Le donne "Forti" vanno amate di più. Se sono diventate forti è proprio perché di amore, ne hanno avuto poco. - Cit.
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Le donne "Forti" vanno amate di più. Se sono diventate forti è proprio perché di amore, ne hanno avuto poco. - Cit.
Ora che le accuse sono diventate condanna dove sono finiti quelli che criticavano le attrici del #metoo
https://www.tpi.it/opinioni/harvey-weinstein-condannato-attrici-metoo-20200312564819/
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Le teste sono diventate imbuti dove vi entrano dei grandi contenuti ma solo per uscirne più minuti.
CaneBullo - Encefalogramma piatto - Manuale del giovane nichilista
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FELTRI: BISOGNA ABOLIRE LE REGIONI! IN QUESTI ANNI SONO DIVENTATE LA FONTE DI MANGIATOIE INCONTROLLABILI!
Macché Province Il vero carrozzone sono le Regioni
Il nostro Paese tiene in piedi 20 apparati colossali e iperburocratizzati, trasformatisi negli anni in associazioni per delinquere, fonti di corruzione, mangiatoie incontrollate
La storia delle Province da eliminare è lunga. Dura dagli anni Sessanta, quando l’ipotesi di istituire le Regioni prese corpo come previsto dalla Costituzione (la più bella del mondo? Ridicolo).
Quasi tutti i partiti dell’epoca erano convinti: dentro le Regioni, fuori le Province, che avrebbero dovuto gradualmente cedere ogni attribuzione ai nuovi enti. Più che un convincimento generale, era un assioma.
La riorganizzazione cominciò con un trasferimento in massa (inizio anni Settanta) di personale dalle periferie provinciali ai centri regionali, che erano privi di dipendenti e non avrebbero potuto fare nulla (non fanno nulla neanche ora). La Democrazia cristiana, che in materia di gestione del potere era imbattibile, propose: mentre attendiamo che le Regioni vadano a regime, concludano cioè la fase di rodaggio, allo scopo di non arrecare disagi ai cittadini evitiamo di chiudere le Amministrazioni provinciali. Lo faremo tra alcuni mesi. Le forze politiche all’unisono annuirono.
Cosicché enti vecchi ed enti nuovi convissero e seguitano a convivere, perché quel rodaggio, provvisorio per definizione, non è mai terminato. In Italia, d’altronde, l’unica cosa stabile è la precarietà. Ciò detto, va da sé che se le Regioni fossero state capaci di assorbire le competenze degli enti territoriali destinati a morire, oggi, anzi ieri, sarebbe stata automatica la soppressione delle Province. Le quali invece non hanno mai smesso di lavorare, e di rendersi utili, mentre le sorelle maggiori non hanno neppure principiato a farlo. Il bilancio di queste ultime parla chiaro: l’80 per cento delle uscite serve per pagare le spese della sanità, che potrebbero essere saldate comodamente da un ente unico, dato che il denaro proviene dalle casse dello Stato.
In sostanza, il nostro Paese tiene in piedi 20 apparati colossali e iperburocratizzati, trasformatisi negli anni (come si evince dalle numerose inchieste giudiziarie in corso) in associazioni per delinquere, macchine specializzate nello sperpero dei nostri quattrini, fonti di corruzione, mangiatoie incontrollate, soltanto per garantire al cittadino una gestione più o meno buona (spesso pessima) della salute pubblica. Viceversa le Province, il cui smantellamento è stato rimandato per quasi mezzo secolo, si sono consolidate dimostrando di essere insostituibili per il semplice fatto che le Regioni non sono attrezzate a sostituirle nel disbrigo delle pratiche ordinarie.
Ormai però è passato il concetto (sbagliato) che gli storici enti siano superflui e vadano pertanto urgentemente cancellati, ma non completamente. In altri termini, stando alla legge appena approvata, essi muteranno faccia e status, i consigli non saranno più eletti, ma non cesseranno di svolgere le tradizionali funzioni non delegabili per i motivi già spiegati. Risultato, tanto clamore per niente. I costi non diminuiranno. Non valeva la pena di riformare le Province (poiché ciò non porta alcun vantaggio né alcun risparmio): semmai bisognava rassegnarsi ad «abbattere» le Regioni ovvero a ridurle a tre o quattro macroregioni, al fine di stroncare il malaffare endogeno, di cui chiunque ha contezza.
Non c’è un solo ente di questo tipo che non sia oggetto d’indagini della magistratura e che non abbia contribuito, in misura spaventosa, all’aumento (insostenibile) del debito pubblico.
Siamo consapevoli di predicare nel deserto. Fra l’altro noi stessi fummo promotori della soppressione delle Province, in base alle considerazioni espresse all’inizio del presente articolo. Tuttavia, constatato che le Regioni non sono all’altezza di supplire alle competenze dei più piccoli enti territoriali (tanto che questi rimangono in vita sia pure sotto mentite spoglie), decidiamoci a mandarle in pensione. Smetteranno almeno di fare danni. E i conti dello Stato ne trarranno enormi benefici.
