La donna dal guanto nero scomparve dietro la curva camminando a testa bassa, senza dire parola. Si era lasciata da tempo alle spalle i bisbiglii della gente e gli sguardi pieni di disgusto e perplessità, ma a quanto pare non era abbastanza lontana. Sentiva ancora un peso sul petto; il peso del giudizio, che non la lasciava respirare e parlare, così continuava semplicemente ad andare avanti con lo sguardo vuoto, privo di qualunque umanità. Camminava con passo lento e pesante, senza incrociare gli sguardi degli sconosciuti, per paura che vedessero l'unica cosa che in quel momento l'avrebbe distinta da un robot senza emozioni o pensieri; le lacrime. Continuavano a scendere senza controllo lungo il suo bellissimo viso, che proprio quella mattina aveva fissato allo specchio per ore prima di riuscire a truccarsi, prima di riuscire a rendersi realmente conto per cosa si stava preparando. Aveva indossato quel lungo abito nero di raso che lei amava tanto e che, a detta degli altri, la faceva sembrare un bellissimo angelo nero. Mai descrizione fu più adatta per l'occasione per il quale lo stava mettendo, aveva pensato con una piccola nota di sarcasmo mentre lo guardava disteso sul letto accanto ad una piccola pochette anch'essa nera. Da quel punto in poi i ricordi erano offuscati, aveva fatto tutto senza pensarci troppo: si era messa il vestito, le scarpe nere lucide con il tacco appena accennato, si era preparata la colazione scoprendo subito dopo di avere lo stomaco completamente chiuso, poi l'acconciatura ed il trucco durante i quali aveva cercato di guardarsi il meno possibile allo specchio, indugiando un secondo su quel rossetto rosso fuoco che lui amava tanto; decidendo poi di mettere un colore più neutro con il quale passare inosservata. In fine, i guanti di pizzo nero.