Storia di una metamorfosi: O' Catuozzo
Questa storia inizia qualche mese fa o qualche secolo fa, fate voi.
Quando nello scorso marzo decido di tagliare un piccolo bosco con mio padre ho le idee chiare fin da subito di cosa fare con quel legno: farne carbone con il vecchio metodo del catuozzo, la carbonaia. Un metodo antichissimo, tramandato di generazione in generazione per chissà quanti secoli e che giunto a mio nonno e alla sua generazione si è abbandonato.
Una follia.
Un metodo anacronistico di produzione in un luogo, seppur bellissimo ma difficilmente accessibile, come gli Antichi Mulini, in estate tempo di mare e vacanze, con l'intenzione di coinvolgere dei giovani per una settimana in tenda. Una summer school “boscaiola” di un sapere ormai scomparso con la pretesa di voler affrontare anche discorsi teorici rispetto a nuovi modelli di sviluppo del territorio con al centro il valore della ruralità e dell'innovazione sociale grazie alla collaborazione con l'Accademia Mediterranea del Societing.
Una vera follia.
Domenica 19 agosto arrivano a Calvanico, il mio paesino alle pendici dei Monti Picentini, un gruppo di ragazzi e ragazze con zaini e tende. Si accampano presso gli Antichi Mulini. Sono curiosi e pieni di energia. Sono l'avamposto della forza e del coraggio di chi vede oltre. Di chi vede in una follia una speranza.
E' così che il lunedì mattina accolgono l'arrivo del maestro Boscaiolo e Cravunaro (carbonaio) con un silenzio quasi scolastico. Giuseppe Erra, Zi Peppe o Scescuo è, fuor di retorica, uno degli ultimi boscaioli di questi monti in quanto diretto testimone di un mondo scomparso, fatto di asce per abbattere gli alberi, di lunghissime seghe a mano per ricavare dai tronchi le assi, di pagliai dove si dormiva per mesi, di quintali e quintali di carboni portati giù dai monti coi muli dopo estenuanti mesi a cuocere catuozzi. E' il nostro maestro del bosco, della terra e del fuoco. Trova la legna già pronta e tagliata, i nostri occhi che lo seguono in ogni attimo, le nostre mani al suo servizio. Ha visto 86 anni passare tra le sue di mani, ma la sua forza e la sua volontà è ben aldilà di ogni nostra e vostra immaginazione.
O Catuozzo è comme a nu cristiane: a vocca, o piette, e custate, e rine. E' un essere vivente, una creatura la carbonaia: la bocca, il petto, le costole, la schiena. La prima cosa a prendere forma è proprio la bocca, il camino, il cratere dove tutto inizia, dove la brace ardente che si getterà per l'accensione provecherà l'alchimia della combustione e della carbonizzazione.
La colonna vuota che s'innalza fa da portante ai primi giri di legna e il gioco della costruzione inizia ad apparire una danza. Tutti vi partecipiamo. La voce di Zi Pepp ci ricorda il lavoro e l'arte e quindi: i pezzi piccoli davanti, o piette, i tronchi più spessi dietro, e rine , a fortezze ro Catuozzo. Completata la catasta il gioco sembra quasi infantile.
Ma il compiacimento dura poco e si inizia la copertura: rami e felci e poi a fronna, il fogliame di sottobosco. L'ultima copertura di questo scrigno sono le zolle alla base e la terra a coprire.
Una montagna di terra con un bocca, un cratere: un vulcano. Il fuoco lo si accende a fianco e la brace va versata nel cratere. A riempire la grande bocca, sopra la brace versata, piccoli pezzi di legno lunghi quanto un palmo, e piveze. Il Catuozzo inizia a vivere, a respirare, Il suo è un lungo respiro di fumo. Ora aspettiamo che questo fumo prenda corpo e inizi a sbuffare, come una locomotiva. E' il segno che la combustione è partita. Si ridà a mangiare, si “governa” come si fa con gli animali, e si chiude la bocca con un coperchio. Questa operazione si ripete più volte solo nei primi due giorni.