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FONTE:
http://www.ilgiornale.it/news/interni/macch-province-vero-carrozzone-sono-regioni-1005635.html
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BANCHE SEMPRE IN ROSSO, I LORO CAPI SEMPRE MILIONARI: SONO DIVENTATE IL “BUCO NERO” DELL’ITALIA.
Monte dei Paschi di Siena, rosso da quasi un miliardo e mezzo nel 2013
E’ il settimo bilancio negativo per la banca senese, che ha deluso gli analisti (la stima era di una perdita di 900 milioni). Pesano le rettifiche per deterioramento dei crediti. Rinnovato accordo con le banche per aumento di capitale
Gli analisti si aspettavano una perdita di 900 milioni, ma Monte dei Paschi di Siena è riuscita a deluderli, registrando un rosso di quasi un miliardo e mezzo (1,43 miliardi) nel 2013. Negli ultimi tre mesi dell’anno il passivo è stato di 920 milioni. Sul risultato, che è comunque migliore rispetto ai -3,17 miliardi del 2012, pesano le rettifiche per deterioramento di crediti per circa 2,75 miliardi di euro con un’incidenza del quarto trimestre 2013 pari a circa 1,21 miliardi. A fine dicembre la copertura delle sofferenze (ovvero i crediti nei confronti di soggetti in stato d’insolvenza) è salita al 58,8% (63,2% con ammortamenti), in crescita di 90 punti base rispetto a fine 2012.
Dal punto di vista della solidità patrimoniale, il Core Tier 1 si è attestato a fine anno al 10% contro l’8,9% di un anno fa. Il risultato registra un incremento di 188 milioni grazie agli effetti positivi dei Monti bond che, al netto del rimborso dei Tremonti Bond, hanno apportato patrimonio aggiuntivo per 2,1 miliardi. Inoltre, le perdite da partecipazioni sono state pari a 56,4 milioni e gli oneri di ristrutturazione o una tantum sono ammontati a 24,5 milioni e si riferiscono soprattutto agli incentivi collegati agli esodi del personale già effettuati.
La banca senese ha rinnovato l’accordo di pre-sottoscrizione con il consorzio di garanzia a servizio dell’aumento di capitale da 3 miliardi di euro. A guidare l’operazione è Ubs, al fianco di Citigroup,Goldman Sachs e Mediobanca. Si aggiungono poi Barclays, BofA Merrill Lynch, Commerzbank, JpMorgan, Morgan Stanley e Société Générale in qualità di intermediari (joint bookrunners). LaFondazione Mps, azionista della banca senese, ha avviato settimana scorsa un’azione di responsabilità nei confronti degli ex manager dell’ente, ma anche contro le banche che le concessero un prestito di 600 milioni per la sottoscrizione dell’aumento di capitale deciso da Mps nel 2011, tra cui Mediobanca, ma anche Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banca Imi.
Il via libera ai conti, presentati dall’amministratore delegato Fabrizio Viola, è stato dato al termine di una riunione durata circa cinque ore. Si tratta del settimo bilancio negativo consecutivo per Rocca Salimbeni ed è facile ipotizzare che all’assemblea di fine aprile gli azionisti, che già in altre occasioni hanno rimarcato critiche ai vertici, su questo punto faranno sentire la propria voce. A maggior ragione ora che il principale socio privato, la famiglia Aleotti, ha ridotto dal 4% a poco più dell’1% la propria partecipazione, dopo appena due anni, e la stessa Fondazione ha annunciato ufficialmente la vendita dell’1,58% dei titoli scendendo per la prima volta sotto il 30% (29,9%), in attesa di scendere ancora, e di parecchio, prima dell’aumento di capitale da 3 miliardi deciso dalla banca.
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Unicredit, 14 mld perdita nel 2013. Annunciati 5.700 esuberi in Italia
Unicredit Group chiude il 2013 con una perdita netta di 13.965 milioni di euro, a fronte di un utile di 865 milioni nel 2012. Pesano sulla perdita record svalutazioni dell’avviamento e accantonamenti aggiuntivi su crediti. Il quarto trimestre si chiude con una perdita netta di 15 miliardi
Incidono, nel dettaglio, 9,3 miliardi di euro di rettifiche di valore dell’avviamento e dei rapporti con i clienti nel quarto trimestre, che hanno portato alla completa svalutazione dell’avviamento allocato a Italia, Centro Est Europa e Austria. Il valore residuo nell’avviamento è pari a 3,5 miliardi, in linea con i livelli del 2004.
Pesano anche 7,2 miliardi di accantonamenti aggiuntivi a fronte di perdite su crediti, che hanno portato a 9,3 miliardi totali di loan loss provisions nel quarto trimestre. Aumenta la copertura delle sofferenze, dal 56% al 62%.
