Ora che ci penso a Roma non ho comprato nulla delle solite minchiate, alla fine mi dicevo che non serviva tanto ci sarei tornata. Ne ero proprio convinta, in un certo senso lo sono ancora. Penso di avere i biglietti elettronici delle mostre e del concerto, ma da tenere in mano non ho preso nulla né a me né agli altri. È che la trovo ormai una cosa molto provinciale comprare le solite fesserie per turisti sia per me che per gli altri, tanto meno per una città a cinque ore di treno se parto da questo cucuzzolo di montagna. Non è che sia tutta questa specialità, poi appunto mi dicevo che ci tornerò, che proverò a viverla per un po', almeno quel tanto che mi permette di realizzare il sogno di una vita ovvero vivere nelle possibilità. Ieri però nel movimento di ‘trasporto roba dalla stanza vecchia a quella nuova’, spostando il comodino della vecchia stanza ho trovato uno scontrino della Feltrinelli. Avevo dimenticato di averlo conservato, e nel ritrovarlo ho ricordato il motivo per il quale l'ho conservato e cioè tanto per ricordare che sono entrata alla Feltrinelli vicino a piazza della Repubblica a Roma. A volte faccio di queste cose, ad esempio conservo il biglietto di un autobus o di un treno, se sono in cartoncino, magari li uso come segnalibri allora ogni tanto l'occhio si posa lì, legge la data e penso: giorno tot alle ore tot ho preso questo treno. Non che per me abbia chissà quale significato dato che non ricordo molto e quello che ricordo è sempre molto sfilacciato ed emotivamente distante, però è bello ogni tanto avere questa sorta di promemoria che ti dice che tale giorno a tale ora hai fatto questa cosa. E alla fine quello scontrino è un po' la stessa cosa, giorno tot alle ore tot sono entrata alla feltrinelli di Roma per questo motivo. Il motivo non si dice, lo conservo dentro me con la speranza e assieme il timore di dimenticarlo.
È che non pensavo che Roma fosse così importante. Cioè, sapevo che era più un modo per chiudere i conti col passato realizzando questo desiderio che era più diventato una questione di principio che un vero e proprio desiderio, ma che potesse avere la funzione di punto e accapo non me lo aspettavo. Credo che appunto il vivere nel possibile, nell'accessibilità mi ha fatto pensare una cosa come: ma allora è qualcosa che esiste, qualcosa che posso sperimentare anche io. Finalmente non c'era alcuna negazione e alcuna restrizione se non la mancanza di tempo e la mancanza di energie – ed il primo giorno un umore molto basso. Se volevi fare qualcosa ti bastava cercare dove era, prenotare se era preferibile la prenotazione, vedere quale fermata bus o metro c'era vicino e andare. Tutto qua. Giù in paese invece qualsiasi cosa dovevi fare te la dovevi studiare in qualche modo, niente trasporti, nessun evento in particolare, niente arte, niente iniziative. Solo ristrettezze, solo impossibilità. Per una allora che non ha mai visto altro che negazione, privazione, andare in un posto dove c'è il possibile è qualcosa di catartico. Ovviamente, come insegna il capitalismo, per vivere nel possibile devi avere potere acquisto – benvenuti nel deserto del reale.

















