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REPUBBLICA "Diffamò tre magistrati siciliani", condannato Marco Travaglio
Il direttore del Fatto Quotidiano giudicato dal tribunale di Roma per un articolo sull'assoluzione degli imputati del processo sulla latitanza e la mancata cattura a Mezzojuso di Bernardo Provenzano
di FRANCESCO PATANE
Il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio è stato condannato dal tribunale di Roma per diffamazione ai danni di tre magistrati siciliani per un articolo sull'assoluzione degli imputati del processo sulla latitanza e la mancata cattura a Mezzojuso di Bernardo Provenzan.
Lo rende noto Carlo Arnulfo, legale dei magistrati Mario Fontana, Wilma Mazzara e Annalisa Tesoriere. Il Tribunale ha disposto un risarcimento complessivo di 150 mila euro, riferisce l'avvocato, "una cifra mai vista", sostiene. I tre formavano il collegio della quarta sezione penale - che giudicò gli ex ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia nella persona del super boss e che vennero assolti. Assoluzione che venne confermata anche in appello e dai giudici della Cassazione.
Nell'articolo del 16 ottobre 2016 Travaglio scrisse tra l'altro "ora abbiamo anche la “cluster sentenza” che non si limita a incenerire leaccuse del processo in cui è stata emessa ma, già che c'è, si porta avanti e fulmina anche altri processi, possibilmente scomodi per il potere". Travaglio si riferiva al processo sulla presunta trattativa stato-mafia, attualmente alle battute finali nell’aula bunker di Palermo, che sarebbe stato condizionato da quella sentenza.
ANSA - Mafia: Travaglio condannato per diffamazione a 3 magistrati
Travaglio condannato per diffamazione a 3 magistrati Su processo latitanza Provenzano. Legale,risarcira' 150 mila euro (ANSA) - ROMA, 22 GEN - Il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio e' stato condannato dal Tribunale di Roma per diffamazione ai danni di tre magistrati siciliani per un articolo sull'assoluzione degli imputati del processo sulla latitanza e la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Lo rende noto Carlo Arnulfo, legale dei magistrati Mario Fontana, Wilma Mazzara e Annalisa Tesoriere. Il Tribunale ha disposto una provvisionale di 150 mila euro, riferisce l'avvocato, "una cifra mai vista", sostiene. I tre formavano il collegio - IV Sezione Penale - che giudico' gli ex ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia nella persona del superboss e che vennero assolti.
Nell'articolo del 16 ottobre 2016 Travaglio scrisse tra l'altro "ora abbiamo anche la 'cluster sentenza' che non si limita a incenerire le accuse del processo in cui e' stata emessa ma, gia' che c'e', si porta avanti e fulmina anche altri processi, possibilmente scomodi per il potere". Travaglio si riferiva al processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, attualmente ancora in corso a Palermo, che sarebbe stato condizionato da quella sentenza.(ANSA). LAL 22-GEN-18 20:41 NNNN
La stangata di Tor Pagnotta - La Repubblica
Un terreno agricolo a Tor Pagnotta (valutato 4 milioni di euro) espropriato dal Comune ma pagato (30 milioni di euro) come se fosse edificabile. A denunciare la maxi stangata ai danni del Campidoglio è stato il sindaco Walter Veltroni con un esposto alla Procura. Da due anni, il sostituto procuratore Nicola Maiorano coordina l' inchiesta per truffa, falso in bilancio e violazione della legge finanziaria. Al centro dell' indagine della Guardia di Finanza ci sono gli affari del faccendiere Giovanni Calabrò, soprannominato il "marchese", in passato arrestato per crac finanziari e coinvolto anche dall' indagine sull' immobiliarista Stefano Ricucci. La stangata. La Procura sta anche cercando eventuali talpe e complici all' interno del Campidoglio e della Banca di Roma. L' avvocatura comunale, infatti, contravvenendo alla prassi si sarebbe dimenticata di presentare l' opposizione al decreto ingiuntivo da 30 milioni di euro. Un pignoramento eseguito con una tempistica perfetta. Alle 6,30 del 20 aprile 2004 l' ufficiale