La digerirete, dice Bersani
Siete pronti?!?!
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La digerirete, dice Bersani
Siete pronti?!?!
Henry Nowak aveva 18 anni, una famiglia, dei sogni e un futuro davanti a sé. Oggi è solo un altro nome che si aggiunge ad una lunga lista di giovani europei che non potranno più vivere la vita che avevano immaginato.
Una storia che è venuta alla luce in questi giorni solo perché sono stati diffusi i filmati delle “bodycam” e si è arrivati, a distanza di 6 mesi dall’accaduto, ad una sentenza di condanna.
Ridurre casi come questo a un semplice problema di ordine pubblico significa non voler guardare il quadro generale. La questione - infatti - riguarda la salute dell’Europa, un continente che per secoli è stato costruito da popoli, culture, tradizioni e identità precise, e che oggi è incapace perfino di difendere sé stesso e i propri figli. Il Regno Unito, da questo punto di vista, pare un terreno sperimentale del più feroce progressismo anti europeo: è bene sottolineare che la polizia ha arrestato Henry dando per assodate immediatamente le accuse di “razzismo” che il sik omicida avrebbe addotto in sua difesa, ammanettandolo a terra senza credere alle sue grida di aiuto, in quanto gravemente ferito.
Ogni volta che una tragedia come questa colpisce una famiglia europea, ci viene detto dai paladini dell’informazione di considerarla un fatto isolato: ma i fatti isolati, quando si ripetono in decine di città e in diversi Paesi, finiscono per raccontare una tendenza.
Una tendenza che continua a crescere e a farsi sempre più presente nella nostra quotidianità: Tommie Lindh in Svezia, Thomas a Crepol, Lola a Parigi e molti altri fratelli e sorelle che sono caduti per colpa di chi ha svenduto la nostra terra alla “società aperta”.
Ricordare Henry, e tutti gli altri ragazzi caduti, significa lottare per un’Europa che sopravviva oltre il mercato e un generico spazio geografico, consapevole delle proprie radici, della propria storia e della propria civiltà. Perché nessun popolo può avere un futuro se smette di difendere ciò che lo rende tale.
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Hoara Borselli
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