Quando il "perché" è forte, il "come" si trova sempre.
A. Davì
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Quando il "perché" è forte, il "come" si trova sempre.
A. Davì
Le persone silenziose sono quelle che hanno tanto da dire. Non stanno in silenzio per paura di parlare, ma parlano solo con chi è in grado di capire.
A. Davì
ti riconoscerò, un giorno, nel volo dei gabbiani.
Un foglio di carta che si strappa è una storia che inizia, che viene fuori con un sorriso un po' prepotente da tutto quel grumo di storie disordinate, arruffate, ferme a metà, finite ma mai scritte, scritte ma sospese, tutte incastrate in un gioco di scatole cinesi l'una nell'altra. E quando viene fuori, quando tocca l'aria, disperde stormi di parole anestetizzate, intrappolate sotto tutto quel bianco, che riprendono coscienza, sangue e polmoni. Una storia che inizia è un nodo che si scioglie, un dolore che si incancrenisce nella carne, un ricordo che prende a sgambettarti nella pancia, perché vuole avere uno spazio tutto suo, finalmente, uno spazio che non sia più solo un'intuizione, uno spazio che abbia anche un luogo, un tempo, una faccia prima di tutto. Uno spazio che sia anche una voce.
La voce di Davì, per come l'hanno ascoltata le mie mani, è quella delle tenerezza. E di una giovinezza che non sa d'essere giovane. Una giovinezza ingenua, senza la pretesa di trasformarsi in qualcosa di definito, senza il bisogno d'avere un nome, una terra, delle radici. Una giovinezza che ancora crede che sia la solitudine la chiave, il non accorciare mai troppo le distanze emotive, quelle che ti permettono di camminare lungo la tua strada, incrociando di tanto in tanto le impronte degli altri senza mai rischiare di sovrapporle alle tue. Una giovinezza, quella di Davì, che ha gambe abbastanza forti da non fermarsi mai, perché non c'è ragione per smettere di correre, per rimanere fermi in un punto, per costruire una casa che non abbia un cielo stellato come soffitto. Davì non ce l'ha dentro, questa ragione. Ha diciannove anni e si è ritrovato così, quasi per caso, a mettere un passo dietro l'altro senza farsi domande, senza guardarsi troppo indietro. E' fuggito dal silenzio, di questo è sicuro. Il silenzio tutto rimorsi e sensi di colpa che aveva fatto scappare sua madre tanti anni prima, lo stesso silenzio che si era mangiato vivo suo padre, lasciandolo affondare in una poltrona a cambiare canale davanti alla televisione, con lo sguardo di chi vorrebbe essere altrove, ma un altrove ha solo avuto il coraggio di immaginarlo.
La voce di Davì è anche quella della libertà. Di una libertà che non è mai vera, in fin dei conti, che ti obbliga sempre a qualche rinuncia. Davì è giovane e non ha legami. Soltanto questo gli offre la certezza di poter abbandonare tutto da un momento all'altro senza dolore. Ma è in quest'assenza di dolore che puntano i piedi, arrabbiati, gli occhi di Nicla. Arrivano per caso, due spilli di paura, come di chi non ha visto la luce per tanto tempo e fatica a farci di nuovo l'abitudine. Nicla è l'amore, l'amore giovane, fiero, testardo, l'amore che non vuole dare confidenza ma finisce per invadere ogni spazio, per diventare, in definitiva, la voce di questa storia. E' quel desiderio di proteggere che priva della libertà, ma come contropartita dà una spinta in più alle gambe di Davì, gli ridisegna attorno agli occhi orizzonti nuovi, di posti lontanissimi, dove le nuvole sono sempre bucate dai gabbiani. Dove, nonostante tutto, non è detto che Davì si fermerà.
Questo libriccino di Barbara Garlaschelli, già edito da edizioni EL, ripubblicato in questi mesi da SenzaPatria editore per la collana "On the road", ha le tonalità di una favola moderna. Una di quelle storie scritte, ma sospese, che poi ci devi pensare tu a immaginarti il resto. E a me, che la maggior parte delle volte se non ci sono risvolti apocalittici di mezzo non m'accontento, è scappato un sorriso storto. Forse più testardo del solito.
Forse, c'è da non crederci, più giovane del solito.
Barbara Garlaschelli, Davì, Senzapatria editore, 2010.