CASA AL PORTONACCIO [2017] ROMA | ITALY
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CASA AL PORTONACCIO [2017] ROMA | ITALY
http://www.na3.it/project.php?id=71
#ACCIAIO
#INUNAPAROLA: parole basiche, parole note, descrivono gli interni con una lettura iconografica parallela in maniera callida e tagliente
APPARATI_04
Studio e ricerca di Giorgio Drasler
Una semplice funzione d’uso
C'è chi usa il dito facendolo scorrere sull'interruttore quasi accarezzandolo,
chi invece va colpo secco.
Il risultato non cambia.
Mai.
Lui, poi, è particolarmente resistente al tempo, quasi non conosce usura.
Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento.
Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento.
Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento.
Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento.
Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento.
Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento.
Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento.
Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento. Ora acceso, ora spento.
Tutto qui.
All'infinito o quasi.
Se paghi le bollette e cambi ogni tanto la lampadina.
AULENTI
#DENTROLERIGHE: studio e ricerca di Francesca Angelici
In ogni nome c'è un destino, in quello di Gae Aulenti, un suono.
Dolce, lieve, che scorre via e lascia un segno.
Nella firma, il nome è talmente collegato al cognone da esserne inscindibile. Sinonimo, questo, di abnegazione alla vita pubblica.
Una donna senza apparente identità di genere, che si dedica anima e corpo al lavoro. Un lavoro maschile, duro, secco, preciso, in cui lei impiega tutta la sua sagacia e forza di volontà (angolosita' alla base delle lettere) rinunciando ad esternare la femminilità.
Gae vuole essere vista solo come professionista.
L'accartocciamento delle lettere (la g, la a) esplicitano la sua protezione interiore e il nascondimento di un se' estremamente poetico e bisognoso di approvazione affettiva.
Ma, oltre al lavoro, il suono rimane e lo sentiamo ancora oggi, dispiaciuti per non averlo sempre saputo valorizzare.
#DENTROLERIGHE spalanca i nostri occhi all’interno di altre specie di spazi, alla scoperta di luoghi più interni, quelli dei segni e della scrittura, dove la nostra anima continua a esserci anche quando tutta la nostra coscienza si eclissa, li dove la dimensione la pressione il calibro, la direzione, l’armonia, il ritmo, l’inclinazione e i gesti fuggitivi dei segni diventano ramificazioni delle attività dell’anima, emblemi rivelatori del nostro daimon e della nostra unicità.
La cura e l’idea di questo spazio è di Francesca Angelici: sociologa, grafologa e scrittrice.
SOTTSASS
#DENTROLERIGHE: studio e ricerca di Francesca Angelici
Di quale Sottsass parliamo oggi?
Di quello privato (scrittura in corsivo) o del personaggio pubblico (stampatello maiuscolo).
Non si può scindere l’artista dall’uomo, ma Sottsass è come se avesse voluto farlo senza riuscirci del tutto. Deciso, aggressivo, spavaldo nel lavoro (lo denotano le “s” così lanciate e alte), aveva un animo romantico e nostalgico (“S” iniziale del nome), che lo portava a attualizzare i suoi lavori prendendo spunto da quel bagaglio emotivo e affettivo proveniente dalla famiglia materna.
La grandezza mostrata non era altro che il bisogno di nascondere il bambino interiore (l’occhiello piccolo dentro la lettera “a”) forse ferito da una madre assente. Disegnare, progettare, comporre e scomporre in moduli, usare il colore, era per lui il gioco che non aveva potuto condurre da piccolo.
I suoi lavori avevano il gusto del riscatto da un’infanzia vissuta come adulto e rappresentano per noi un contributo in cui ci rispecchiamo tutti.
#DENTROLERIGHE spalanca i nostri occhi all’interno di altre specie di spazi, alla scoperta di luoghi più interni, quelli dei segni e della scrittura, dove la nostra anima continua a esserci anche quando tutta la nostra coscienza si eclissa, li dove la dimensione la pressione il calibro, la direzione, l’armonia, il ritmo, l’inclinazione e i gesti fuggitivi dei segni diventano ramificazioni delle attività dell’anima, emblemi rivelatori del nostro daimon e della nostra unicità.