giudiziario si è presentato alla Tesoreria comunale, gestita dalla Banca di Roma, e ha eseguito il sequestro trovando disponibilità di cassa grazie ai fondi trasferiti, proprio in quei giorni, dallo Stato. Da qui la denuncia del sindaco Veltroni, alle fine del 2005, per recuperare i 30 milioni di euro. Milioni che però sarebbero finiti in una banca di Lussemburgo. In secondo esposto, presentato dall' avvocato Alessandro Cassiani, il Campidoglio ha chiesto il sequestro dei beni e delle società riconducibili a Calabrò. Provvedimento poi ottenuto dal pm Maiorano. L' esproprio. Al centro del grande imbroglio c' è la disputa decennale nata attorno all' esproprio di dodici ettari a pascolo nella zona di Tor Pagnotta. Qui il Comune progettava di realizzare un deposito dell' Atac e per questa ragione ha avviato nel ' 97 le pratiche per rilevarne la proprietà. Di conseguenza è scattato il ricorso dell' immobiliare Cometa srl amministrata da Eugenio Stura (assistito dall' avvocato Francesca Coppi), proprietaria del terreno, che aveva invece preteso un indennizzo di 65 miliardi di lire. Una richiesta inizialmente riconosciuta (dal Tribunale civile nel ' 97 e nel 2002 dalla Corte d' Appello) ma poi rigettata nel 2005 dalla Cassazione. "Il marchese". Nel frattempo, la Cometa srl cede il credito vantato con il Comune alla Bolton di Calabrò che doveva utilizzarlo per l' acquisire le Terme di Fiuggi. Un' operazione mai andata in porto che ha invece partorito un altro processo per truffa contro Calabrò accusato di essersi impossessato indebitamente dei 30 milioni di euro che aveva poi fatto transitare sulla Calfin e su altre società. Il 24 febbraio 2004, il Tribunale ha dichiarato la nullità del credito vantato dalla Calfin di Calabrò (difeso dagli avvocati Savino Mondello e Carlo Arnulfo) e lo ha condannato a restituire 31 milioni di euro. Dieci giorni prima, il "marchese" era stato arrestato su richiesta della procura di Busto Arsizio che indagava su una serie di società fittizie e sul crac della compagnia aerea "Azzurra Air". Intanto i 30 milioni sottratti dalle casse del Campidoglio venivano messi al sicuro su conti segreti a Lussemburgo. MARINO BISSO
IL TEMPO Vera, due telefonate prima della morte Una superteste accusa il marocchino: mi ha violentato. La Mobile trova la baracca dell'immigrato
La Heinzl era scomparsa da ore quando sono partite le chiamate. La perizia: ha consumato alcool e hashish, poi è annegata
Ma diverse ore dopo l'allarme, il telefono cellulare della giovane tedesca - ritrovata poi senza vita nel Tevere - è stato utilizzato di nuovo. Una, due chiamate dall'apparecchio, effettuate quando già la battuta per rintracciare la ventenne era in pieno svolgimento. Chi ha digitato quei numeri di telefono? La povera Vera Heinzl, ancora in vita? Oppure Nabil, il marocchino che l'ha forse vista per ultimo? Un giallo nel giallo al quale gli investigatori della Squadra Mobile, coordinati da Alberto Intini, potrebbero rispondere a breve. Proprio questo telefonino tedesco agganciato al ripetitore vicino a Ponte Marconi intanto ha guidato i poliziotti fino alla baracca del nordafricano, finalmente individuata ieri pomeriggio sul greto del fiume, a due passi dal lungotevere di Pietrapapa, a breve distanza dal punto dove il 24 agosto venne recuperato il cadavere. La casupola di lamiera è stata scoperta anche grazie al contributo fondamentale della giovane romana di 21 anni che con Nabil passò una notte, circa un mese fa. Non spontaneamente, come si era creduto all'inizio, ma per esservi stata trascinata con la forza dopo esser stata stordita di alcol e hashish. Anzi il particolare nuovo che emerge in queste ore - e che potrebbe essere contestato al marocchino a breve, così aggravando la sua posizione processuale - sarebbe proprio la violenza sessuale subita dalla ragazza romana, ricalcando almeno fino a un certo punto circostanze del tutto simili a quelle della povera Vera Heinzl. Inutile tuttavia la perquisizione della capanna sul fiume e le immersioni dei sommozzatori dei vigili del fuoco