fotografia perché rischierei di perdermi in un’altra possibilità estrema, quasi sacrificale dell’abitare, quella del labirinto.
Tornando perciò all’esperienza e al senso comune del vivere lo spazio domestico dobbiamo ammettere che esso è non solo costruito ma in qualche modo anche generato e ri-generato sia da chi lo vive con continuità sia da chi lo osserva dall’esterno. La casa ci fornisce un corpus di immagini, proiezioni, modelli sociali che hanno la funzione di confermare e quasi dimostrare all’osservatore una qualche dimensione di stabilità identitaria da cui egli trae la stessa ragione di esistere e perdurare nel corso del tempo dell’ethos familiare.
La casa stessa e la sua immagine appartengono non solo a chi abita lo spazio e lo trasforma nella sua personale “rêverie” come direbbe Bachelad ma anche a chi la registra visualmente e cerca di estrarne una “fissazione di felicità” ricercata in maniera ostinata e quasi indiziaria negli oggetti che riempiono quello spazio, testimoni di una verità ultima, un petit testament anticipato di chi vi ha abitato.
Non saprei se in questa “fin de partie” a due tra l’osservato e l’osservatore, risulti alla fine più forte la dimensione del tempo, della memoria o quella esistenziale e vissuta sino all’ultimo di uno spazio che si è dovuto lasciare in fretta senza una adeguata preparazione al viaggio.
Dalle immagini di Alberta risulta, secondo me, il modello di una casa-fodero, fasciata e protetta da pareti piene di libri e di oggetti carichi di memoria, non a caso spesso fotografie, vettori potenti e irriducibili di memorie familiari, felici e immediate.
Tornando all’osservazione iniziale di Michelet, la casa del dopo, destinata a essere comunque trasformata più o meno radicalmente, è comunque ancora quella della persona stessa che la ha abitata a lungo, lo sforzo sarà quello di mantenerne la memoria attraverso il sottile strumento della fotografia, la sofferenza sarà quella di dover spezzare per sempre quel legame costitutivo ormai inutilizzabile nella sua forma originaria. Sarà allora proprio questo continuo trasformare senza modificare il suo eidos che consente di confermare l’abitare come elemento fondante della nostra esperienza.
(Carlo Garzia)
Alberta Zallone ha svolto una lunga attività professionale come docente nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bari. Si è formata scientificamente negli Stati Uniti, dove ha anche maturato un forte interesse per la fotografia ed ha potuto approfondire la conoscenza dei grandi fotografi americani. Ha esposto per la prima volta nel 2012 una selezione di paesaggi naturali e metropolitani degli USA, “Cieli americani”, per “la Corte, Fotografia e Ricerca” a cura di Marilena Bonomo nella cappella del Castello Svevo di Bari.








