Da domani...
Oggi un collega andava in pensione.
Uno di quelli che in quarant’anni ha fatto di tutto, tanto che qualunque problema gli sottoponevi, se lo scartava e se lo magnava come 'na caramella.
E, come si usa da noi, festa grande: discorso a reti unificate del Presidente, della Dirigente, del Direttore, dei colleghi più affezionati, persino delle guardie giurate. Una canzoncina scritta ad hoc e cantata con l’IA da parte del tipo che mi ispira il Gaviscon. Regali su regali e, dulcis in fundo, targa commemorativa candidata al premio Nobel 2025 per la poesia: "...adesso puoi andare tranquillamente alla posta e lasciare a noi la supposta". Foto ricordo, video e buffet che manco a un matrimonio. Mancava solo la fontana di cioccolato e le bomboniere.
Si tendeva allo sfottò e a sdrammatizzare il momento, ma a me tutta quella allegria metteva una strana tristezza. Poi ha preso lui la parola: “...Mi sento giovane e forte, ma all’anagrafe sta' cosa non risulta e me ne devo andare. Adesso inizia una nuova fase della vita, a cui mi adatterò meglio che posso, come ho sempre fatto.” E lì, tra una risata e un applauso, a me è partito l'occhio acquoso, perché nel dirlo è stato l'unico momento in cui ha abbassato gli occhi.
Eh sì, da domani si imbocca il bivio e andrai avanti per i fatti tuoi, mentre chi oggi è qui a soffiarsi il nasino commosso, sempre domani, continuerà tranquillamente anche senza di te. Dopodomani, il tuo posto sarà di qualcun altro. I tuoi calendari dell’Arma appesi con cura, i tuoi registri ordinati, le tue cose… passeranno di mano. O finiranno in un armadio. O, più probabilmente, nell'immondizia.
Kest è, e tu lo sai.
Quando davanti da vivere hai meno di quanto hai vissuto, il tempo cambia consistenza. Non è più un'idea astratta, ma una sostanza densa, che ti scivola beffarda tra le dita. Non lo rincorri più, lo osservi come fosse uno specchio appannato in cui a tratti intravedi le promesse che avevi fatto alla tua giovinezza, a quel ragazzo pieno di ardore, a tratti rivedi le strade che hai preso, quelle che hai lasciato, quelle che ti hanno preso loro. E ti chiedi: l’ho mantenuta la parola data a me stesso? Quel ragazzo, l’ho portato con me o l’ho perso distrattamente da qualche parte, in qualche trasloco di vita, dentro una scatola mai riaperta?
La verità è che crescere è anche fare pace con ciò che non sei diventato, e imparare a volersi bene lo stesso. In fondo, nessuno va davvero in pensione da sé stesso. Ci si licenzia da alcuni doveri, non dai sogni. E forse il traguardo vero non è arrivarci, ma arrivarci interi. Magari un po’ stanchi, con qualche acciacco… ma ancora capaci di ridere. E di dire “vediamo che succede adesso” senza tremare troppo.
Da domani sarà tutto da esplorare. Con più tempo per te, per gli amici, la montagna, le castagne, i tartufi, la posta, l’orto, le galline e il cane da pisciare. Meno scartoffie, meno riunioni, e una sola grande certezza: che ogni arrivo è solo un altro punto di partenza.
Solo che stavolta la vista è più panoramica.













