Quest’uomo si chiamava Andrea Gallo, don Andrea Gallo, per tutti semplicemente “il Gallo”.
Al posto del crocifisso, teneva in tasca una copia della Costituzione. Perché - spiegava - “il primo lo porto dentro, non ho bisogno di sbandierarlo, mentre la seconda in troppi se la sono dimenticata”.
E ogni tanto, quando accadeva qualcosa, si consumava un’ingiustizia o un diritto veniva negato, la tirava fuori e snocciolava gli articoli come il suo Vangelo laico.
Per questo era facile volergli bene, anche per noi atei impenitenti, perché trattava tutti come figli suoi, senza mai cercare di redimerti.
Perché, per quarant’anni, ha accolto tutti nella sua comunità, anche quelli che nessuno voleva più: gli ultimi, i fragili, gli emarginati, i tossici, i transessuali (le sue “princese”), prostitute che fuggivano dallo sfruttamento magari con una gravidanza non voluta. E che lui, sacerdote, mandava ad abortire in sicurezza in ospedale perché sapeva l’avrebbero fatto in clandestinità a rischio della propria salute.
Anche questo era don Gallo.
Oggi, 18 luglio, quel prete di strada avrebbe compiuto 97 anni.
Se n’è andato in tempo per non vedere la destra neofascista arrivare al governo, istituzionalizzare tutto ciò che lui per anni aveva combattuto col suo corpo, col suo esempio.
Per questo oggi il Gallo manca ancora di più. Manca la sua voce. Manca sapere cosa avrebbe detto dei migranti morti nel Mediterraneo, di un gangster alla Casa bianca, del genocidio in atto a Gaza e del silenzio dei pavidi, dei cristiani a targhe e giorni alterni.
Manca vederlo in piazza, sul carro al Pride, o a esultare col pugno chiuso per essersi ripresi Genova.
Manca sentire un suo commento all’ennesima sparata ignobile di un ministro.
Manca la sua saggezza e la sua ironia. Mai come oggi avremmo bisogno di entrambe.
Questi non sono tempi da e per don Gallo, ed è per questo che avremmo un disperato bisogno della sua voce, appena arrochita dall’immancabile sigaro.
Quanto manchi, don.
Lorenzo Tosa