La cura e l’idea di questo spazio è di Francesca Angelici: sociologa, grafologa e scrittrice.
ALBERTA ZALLONE
#DIOGENE: alla ricerca di Mostre, Arte e Cultura. Rubrica a cura di Lorena Luccioni. Testo di introduzione di Lorena Luccioni. Testo critico di Carlo Garzia. Fotografia di Alberta Zallone.
Si inaugura il prossimo 16 gennaio “Quelle stanze”, la mostra fotografica di Alberta Zallone. Rimarrà aperta fino al 15 febbraio 2016 nei locali del Museo Nuova Era di Bari, e varrà la pena di visitarla.
L’artista ripercorre con un nuovo sguardo, intensificato dai limiti del taglio fotografico, quasi fosse un necessario filtro emotivo, le superfici di un intenso intimo mondo familiare, amatissimo, straordinariamente presente e già parte di un passato.
Lo sguardo cala sul dettaglio, alla ricerca di un estremo bagliore di esistenza, laddove ogni esistenza se n’è andata, inaccettabilmente e per sempre. Dalla penombra, dai libri garbatamente disallineati, dalle foto dei ricordi, dalle piccole collezioni di oggetti, dagli oggetti più banali dei riti quotidiani, irrompono inaspettate tensioni vitali e commoventi presenze.
“Quelle stanze”, ora piene di materia inanimata, restituiscono vita.
(Lorena Luccioni)
“La casa è la persona stessa,
la sua forma e il suo sforzo più immediato,
quasi la sua sofferenza” (Michelet)
La casa, la dimora ma soprattutto l’abitarla o il frequentarla, sono spazi parimenti permeabili da più sistemi di segni, di connotazioni: la scrittura, l’immagine (pittura, fotografia, scultura) ma anche il suono, ogni casa ha una sua particolare risonanza e una ritmica che non emana solo dagli oggetti che essa contiene né dalla loro disposizione.
Dalla sinestesia inquietante che Balzac ci fa provare nella descrizione della pensione Vauquer alle sottili alchimie di Des Esseintes, di Huysmans, dalla torre di Hölderlin alla capanna di Heidegger nella Foresta Nera, da Proust al condominio-puzzle di Perec, dall’utopia esotica di Paul et Virginie a E. A. Poe, la scrittura ha sempre tentato di restituirci un abitare ricomposto nel suo senso profondo, quel “soggiornare presso le cose” di cui credo parli proprio Heidegger e Derrida arriva a sostenere che “scrivere è un modo di abitare”.
Non proverò nemmeno a declinare tutte le icone dell’abitare che è possibile ritrovare nella storia dell’arte e nella fotografia perché rischierei di perdermi in un’altra possibilità estrema, quasi sacrificale dell’abitare, quella del labirinto.
Tornando perciò all’esperienza e al senso comune del vivere lo spazio domestico dobbiamo ammettere che esso è non solo costruito ma in qualche modo anche generato e ri-generato sia da chi lo vive con continuità sia da chi lo osserva dall’esterno. La casa ci fornisce un corpus di immagini, proiezioni, modelli sociali che hanno la funzione di confermare e quasi dimostrare all’osservatore una qualche dimensione di stabilità identitaria da cui egli trae la stessa ragione di esistere e perdurare nel corso del tempo dell’ethos familiare.
La casa stessa e la sua immagine appartengono non solo a chi abita lo spazio e lo trasforma nella sua personale “rêverie” come direbbe Bachelad ma anche a chi la registra visualmente e cerca di estrarne una “fissazione di felicità” ricercata in maniera ostinata e quasi indiziaria negli oggetti che riempiono quello spazio, testimoni di una verità ultima, un petit testament anticipato di chi vi ha abitato.
Non saprei se in questa “fin de partie” a due tra l’osservato e l’osservatore, risulti alla fine più forte la dimensione del tempo, della memoria o quella esistenziale e vissuta sino all’ultimo di uno spazio che si è dovuto lasciare in fretta senza una adeguata preparazione al viaggio.
