La natura profonda dello Spirito che si sente infinito e libero, sempre di là da se stesso, sempre di là da ogni forma e grandezza che trovi in sé o fuori di sé, e riluce nella “pazzia” di costoro che senza uno scopo, senza una ragione, si lanciano fra vette e crepacci con una volontà che si impone alla fatica, alla voce dell’istinto animale di prudenza e conservazione.
Sentirsi lasciati a se stessi, senza aiuto, senza scampo, vesiti soltanto della propria forza e della propria debolezza, senza altro che sé a cui chiedere, e portarsi avanti di roccia in roccia, di appiglio in appiglio, inflessibilmente, per ore, e il senso dell’altezza e del pericolo imminente, inebriante, e il senso della solitudine solare, e il senso di indicibile liberazione e il respiro cosmico alla fine, all’attingere le vette, quando la lotta è vinta, l’affanno domato e si schiudono orizzonti voraginosi di centinaia di chilometri - tutto più in basso di noi - in ciò vi è veramente una catarsi, uno svegliarsi, un rinascere in qualcosa di trascendente, di divino.
Julius Evola - Meditazioni delle Vette: Scritti sulla montagna 1927-1959















