“ Alcuni anni fa Roberto Benigni girava l’Italia con uno dei suoi indimenticabili Tuttobenigni. Era quasi alla fine di una lunga tournée. Lo spettacolo, dopo tante repliche, aveva raggiunto la perfezione: garantiva quasi due ore di risate continue. Un bel giorno Benigni accettò di recitare alla Festa nazionale dell’Unità. Salì sul palcoscenico e si vide davanti una folla spropositata, che arrivava fino allo svincolo autostradale. Vedeva migliaia di teste nella nebbiolina accesa sotto i lampioni lontani. Ebbe un tuffo al cuore che gli fece perdere la sensibilità della pelle e dei muscoli.
Malgrado lo spavento cominciò a recitare come aveva sempre fatto (o almeno così credeva), sbracciandosi e rimbalzando sulla pedana un po’ più del solito. Il successo fu straordinario, memorabile. Ma quando finalmente Benigni, dopo i bis, uscì di scena, si rese conto che lo spettacolo non era durato più di un’ora. Non aveva tagliato neanche una battuta eppure, senza accorgersene, era arrivato quasi a dimezzare la durata dell’esibizione. Evidentemente aveva recitato a un ritmo forsennato, trinciando le battute e abbreviando le frasi.
Niente virgole e punti e virgola, era andato avanti a colpi di punti e a capo. Invece del fioretto aveva usato il cannone.
Ogni serata, in misura diversa, richiede e implica da parte del comico la capacità di creare un tono. Sarà poi questo tono che detterà la forma dell’improvvisazione. Eduardo De Filippo diceva che l’attore deve sempre guardare con un occhio il pubblico e gli deve porgere una sola mano, altrimenti «…ti tira giù!». Vale a dire che il comico recita e nello stesso tempo studia il pubblico per regolarsi, per eventualmente modificarsi. E vale a dire anche che non deve rincorrere le risate, la cui ingordigia fa perdere all’attore ogni controllo drammaturgico. Il vero segreto della comicità sta infatti nel nascondere l’intenzione di suscitare ilarità. “
Vincenzo Cerami, Consigli a un giovane scrittore. Narrativa, cinema, teatro, radio, Garzanti, 2002; pp. 175-176.