Le morti inutili.
Seduto su una pietra nel “ghiaione dei bosniaci” (sul lato nord del monte Cauriol) fumo un mezzo toscano. Ho il fiato corto. Non sono più abituato alle camminate a 2000 metri di quota.
Tra il 1916 e il 1917 quei luoghi furono uno dei teatri più sanguinosi della prima guerra mondiale. Gli Alpini del battaglione Feltre conquistarono la cima del Cauriol, che all’epoca era un avamposto dell’impero austro-ungarico, e la mantennero per un anno e mezzo fino alla disfatta di Caporetto.
Morirono più di 15.000 soldati tra italiani e austriaci. Un sacrificio inutile, come sempre accade nelle guerre. Un sacrificio che lo Stato Maggiore dell’esercito italiano non seppe neppure sfruttare a proprio vantaggio.
Morti per niente, per un ideale di patria tradito e fasullo. Morti in anonimato e dimenticati anche da coloro che li mandarono a morire. Ci furono innumerevoli atti di coraggio e di eroismo. Ci furono piccoli gesti di umanità che rischiararono il buio dell’orrore bellico e gesti estremi di amicizia e solidarietà che riscattarono la dignità di due popoli uccisi dai loro stessi Stati.
L’episodio più abominevole accadde nel lato austriaco. Una compagnia di soldati bosniaci fu oggetto di insulti e di scherno da parte dei loro commilitoni austriaci. Venivano accusati di essere dei pavidi. Lo scontro degenerò e indignò gli alti ufficiali bosniaci: decisero perciò di dimostrare in modo eclatante che anche le loro truppe sapevano immolarsi per l’impero come qualunque altro soldato austro-ungarico. Vennero distribuite generose quantità di schnaps e in stato di ebbrezza la fanteria bosniaca venne mandata all’assalto delle posizioni italiane arroccate in cima al ghiaione nord, sotto il fuoco incrociato delle mitragliatrici dal quale non avevano scampo. Morirono tutti, macellati di proposito dai loro ufficiali. Morirono in nome di un concetto mostruoso di onore e orgoglio patrio.
Da allora quel luogo fu chiamato “ghiaione dei bosniaci”.
Sono riparato dal vento e il fumo del mio sigaro mi circonda. A poco a poco mi accorgo che ogni boccata si trasforma in una figura vagamente umana.
Sono loro. Sono i morti del Cauriol che nessuno ricorda più. Vite perse tra la neve, vite volate via nell’aria. Un numero tale che è quasi impossibile da pensare. Si vestono del mio fumo e poi si dissolvono di nuovo nell’oblio.
(Luglio 1995)
