Creata la creatura, ora siamo lì tutti ad ammirarne la vita. Ora va vegliata, giorno e notte. Governata e sorvegliata. O Catuozzo tene nguorpe o fuoco, o diavole (la carbonaia ha dentro di se il fuoco, il diavolo). O Cravunaro è chiuù diavole ro diavole perchè lo domina, lo governa.
Una settimana, un'intera settimana e al centro di tutto o' Catuozzo. Ma il tempo per vivere quel luogo, gli Antichi Mulini e il bosco rigoglioso che ci circonda non manca. Lo facciamo proprio con Zi Pepp. E in quel bosco risuona una voce antica, rivive una luce vera nei suoi occhi vivi. La fatica di un'ascia riaffora in quei ricordi, usi e modi di un lavoro ormai scomparso. Il bosco ha smesso di dare vita, ha smesso di essere una risorsa. Oggi è solo un costo, un immenso costo. Gli elicotteri sorvolano le nostre teste per molti giorni in questa settimana. Gli incendi devastano ettari ed ettari di macchia mediterranea anche sui monti che ci fanno da corollario su per la valle. Gli antichi boscaioli vivevano il bosco sempre. E il bosco dava sempre loro qualcosa. Quintali e quintali di legna secca, caduta a terra dalla naturale evoluzione delle ceppaie, il solo raccoglierla e portarla a valle produceva due effetti positivi: evitare di tagliare alberi per il fabbisogno quotidiano di legna e mantenere pulito il sottobosco così da limitare al minimo il rischio di incendi. Facciamo anche noi lo stesso: durante tutta la settimana l'intero fabbisogno di legna per i falò notturni, il forno, il barbecue viene coperto interamente dalla legna secca che raccogliamo nei boschi circostanti.
I fuochi notturni sono il punto di massima di ogni nostra giornata di lavoro, il ritrovo naturale di una comunità che va formandosi in questo sperduto bosco del Sud, il luogo dove nascono profondissime discussioni rispetto alle tematiche che decidiamo di affrontare in questo percorso di studio e ricerca tra mens et manus. Nel buio della notte e sotto un manto di stelle ci presentiamo, parliamo di noi e di ciò che pensiamo, ci guardiamo negli occhi con in faccia il riflesso del fuoco. Affrontiamo gli stimoli di riflessione di un percorso di studio della Societing Summer School che è stato definito “Glocal Solutions”.
Accogliamo intorno al falò anche i nostri compari cilentani che ci hanno onorato della loro presenza martedì 21: Antonio Pellegrino della Proloco di Caselle in Pittari che ci parla della stupenda esperienza di #Campdigrano e Angelo Avagliano della Tempa del Fico che ha riportato in questi vecchi mulini in disuso da quasi un secolo la sua farina di Carosella e Saragolla coltivata e macinata a Pruno di Laurino in Cilento. Farina che trasformiamo in pane durante il giorno, con un vero e proprio corso di panificazione con il lievito madre.
La cucina, il forno, i pranzi e le cene condivise occupano uno spazio di primordine nel tempo trascorso insieme durante questa settimana. Ogni momento diviene allo stesso tempo motivo di condivisione del lavoro e di apprendimento reciproco. La cucina di mamma Anna, in particolare, è di una semplicità antica: pasta fatta in casa con l'ottima farina di Saragolla di Angelo Avagliano sapientemente cavata per i cavatielli o stesa per le lagane coi ceci. E ancora le verdure di stagione nel solco della genuità contadina di questi territori: peperoni arrostini, zucchine alla scapece, melenzane allardate. Ad arricchire la nostra dieta i salumi di un maiale nero macellato secondo la tradizione nell'inverno precedente. E a corollario di ogni cena e pranzo l'insalata di pomodori dell'orto con il pane a freselle da noi sfornato. Tripudi di sapori autentici ancor più apprezzati dopo aver faticato.
La fatica non è mancata durante l'intera settima: ogni spazio vuoto riempito con lavori piccoli e grandi del bosco e della casa: dalla legna secca portata a valle alla raccolta delle mele di un'antica varietà, lavate e tagliate a mano per ricavarne il sidro. E nonna Brigida che ci svela la sua preziosa ricetta del croccante di nocciole, della varietà Tonda di Giffoni, coltivate e raccolte dei nostri noccioleti calvanicesi.
