D. Lothrop & Co.'s Wide Awake Banyland (color lithograph), D.F. Wallace of Cortland, New York, ca. 1885.

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D. Lothrop & Co.'s Wide Awake Banyland (color lithograph), D.F. Wallace of Cortland, New York, ca. 1885.
Alles is groen
Ze zegt dat het haar niet kan schelen of je me gelooft of niet, het is toch de waarheid, geloof maar zelf wat je wilt. Het is dus zeker dat ze liegt. Als het de waarheid is, dan gaat ze uit d'r bol om ervoor te zorgen dat je haar gelooft. Ik ben dus wel zeker.
Ze steekt op en kijkt van me weg, met haar opgestoken sigaret, door een nat raam en ik voel niet aan wat ik zeggen moet.
Ik zeg Mayfly ik kan niet voelen wat te zeggen of te doen of je nog te geloven. Maar er is iets wat ik weet. Ik weet dat ik ouder ben en jij niet. En ik geef je alles wat ik te geven heb, met mijn handen en mijn hart, allebei. Alles dat ik in me heb, heb ik aan jou gegeeft. Ik heb alles onder controle en werk braaf elke dag. Jij bent voor mij de reden dat ik doe wat ik doe. Ik heb geprobeerd om je een thuis te geven, waar je in wonen kunt, en om er iets moois van te maken.
Ik steek zelf op en gooi de lucifer in de gootsteen bij andere lucifers en borden en een sponsje en meer van dat soort dingen.
Ik zeg Mayfly, mijn hart is voor jou al de halve wereld afgereisd, maar ik ben achtenveertig jaar oud. Het is tijd geworden dat ik me niet meer laat voortdrijven. Ik moet de tijd die mij nog rest gebruiken om alles in orde te brengen. Ik moet proberen te voelen hoezeer ik dat nodig heb. Ik heb noden die zelf jij niet meer kunt zien, omdat zoveel van je eigen noden in de weg zitten.
Ze zegt niets en ik kijk naar haar raam en ik kan voelen dat ze weet dat ik ervan weet, en ze gaat anders zitten op de ligbank. Ze trekt haar benen onder zich op, in een shortje.
Ik zeg het maakt echt niet uit wat ik gezien heb of denk dat ik gezien heb. Daar gaat het niet meer over. Ik weet dat ik ouder ben, en jij niet. Maar nu heb ik het gevoel dat alles van mij in jou gaat en er niets van jou terugkomt.
D'r haar staat omhoog met een baret en pins en haar kin ligt in haar hand, het is vroeg, zij ziet eruit alsof ze wegdroomt bij het zuivere licht door het natte raam boven mijn ligbank.
Alles is groen, zegt ze. Kijk, hoe groen het allemaal is, Mitch. Hoe kun je zeggen wat je zegt dat je voelt als alles buiten zo groen is als het is.
De raam boven de gootsteen van mijn kitchenette is schoongewassen van de zware regen gisterenavond en het is een ochtend met een zon, het is nog vroeg en buiten is het één groene rommelhoop. De bomen zijn groen en wat gras voorbij de verkeersdrempel is groen en afgeknipt. Maar alles is niet groen. De andere woonwagens zijn niet groen en mijn kaarttafel met putjes in lijnen en blikjes en peuken zwemmend in de asbak is niet groen, of mijn truck, of de gravel op de oprijlaan, of het grote speelgoedstuur dat op zijn kant ligt onder de wasdraad zonder was aan, naast de volgende wagen, bij die gast met die kinderen.
Alles is groen, dat zegt ze. Ze fluistert het en het gefluister is niet meer voor mij bedoeld en ik weet het.
Ik trek aan mijn sigaret en laat de ochtend achter mij met is waarlijks is mijn mond. Ik keer mij naar haar toe, daar in het licht, op mijn ligbank.
