“Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria. È impalpabile, sfugge a ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il tempo; se ha dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo. Questi sussulti non sono il dolore propriamente detto, sono istanti di vitalità inventati dai nervi per far sentire la durata del dolore vero, la durata tediosa, esasperante, infinita del tempo-dolore. Chi soffre è sempre in stato d’attesa – attesa del sussulto e attesa del nuovo sussulto. Viene il momento che si grida senza necessità, pur di rompere la corrente del tempo, pur di sentire che accade qualcosa, che la durata eterna del dolore bestiale si è un istante interrotta- sia pure per intensificarsi. Qualche volta viene il sospetto che la morte – l’inferno- consisterà ancora del fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in un corpo che non morirà più.”
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere
L’ interminabile assedio
Lo scorrere delle ore. Il deserto dell’anima. Un senso evidente di smarrimento. L’ondeggiare del senso d’angoscia. L’inizio dell’attacco. Un grande frastuono. Un fuoco serrato. L’incolumità non assicurata. La voglia di non arrendersi. Un tentativo di fuga. La richiesta d’aiuto.
«Non smette mai di farmi male…mai. Lo capisci?»
È sopraggiunta di nuovo la notte. Nella mia stanza è calato il buio. Non riesco a prendere sonno. Non posso continuare a far finta di niente. I ricordi e il dolore associato riaffiorano con aria indolente. Sono dispersa in preda al panico. I miei occhi sono sbarrati. Mi sento fuori posto. Cerco di evitare i colpi del nemico. Non riesco a snidarlo. Cammino turbata profondamente, con troppa esitazione. Mi sento rabbrividire il sangue. Non capisco bene da quale direzione arriveranno i prossimi. Cresce il terrore e lo sbigottimento. Il dolore mi perseguita. Si muove sottoterra: scava, con le sue fauci voraci, lunghe gallerie, sempre più profonde. Con i suoi attacchi diretti, mi sbarra le uscite, le circonda con le sue armate, cerca di conquistarmi con la forza e costringermi alla resa. Dentro di me, c’è una orrenda ferita inferta da un assedio precedente, sapientemente celata ad occhi indiscreti, che non si è mai del tutto cicatrizzata e che, da quella sera spaventosa, è tornata di nuovo a sanguinare. Continuo a soffrirne.
«Tutto quello che vuoi sapere non puoi saperlo se non vedi che i graffi della mia resistente armatura. Così facendo, non vedrai mai quella ferita, quel dolore insostenibile che mi porto dentro.»
Tutto è così inquietante. Quello che conta non è il visibile. Mi sento abbandonata a me stessa. Sono asserragliata nel mio castello ma il mio è un nascondiglio irrisorio. Le merlature sono state devastate dall'attacco, le robuste torri sono crollate, i beccatelli sono stati esposti ai colpi dell’artiglieria, le caditoie incendiate. Il dolore mi invade dall'interno: conduce il suo assedio con una ferocia e determinazione esagerate. Mi sottopone a un continuo e pesante martellamento. Non riesco a controllare la paura, non riesco ad essere astuta e lucida. A nulla valgono i miei ripetuti ed estremi tentativi di difesa. Non voglio accettare di non avere scampo, non voglio accettare il mio inevitabile destino. Una ritirata sicura ai piani superiori è quello a cui aspiro, in un punto più riparato, in un luogo che mi garantisca di poter sfuggire al suo totale controllo e ai suoi numerosi e instancabili attacchi.
«Devo sopportare l’assedio o cercare una via di fuga?», domando angosciata.
Gli attacchi mi fanno soffrire sempre più. Serro i pugni. La tristezza è scolpita nei miei occhi. La disperazione non deve avere il sopravvento. Devo tentare di fuggire dagli orrori di questo assedio infinito, cercare un modo di alleviare la pena. A tentoni, cerco di trovare la strada giusta e scavarmi una nicchia. Provo a muovere lentamente le gambe, piena di inquietudine e di speranza. Non posso cantare vittoria. La salvezza continua a rimanere lontana ma io continuo disperatamente a cercarla.