Ad una ad una, le nocciole, sgusciate a mano, poi tostate e pestate per poi essere ammalgamante con lo zucchero caramellato così da regalarci un morbido e profumatissimo croccante.
Un lavoro reso leggero dalla compagnia, talvolta dal suono della tammorra. Della tammorra, poi, abbiamo avuto l'onore di ospitare uno dei più grandi interpreti, giovedì 23, con una grandiosa festa notturna attorno al fuoco: il maestro Marcello Colasurdo.
I suoi canti in quel bosco a rievocare antiche voci di fatiche e nuovi suoni di speranza. La sua immensa umanità e il suo sorriso avvolgente, egli sa rendere omaggio alla nostra storia e alla nostra speranza.
Con Marcello Colasurdo giovedì sera arrivano anche tutti i ragazzi della Societing Summer School che si sta svolgendo parallelamente a Cava de Tirreni presso l'Ostello Borgo Scacciaventi. Arrivano a Calvanico con il mitico autobus di Nino Galdieri, un grande amico che rende possibile con estrema semplicità ciò che non lo è affatto. Li accolgo al castagneto e li accompagno ai Mulini attraverso un breve sentiero a piedi. Attraversano così il bosco anche loro, e come noi durante quei giorni, raccolgono la legna secca che trovano per strada portandola ai Mulini per il fuoco notturno. Fanno anche loro la conoscenza della carbonaia, accesa e fumante già da 4 giorni. Trascorreranno la notte ai mulini dopo aver danzato sulla voce e la tammorra di Marcello, intorno al fuoco generoso del bosco.
Intanto o Catuozzo coce (la carbonaia continua la cottura). Zi Pepp il secondo giorno inizia a fare dei fori, dall'alto e dai fianchi, dove il fumo sbuffa impetuoso, inizialmente bianco e grigiasto per poi schirirsi e divenire azzurro, viola. E' questo il segno che in quel punto la legna è carbonizzata, così che si procede a praticare altri fori più in basso.
Di giorno la presenza del maestro Boscaiolo ci rende tranquilli, ma la notte vegliare il nostro vulcano diventa un'impresa. Il fumo è molto più impetuoso, Zi Pepp ci ha insegnato che di notte la combustione è molto più veloce, e può capitare quindi di vedere dai fori venir fuori del fuoco. La nostra inesperienza ci rende insicuri. Tappiamo i buchi dove il fuoco ci pare avanzare. Ricacciare le fiamme è il principale compito del carbonaio vegliante, la combustione potrebbe essere totale e la catasta si tramuterebbe in un gran cumulo di cenere. Si dorme poco, si fanno dei turni. Le ultime sere sono le più dure.
Troviamo però una di queste notti, grazie a mio padre Gerardo che ci sostituisce nella veglia, anche il tempo per conquistare una vetta: è il Pizzo San Michele, che sovrasta il paesino di Calvanico: 1550 m e un panorama mozzafiato: dall'irpinIia al Golfo di Napoli, a quello di Salerno fin giù al Cilento!
I giorni passano e giunti a venerdì 24 sera è tempo di spegnere il Catuozzo per poi la mattina seguente aprirlo e tirare fuori il risultato. Zi Pepp con maestria tira giù piano la terra ormai cotta e incandescente, tanto da sembrar liquida e subito ricopre con nuova terra fresca. E' un lavoro rischioso e complicato. I carboni ardenti non debbono ossigenarsi, posso incendiarsi. Ci aiuta la vicinanza all'acqua ma il rischio è pur sempre alto.
La mattina seguente, ed è sabato 25 agosto, siamo tutti lì assepiati di buon mattino attorno al Catuozzo. Zi Pepp come ogni mattina è arrivato di buon'ora e sa che è il giorno del disvelamento, dell'epifania di questa metamorfosi avvenuta: dal legno al carbone. La pala colpisce sicura le fiancate del cumulo molto più piccolo di quant'era sette giorni fa. Il mistero si svela: i carboni sembrano risplendere sotto la terra.