8.500 ESUBERI AL 2018, 5.700 IN ITALIA - Unicredit prevede esuberi di personale per 8.500 unità di qui al 2018, 5.700 dei quali in Italia, 1.500 in Germania, “riduzioni già concordate con i sindacati”, e 900 in Austria. Per quanto riguarda l’Italia, ha spiegato l’ad Federico Ghizzoni, “è un’ipotesi di riduzione che verrà gestita con i soliti ammortizzatori sociali”, per esempio con “scivoli prima della pensione”.
NEL 2014 PREVISTI UTILI PER 2 MLD - La banca prevede di registrare quest’anno un utile netto di circa 2 miliardi di euro. Nelle linee guida del piano strategico, alla fine del 2018 l’utile netto è previsto a 6,6 miliardi di euro, con un ritorno sui mezzi propri tangibili (Rote) del 13% e un Common Equity Tier 1 ratio del 10%, anticipando pienamente gli effetti di Basilea 3. Nel piano è prevista la distribuzione di un dividendo con un payout medio del 40% circa. Sono previsti investimenti per 4,5 miliardi nell’arco del piano per ristrutturare la rete e procedere alla digitalizzazione in Europa Occidentale, sostenere la crescita nell’Europa Centro Orientale e conseguire sinergie di gruppo. Il controllo dei costi porterà a risparmi per 1,3 miliardi nel 2018.
IPO FINECO - Unicredit lancerà l’Ipo di Fineco nel 2014, puntando “ad accelerarne la crescita e potenziarne la visibilità di mercato, ottimizzando nel contempo l’allocazione di capitale all’interno del gruppo Unicredit”
L’AD GHIZZONI - “Non vorrei suscitare ilarità, ma sono molto soddisfatto delle decisioni prese. Finalmente il gruppo volta pagina e si proietta in un periodo completamente nuovo” dice l’amministratore delegato del gruppo bancario, Federico Ghizzoni. Unicredit, svalutando drasticamente l’avviamento, riparte da “fondamenta robuste. Siamo sulla strada giusta, ma non mi illudo che sia facile” ha aggiunto. Il manager ha spiegato che “per l’Italia ci sono una serie di dati che ci fanno pensare che una stabilizzazione è in corso. E’ un dato di fatto di tipo macroeconomico. I numeri della qualità del credito stanno migliorando e la banca commerciale sta avendo dei risultati buoni. Insomma, ci sono segnali abbastanza chiari che le cose si stanno stabilizzando e il livello di capitale è più che adeguato”.
TITOLO VOLA IN BORSA - Conti e piano Unicredit trainano tutta Piazza Affari: il titolo dell’istituto bancario brilla tra le blue chips con un progresso del 6,37% a 6,42 euro.
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FONTE:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/12/monte-dei-paschi-rosso-da-quasi-un-miliardo-e-mezzo-nel-2013/910562/
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Unicredit-14-mld-perdita-nel-2013Annunciati-5700-esuberi-in-Italia_321317181611.html
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Le Coop sono diventate banche d’affari. La legge lo vieta ma ovviamente nessuno indaga
Le Coop sono diventate banche d’affari. La legge lo vieta ma ovviamente nessuno indaga Il Radar.
Hanno una banca clandestina ma tutti lo sanno. E nessuno dice nulla. Chiunque, infatti, può entrare in un supermercato Coop e diventare socio per depositare i propri risparmi. Le nove grandi cooperative del consumo, come riporta Il Fatto, raccolgono ben 10,4 miliardi di euro. Sarebbe vietato: non si può aprire una banca da un giorno all’altro e farsi affidare i risparmi dei passanti. La Coop infatti lo chiama “prestito soci”, senza però spiegare al popolo che il prestito soci è un capitale messo a rischio nell’impresa che, sia essa una coop o una società di capitali, lo usa per la sua attività, come aprire un supermercato.
Le Coop, tra l’altro, utilizzano i risparmi dei loro soci non per mettere scaffali nuovi, ma per dedicarsi alla speculazione finanziaria. Esempio: l’Unicoop Firenze, la maggiore per fatturato (ben 3 miliardi di euro), ha in bilancio immobilizzazioni tecniche (ciò che serve per funzionare) per 2 miliardi e debiti verso i soci per 2,3 miliardi. Ma il debito complessivo è di 3 miliardi. Unicoop Firenze ha in bilancio 644 milioni di immobilizzazioni finanziarie: una vera merchant bank.
Queste banche d’affari a marchio Coop non sono sottoposte ad alcuna vigilanza. La Banca d’Italia controlla le banche propriamente dette, ma le Coop non se le fila nessuno, punto e basta. Negli ultimi anni, complice la crisi e nella disattenzione generale, si sono messe nei guai. L’anno scorso le “nove sorelle” (oltre 12 miliardi di fatturato, con 50 mila dipendenti e sette milioni di soci in tutto) hanno chiuso i loro bilanci in rosso per complessivi 135 milioni di euro, e proprio per colpa della finanza.
Ma nessuno indaga. Ovviamente. Gli affari sinistri, anche se in perdita, vanno protetti
Le Coop sono diventate banche d’affari. La legge lo vieta ma ovviamente nessuno indaga Il Radar.
Il Radar