N'ero affascinato, anche assuefatto mi duole tanto dire, ma in realtà non ero neanche tanto quello, ero molti aggettivi insieme, più niente e nessuno. Ma, francamente, l'unica certezza che mi si mostrava dinanzi al vetro dirimpetto me, era l'enorme fiacchezza. Ma buffo è, che fiacco non erano le mie carni ma la mia anima, tormentata, tradita, salvata e ridotta in fin vita. Sembrava un miraggio, sembrava lei. Nonostante non ci fosse il sole, ma un ardente calore scottante sul capo, ma più avanti mi recavo più ne risentivo. I primi mali colsero per prima la ‘vista’, tutto divenne poco chiaro, molto offuscato e sfocato, pareva non esserci più domani per me. Per poi arrivare all’udito’, lo persi temporaneamente, per la precisione, per una manciata di minuti che mi parsero giorni. Ma cosa che temetti di più era il non poter più udire quella sua voce, quel suono che per molti dì udì lusingato interrottamente e che per molte notti mi sorrette da torbidi pensieri e stati d'animo. Ben presto fu il turno anche dell’olfatto’, nell'aria non vi era più amore, non vi ero più neanch’io. In seguito tocco al ‘gusto’, la vita non sapeva più di niente e il niente non sapeva più. Ed infine con il ‘tatto’ persi realmente il contatto con la realtà, poiché lei era una delle pochissime cose che rendeva il tutto un utopia, reale. Ma cosa ancor peggiore fu divenire vittima di una delle sue annoverazioni di cuori infranti. Per diverso tempo, ma col corpo ancora retto, fui solo un vagabondo senza cuore che vagava per il no nulla, alla ricerca di un qualcosa che se pur ritrovato, non avrebbe restituito lui l’amore cercato. Oramai di me, in quel momento restava poco e nulla, e prima di cadere in un lungo sonno illusorio di quiete, la vista fu l'ultima ad abbandonarmi e nel mentre i miei occhi, lucidi ma privi di lacrime per le molte cadute, lentamente si serravano rammento solo che mi parse di vedere così tante lucciole, pronte a indicarmi la smarrita via, in una lunga notte anossica, funesta e colma di rancori.
Jesse Hearty