La preziosa materia tanto agognata, pane per i vecchi carbonai, per noi orgoglio e speranza. Distesi per terra e separati dalla terra, i carboni hanno le stesse sembianze del legno, ne conservano forme e fatture, ma pesano ben un quinto della metria iniziale e soprattutto risplendono di un'azzurro violaceo, di una luce di nuova armonia. La stessa luce splende negli occhi di chi condivide quel momento, tanti e tutti giovani, anche chi non lo è più all'anagrafe. Poichè quel momento rimanda ad un momento vecchio e nuovo, ad un tempo di rinascita.
Ciò che è accaduto in questa piccola valle del Sud segna una tappa di un nuovo cammino. Un percorso iniziato dall'incontro di energie, di nuove menti e vecchie mani che vogliono fondersi e trovare una nuova via col faber e col sapiens. Un percorso che passa per OpenBosco, Campdigrano e tanti motivi d'incontro di studio e lavoro.
Un percorso iniziato qualche mese fa o qualche secolo fa, fate voi.
Dire grazie, provare riconoscenza, sono sentimenti dell'animo doverosi e necessari.
Perciò dico Grazie per ciò che è stato a Carmine Landi, che fin dall'inizio ha condiviso questa follia ed è stato compartecipe in tutto ciò che è stato realizzato. Dico Grazie alla sua famiglia, nonna Brigida e mamma Silvia, sempre presenti nel lavoro e nella paziente sopportazione. Dico Grazie allo zio Francesco Maiellaro, colui che rende possibile trasformare i sogni in realtà. Dico Grazie a Giuseppe Erra, Zi Pepp, vero maestro e giovane tra i giovani, Boscaiolo vero di una terra che ha dimenticato i suoi figli. Dico grazie a suo nipote Giuliano che ha risposto alla nostra chiamata con un si incondizionato e generoso. Dico Grazie a Gennaro Fontanarosa, vero amico onnipresente, sempre pronto nella buona e nella cattiva sorte a condividere le fatiche e le gioie di questo percorso. Dico Grazie ai pugliesi Anita Defelice e Daniele Pignasmile che dal #Campdigrano mi hanno seguito in quest'avventura e hanno dato oltre ogni umana generosità senza limiti tutto il loro se anche in questa avventura. Dico Grazie a Cristina, che ha avuto il coraggio di unirsi a noi e costruire con noi tanta bellezza. Dico Grazie ai ragazzi di Calvanico che hanno risposto al mio invito e che si sono resi pronti al servizio in ogni occasione. Dico Grazie a Francesco e Andrea che rispettivamente con foto e video il primo e con strambe ma profonde riflessioni il secondo hanno dato un validissimo apporto allla continua nostra crescita insieme. Dico Grazie ad Alfonso Tortora un grande professionista che ha fissato nella storia le immagini e i suoni di questa nostra storia e al suo piccolo Francesco, mascotte e protagonista delle belle conversazioni giornaliere. Dico Grazie a Jacopo Guedado e Aura Mele, tanto intrepidi da restare a dormire con noi senza sacco a pelo, capaci di contaminarci della loro intelligenza e bellezza. Dico Grazie a Giuseppe Jepis Rivello, Giuseppe Fiscina, Antonio e Rossella Torre fratelli cilentani che ci hanno onorato con la loro presenza e il loro aiuto negli ultimi giorni facendoci sentire il legame di una terra forte come il sangue. Dico Grazie a Giovanni Galdieri di DuegiSport che con la sua professionalità, il suo sostegno (le tende montate e prestate per l'occasione) e l'immensa generosa amicizia che solo poco uomini ancora sanno esprimere in maniera tanto incondizionata. Dico Grazie ad Alex Giordano, che ha creduto in questa follia e ci ha stimolato ad andare avanti dandoci il sostegno della Societing Summer School. Dico Grazie, infine, alla radici che mi sostengono, alla mia famiglia e alla mia bella compagna: infaticabili, instancabili, di cui ho approfittato enormemente in questi giorni, senza i quali molte delle cose realizzate non sarebbero state affatto possibili: mio padre Gerardo, mia mamma Anna, mia sorella Mariangelica, mio fratello Manuel Antonio, la mia bella Sandybel.