Dalle immagini di Alberta risulta, secondo me, il modello di una casa-fodero, fasciata e protetta da pareti piene di libri e di oggetti carichi di memoria, non a caso spesso fotografie, vettori potenti e irriducibili di memorie familiari, felici e immediate.
Tornando all’osservazione iniziale di Michelet, la casa del dopo, destinata a essere comunque trasformata più o meno radicalmente, è comunque ancora quella della persona stessa che la ha abitata a lungo, lo sforzo sarà quello di mantenerne la memoria attraverso il sottile strumento della fotografia, la sofferenza sarà quella di dover spezzare per sempre quel legame costitutivo ormai inutilizzabile nella sua forma originaria. Sarà allora proprio questo continuo trasformare senza modificare il suo eidos che consente di confermare l’abitare come elemento fondante della nostra esperienza.
(Carlo Garzia)
Alberta Zallone ha svolto una lunga attività professionale come docente nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bari. Si è formata scientificamente negli Stati Uniti, dove ha anche maturato un forte interesse per la fotografia ed ha potuto approfondire la conoscenza dei grandi fotografi americani. Ha esposto per la prima volta nel 2012 una selezione di paesaggi naturali e metropolitani degli USA, “Cieli americani”, per “la Corte, Fotografia e Ricerca” a cura di Marilena Bonomo nella cappella del Castello Svevo di Bari.
#APPARATI_02
Studio e ricerca di Giorgio Drasler
La lunga linea azzurra
Una curva, a gomito, e poi il corridoio, largo, lungo, scivoloso. Un suono, quello della campanella, che ogni mattina ci ricordava l'entrata in aula.
Una palla fatta di stagnola, quella con cui erano avvolte le merende. La mia preferita era pane, burro, alici. La prima che veniva scartata e messa a disposizione, di tutti.
Giacomo prendeva la carta, la avvolgeva, la pressava e poi ne faceva una sfera, quasi perfetta. Il suo luccichio correva tra i nostri piedi e le lunghe distanze e poi rimbalzava sul cielo.
Quella lunga linea azzurra del battiscopa ci sfidava ogni giorno, delimitava il lecito dall'illecito, invitandoci a superare noi stessi nel gioco che avevamo inventato per coprire i minuti di libertà tra una lezione e l'altra.
Chi la oltrepassava era fuori, chi rimaneva radente proseguiva.
Non c'erano porte, non altre regole.
Quella curva, il punto più difficile da superare. Ed io tiravo, pensando ogni volta che quell'azzurro avrebbe potuto sostenere il tiro, rendendolo leggero.
E così era.
Apparato
apparato [Der. del part. pass. apparatus -us, del lat. apparare “preparare”] [LSF] Denomin. generica di un insieme di cose sistemate in modo da conseguire un determinato fine.
#APPARATI indaga attraverso brevi vissuti dell’autore quello spazio, a volte minimo, dell’abitare che ci separa dalla pura struttura indicandoci una funzione d’uso spesso scontata.
La sua forma, la sua complessità, il materiale utilizzato, la tecnica e tecnologia adotatte fanno di esso la differenza percettiva ed estetica dello spazio più grande in cui si trova ed è compreso.
Gli apparati, nella maggior parte delle volte, sono delegati alla scelta del committente ed utilizzatore considerandoli alla stregua di ornamento; in altri casi, più fortunati, vengono ‘progettati’e realizzati come parti integranti ed indissolubili dall’intero contesto e pensiero progettuale, siano essi visivamente o prestazionalmente pensati. Ci piace, infine, suddividerli per aree di bisogno servito: ‘calore’, ‘protezione’, ‘decoro’, ‘luce’, ‘acqua’ ,‘terra’, ‘gioco’.
La cura e ricerca di questo spazio è di Giorgio Drasler: ingegnere e designer.
#OTTONE
#INUNAPAROLA: parole basiche, parole note, descrivono gli interni con una lettura iconografica parallela in maniera callida e tagliente