DIGITAL PRIMITIVES. Ho da poco intrapreso la lettura dell’ultimo libro di Roberto Calasso, “I geroglifici di Sir Thomas Browne” e mi piace ricordare questo suo grandioso pensiero: “L’arte è il perfezionamento della natura: se il mondo fosse come lo era al sesto giorno, ci sarebbe ancora il caos: la natura ha fatto un mondo e l’arte ne ha fatto un altro. In breve le cose sono tutte artificiali, poiché la natura è l’arte di Dio...” Ieri sera nell’ex-caserma Passalacqua di Novara, i “Digital Primitives” sembravano arrivati proprio sul finire del sesto giorno. È stato Riccardo Cigolotti a volerli portare a Novara Jazz e aveva ragione poiché sono come una forza della natura, solo che fanno jazz. Diffiicle dire quale jazz, forse faremmo prima a dire che fanno musica, quella che viene dalle viscere e si sposa con l’intelligenza. Il mio professore di filosofia all’università, Franco Fornari, amava ricordare che la prima musica che il feto “ascolta” è quella della battito del cuore della madre, e di questo si tratta, quella musica ancestrale, fatta di ritmo, di assonanze e dissonanze, come assonante e dissonante è la natura. Potremmo naturalmente cogliere gli echi funk, blues, dub, persino folk, ma non servirebbe affatto a definire quello che Assif Tsahr al sax, Chad Taylor alla batteria e Cooper Moore al basso e voce, hanno messo in piedi in una ex-caserma. Si scrive spesso di molti gruppi che cercano le radici della musica jazz; si, spesso le cercano, ma ho qualche dubbio che le trovino. I “Digital Primitives” non solo le hanno trovate, ma le hanno elaborate e portate a compimento con un sound indescrivibilmente bello, convincente, inquieto e incalzante. Così la batteria di Chad Taylor, già sentita qualche settimana fa al Piccolo Coccia con Jaimie Branch, sostiene l’andamento carsico del sax free di Assif Tsahar. Discorso a sé merita Cooper Moore, uno sciamano del jazz come pochi altri, creatore dei suoi stessi strumenti, un basso elettrico composto da due sole corde, percosso con le bacchette, pizzicato con le dita o fatto vibrare con un archetto, un flauto ottavino fatto con un tubo, una specie di banjo da “hobo”, una chitarra senza cassa acustica fatta di chiodi e di legni che smbrano raccattati in una discarica dell’ultima periferia del mondo e con una voce che ripete come in un mantra l’onomatopea, “jazz” con una chiara allusione alla “poesia visiva” fatta di musica, parole, gesti. C’è di tutto e di più in questa indimenticabile serata d’autunno in una ex-caserma che sembra l’interno di un “besetz” berlinese dove tanti ragazzi, quelli di “SerMais”, società di responsabilità civile, lavorano a progetti di grande impegno sociale. Ma c’è anche il progetto della musica in carcere, quello dell’Orchestra di periferia, composta di migranti che ha debuttato proprio un anno fa come ci racconta Corrado Beldi. Ci dispiace per chi non c’era...