Ze kijkt naar buiten, van waar ze zit, en ik kijk haar aan, en er is iets in mij dat niet dichterbij kan komen, door dat kijken. Mayfly heeft een lichaam. En zij is mijn ochtend. Zeg haar naam.
Il re pallido
" Il cane odiava quella catena. Ma aveva una sua dignità. Quello che faceva era non tendere mai la catena del tutto. Non si allontanava mai nemmeno quel tanto da sentire che tirava. Nemmeno se arrivava il postino, o un rappresentante. Per dignità, il cane fingeva di aver scelto di stare entro quello spazio che guarda caso rientrava nella lunghezza della catena. Niente al di fuori di quello spazio lo interessava. Interesse zero. Perciò non si accorgeva mai della catena. Non la odiava. La catena. L'aveva privata della sua importanza. Forse non fingeva, forse aveva davvero scelto di restringere il suo mondo a quel piccolo cerchio. Aveva un potere tutto suo. Una vita intera legato a quella catena. Quanto volevo bene a quel maledetto cane. " (pag. 152)
Il re pallido, D.F.Wallace, (2011)
B.I. n. 26, dicembre ’10.
- E poi c’è la storia del ragazzino. Che è uno dei pochi pezzi che non è un’intervista. Ce l’hai presente? Proprio all’inizio del libro, sì. C’è questo ragazzino tutto ossa e niente peli ed è il suo compleanno, è proprio quel giorno lì, quando ti svegli e né più né meno finisci per avere tredici anni e non capisci ancora se è un bene o un male esserci arrivato. O meglio, prima di quel giorno lì, prima di sentirti dentro e intorno e addosso i tuoi tredici anni, lo dai per scontato che da lì in poi il peggio è passato, la vita sarà una scala in discesa, un percorso di liberazione e via zaczac tutte le catene, a te la libera scelta, a te il libero arbitrio, a te una schiena da uomo per coprirti le spalle e via dicendo. Poi arriva quella mattina lì, gli occhi si aprono e si chiudono con guizzi di una paura sovraeccitata, corri davanti allo specchio, ci spruzzi sopra i tuoi brufoli da adolescente con la faccia bianco latte e inizi a guardarti. A guardarti fisso, intendo. A trapassarti con lo sguardo, per dirla tutta. E succede qualcosa, è questione di secondi, sai, succede qualcosa per cui cominci a crescere da fuori, a crescere spropositatamente di fronte ai tuoi occhi, a visualizzare un gigantografia di te che non potrebbe essere più distante da quello che sei. Voglio dire, qualcosa dentro si blocca, interrompe le comunicazioni, è lì, isolato da frane e smottamenti e ha staccato tutti i collegamenti col mondo intorno, quel qualcosa ti ha incastrato in uno dei momenti più importanti della tua vita, quello in cui decidi se sei disposto a saltare o no. A raggiungere quell’immagine di te, che è la proiezione di un improbabile te futuro o a rimanere dove sei. E c’è questo ragazzino, alla sua festa in piscina con tanto di tartine sdraio a bordo vasca bagnini distratti e madri addormentate dietro gli occhiali da sole, che sale sul trampolino, decide di mettersi in fila, minuto dopo minuto, fino a quando arriva il suo turno e deve saltare la voragine blu che si trova sotto ai piedi, capisci? Non ha altro modo di scamparla, la direzione è una sola, non può per niente al mondo tornare indietro. E tutto il racconto non è altro che lo srotolarsi in progressione del fotogramma sospeso di questo ragazzino che ora ha tredici anni e deve capire se vuole continuare ad averli o meno. Se riuscirà a buttarsi, voglio dire, o resterà per sempre lassù.
- Sì, David Foster Wallace è uno scrittore assolutamente perverso.
- Ma non si tratta solo di perversione sessuale. La perversione sessuale è uno strumento, un canale, un argomento di conversazione da seduta psicanalitica. Credo che limitare tutto a questo sarebbe estremamente riduttivo. La perversione è, come dire, finalizzata a raccontare tutta l’alienazione del mondo. E i buffi tragicomici espedienti a cui la gente ricorre per disperarsi.