alla ricerca del portatile o della borsetta della vittima, che tuttora mancano all'appello. Tornando al nordafricano, rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, Nabil Benyhaya continua a respingere ogni accusa, sia quella di essersi procurato i graffi sul volto durante un'eventuale colluttazione con la ragazza, sia di aver continuato ad avere contatti con Vera fino a notte fonda. Ieri intanto sono stati depositati nelle mani del pm titolare delle indagini i risultati degli esami medico-legali eseguiti dal professor Paolo Arbarello, responsabile dell'istituto di medicina legale dell'università «La Sapienza». Nel corpo di Vera sarebbero state trovate tracce di hashish - la vittima, stando al racconto dell'amica Teresa aveva infatti fumato uno spinello con l'indagato e alcuni suoi connazionali - e una notevole quantità di alcool. Esclusa tuttavia per ora l'ipotesi dell'overdose. Il marocchino, in carcere con le accuse di sequestro di persona e detenzione di sostanze stupefacenti, questa mattina si presenterà di fronte ai giudici del Riesame. In udienza il difensore, l'avvocato Alessio Tranfa, chiederà la scarcerazione sostenendo che non ci sarebbero prove per tenere in cella il nordafricano. Mentre nei prossimi giorni i penalisti che assistono la famiglia della vittima, gli avvocati Carlo Arnulfo e Andrea Manasse, nomineranno un loro consulente.
Toccherà al professor Giovanni Arcudi, dell'Universita di TorVergata, capire come e perché Nabil, il marocchino indagato per l'omicidio della tedesca Vera Heinzl, si sia prodotto una serie di graffi sul volto tra il 19 e il 20 agosto scorso, lo stesso giorno in cui la ragazza non la fatto più rientro nell'istituto di suore dove pernottava. Ieri, infatti, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Maria Giulia De Marco, in sede di incidente probatorio ha concesso al consulente d'ufficio 30 giorni per stabilire e indicare la natura e l'entità delle escoriazioni, le modalità della loro produzione, e se possibile, anche quando il 21enne se l'è procurate. L'esperto, in somma, dovrà pronunciarsi sulla compatibilità o meno delle ferite sul volto del marocchino con l'ipotesi dell'accusa, che l'indagato si sia procurato le escoriazioni in una colluttazione con Vera. Una circostanza sempre smentita dal marocchino che invece sostiene di essersi procurato graffi ed escoriazioni in una caduta sugli scogli ad Ostia.
Ma anche altri periti ieri l'anno avuto incarichi analoghi. Per conto della procura gli accertamenti sono stati affidati a Stefano Moriani, mentre l'avvocato Alessio Tianfa, il difensore del maghrebino che aveva sollecitato l'incidente probatorio, si serviva della consulenza di Stefano De Pasquale Ceratti. All'udienza che si e svolta a porte chiuse a piazzale Clodio alla presenza dello stesso Nadil, c'era anche l’avvocato Andrea Manasse, in rappresentanza del collega Carlo Arnulfo, nominato ieri l’altro, legale della famiglia della vittima. Nei prossimi giorni, anche i rappresentanti della parte offesa nomineranno un loro consulente. Per il resto novità nell’inchiesta potrebbero arrivare dagli accertamenti che la squadra mobile sta conducendo sul telefono cellulare, mai recuperato. Secondo indiscrezioni, l’apparecchio telefonico, dopo la scomparsa di Vera, sarebbe stato collegato a una “cella” del Torrino, in una zona, cioè, molto distante dall’area di Piazza Navona dove la giovane, secondo il racconto del marocchino, si sarebbe intrattenuta con lui, fino alle 4 del 20 agosto scorso. Si è verificata non attendibile, inoltre, la testimonianza di un autista dell’Atac che la notte tra il 19 e il 20 agosto dice di aver visto Nadil e Vera. Raggiunto nei giorni scorsi a Gallipoli, dov’era in vacanza, la testimonianza non ha convinto gli agenti della squadra mobile della questura di Roma: perché la descrizione della giovane non assomiglia a Vera. Mentre si è appreso l’atro ieri che durante il suo primo interrogatorio Nadil avrebbe detto che Vera poco prima di salutarla la notte del 19, avrebbe accusato un malore
Davide Sfragano