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Introducing Social and Culture Gallery
Introducing Social and Culture Gallery at Sawidji Studio. This is a category that is born out of relevance. One that connects art towards a community purpose, very meaningful to apply today.
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how would i begin to describe these works to visually impaired that have access to technology where they’re able to be present with these mobile devices and sorts... 🤯
Fortuity (2018)
Context is king. (And birds love bread)
Jake Francis official site/shite
Simon Starling. Rescued Rhododendrons. 1999
The outcast rhododendron is the subject of Simon Starling’s photograph series ‘7 Rhododendron ponticum plants rescued from Elrick Hill, Scotland and transported to Parque Los Alcornocales, Spain from where they were introduced into cultivation in 1763 by Claes Alstroemer’. The title of the work echoes the taxonomic approach of the Scottish government, that has designated various ‘pure zones’ where only plant species that are originally Scottish are allowed to grow.
The rhododendron was already brought to Scotland in 1763, but since it is originally a Spanish plant, it must be eradicated. This ‘deglobalizing’ politics is brutally executed, by removing and destroying all rhododendrons on Scottish territory.
Simon Starling made a journey by car from Scotland to Spain to transport the rhododendron plants back to their original habitat. The stages of this journey are systematically documented by photographing a careful arrangement of the plants lit by two spot lamps. His car and other objects that are part of the journey are included in the frame.
The work does not simply act against the ‘deglobalizing’ politics of the Scottish government. It emphasizes the travelling of plant species and living organism, regardless of national borders. The question of what is natural all depends on the perspective that is taken. What do borders mean in a ‘globalized’ world? Did our planet used to be ‘more natural’ a few centuries ago?
© Henry Mandell
Conflict Kitchen: ricette per un'arte politica
Artbasel, Artissima, Arco, Artbasel Miami e Hong Kong, e poi SP Arte, Miart e chi più ne ha più ne metta. Ci sono appuntamenti immancabili nel patinato mondo dell'arte contemporanea, e saltarne anche solo uno è considerato alla stregua di un crimine contro l'umanità. Ne va della credibilità del sistema. Visto e considerato quindi, che per partecipare concretamente al mantenimento in salute del sistema dell'arte pare sia indispensabile viaggiare, il consiglio è di andare negli Stati Uniti.
Addentrandosi nel centro della Pennsylvania si arriva nella città di Pittsburgh dove dal 2010 è stato aperto Conflict Kitchen, un bizzarro ristorante take-away, che propone menu di piatti tipici provenienti esclusivamente dai Paesi con i quali gli Stati Uniti sono in conflitto. Il progetto, che non ha mancato di suscitare qualche polemica, è guidato dall'artista e storico dell'arte Jon Rubin e da Dawn Weleski, dal direttore culinario Robert Sayre, dal grafico Brett Yasko e dall'artista Blaine Siegel. Non si tratta solamente di proporre agli avventori un repertorio di cibi e bevande da consumare in compagnia, quanto piuttosto di una vera e propria operazione artistica e politica.
Il menu all'ordine del giorno, e proposto dalla fine del 2014, è dedicato alla Palestina. Nei mesi che hanno preceduto l'apertura della stagione, il collettivo e il suo staff di volontari hanno intervistato la minoranza palestinese di Pittsburgh e successivamente si sono recati nei territori palestinesi. Il risultato di questi incontri è un'operazione artistica quantomeno fuori dagli schemi, e che forse non manca di strizzare un occhio a quello che Gordon Matta-Clark fece a Soho con il suo ristorante sociale Food. Si tratta un organismo complesso, vivo, creato dal collettivo di artisti, ma che vive solo ed esclusivamente grazie alla partecipazione attiva e diretta del pubblico. Non solo cibo dunque: le pietanze sono servite con un depliant che – attraverso una grafica che richiama i motivi decorativi tipici dell'arte locale – riporta le interviste che Conflict Kitchen ha realizzato sui temi culturali, religiosi e politici con i cittadini palestinesi. Negli spazi del ristorante vengono organizzate letture, interviste, proiezioni di documentari e tavole rotonde su tematiche critiche legate alla condizione sociale, economica e politica del territorio preso in esame. In questo tipo di operazioni – complesse e difficilmente etichettabili – il ruolo del pubblico diventa centrale: l'artista non è il genio demiurgo in grado di creare una nuova realtà che lo spettatore è invitato a contemplare, ma al contrario il suo ruolo è quello di organizzatore, di catalizzatore di energie che vengono incanalate in attività di gruppo. Attraverso la creazione di un clima conviviale e di sistemi di socializzazione, Conflict Kitchen crea una comunità temporanea che entra in contatto, prima di tutto grazie al cibo, con realtà che la cultura dominante e la propaganda governativa frequentemente dipingono come minacciose.
La portata attivista di un progetto artistico come questo è innegabile, ma è comunque necessario ricordare che l'intento non è quello di dare una ricetta inconfutabile, quanto piuttosto gli ingredienti che ogni singolo palato dovrà imparare a conoscere. L'obiettivo di Conflict Kitchen è provocare la curiosità, l'apertura verso il diverso, una maggiore consapevolezza e un senso di responsabilità del singolo nei confronti del suo prossimo.
Il discorso, che potrebbe prestare il fianco a qualche cinica osservazione sull'utopia, in realtà è molto più pragmatico di quanto non sembri: quello che l'attivismo di Conflict Kitchen ci dice non è che dobbiamo cambiare il mondo nella sua interezza, ma che è necessario vivere nel mondo con coscienza e spirito critico, per poter poi giudicare quale ruolo vogliamo avere in esso.
E quale metodo migliore per conoscere i nostri sconosciuti compagni di viaggio, se non sederci ad ascoltare le loro storie sorseggiando un karkadè e spizzicando qualche falafel?