- Il ridicolo egoismo della depressione, per esempio. Ne “La persona depressa” non c’è altro che questa donna, la quale trascorre le sue giornate a telefonare ai membri del suo sistema di supporto per raccontare loro quanto grave sia il suo esaurimento nervoso. Lo fa alle ore più impensate della notte. Tiene incollata alla cornetta un’amica leucemica in fin di vita puntando i riflettori sulla sua disperazione. Il fatto più bello è che non se ne rende conto. Di quanto comico sia tutto questo. Non ti viene da ridere?
- Ok, prendi le interviste, per dire. Questo meccanismo di oscurare la domanda e lasciare solo la risposta del sociopatico. Io trovo che sia una cosa dannatamente perversa. C’è questa donna, questa intervistatrice e tu non sai niente di lei, giusto? Perché è così che vuole Wallace. Vuole farti intuire le domande, vuole farti percepire che c’è una donna dietro tutto questo a cui è stato fatto qualcosa di terribile, la cui vita è stata spezzata irrimediabilmente. Ma tu non sai, non saprai mai cosa. E non puoi scoprire perché stia intervistando questa massa di schizofrenici, sessuomani, psicopatici e depressomani. La sola cosa che puoi fare è ascoltare la nevrosi. Metterti lì e entrare nelle voci.
- Un sacco di gente semplicemente non l’accetta. Se ne sta lì a parlare di femminismo e di diritti delle donne e a riempirsi la bocca di condanne alla misoginia e di battaglie per la parità dei sessi, senza riuscire a scrollarsi di dosso questa boriosa sequela di stereotipi sociali. Non riescono a far luce in tutto il sistema di sovrastrutture ideologiche che gli irrigidisce ogni capacità di elaborazione e si adeguano a prodotti già opportunamente pensati per loro. Prendi l’intervista n. 46, luglio ’97.
- Quella dello stupro, sì.
- C’è questo sociopatico che immagina lo stupro di una donna. Non è che se ne stia lì a esaltare gli stupratori, ovvio, ma tutto quello che vuole dire è che idealmente tutti sappiamo cosa comporti essere trascinati in uno scantinato e subire uno stupro per dodici ore di seguito. Tutti lo sappiamo, ma nessuno di noi lo sa con esattezza. Solo chi l’ha provato sulla sua pelle può affermare con certezza di saperlo veramente. L’ha subito, è sopravvissuto e ora sa. Conosce un lato di se stesso che altrimenti non sarebbe mai venuto fuori. E’ entrato veramente in contatto con il lato oscuro.
- La paura irrazionale è la risposta. “Mondo adulto I e II” sono degli esperimenti di vivisezione estremamente interessanti sul rapporto coniugale. E da cosa parte tutto? Dalla paura di una giovane moglie di “bistrattare l’uccello del marito” durante il rapporto sessuale. E’ un dettaglio, capisci, un dettaglio minimo che può assumere dimensioni di una portata gigantesca e trascinare una relazione a picco. Lo può fare.
- Parodia della metafiction. E non facciamo altro che tornare all’alienazione. Della scrittura questa volta. “Ottetto” è uno dei pezzi più cerebrali della storia della letteratura americana. E’ cervellotico fino a farti venire il mal di testa. La riflessione dello scrittore che prende coscienza dell’incompiutezza del suo saggio nel suo stesso svolgersi e tenta ogni strategia per salvare quanto possibile, continuando ad aggiungere note di esplicazione e giustificazione per il lettore di quanto sta facendo, avvolgendosi in una narrazione della metanarrazione che non serve ad altro che a dimostrare la natura estremamente fallimentare del tentativo, oltre che la pochezza dello scrittore di per sé.
- Divertente questa chiacchierata. Davvero buffa, sì.
D. F. Wallace, “Brevi interviste con uomini schifosi”, Einaudi Stile Libero, 2000.