A detta di Paul Léautaud, che li ha contati, sarebbero 171, compreso quello di Stendhal, gli pseudonimi sotto i quali Henry Beyle avrebbe nascosto il proprio nome. Una forma di vanità letteraria, singolare ma tutto sommato innocente, che consentì all’autore del Rosso e il Nero di superare, in questo particolare ambito, Voltaire, che poteva vantarne solo 160. Analoga seppure contraria, e sicuramente più pericolosa, la forma di vanità di coloro che sono disposti a porre la gloria, la reputazione letteraria del proprio nome, al di sopra di tutto. Alla voce «Letterati» di quella Nuova Enciclopedia che si era deciso a scrivere per proprio «uso personale», perché scontento e insoddisfatto di tutte le altre, Alberto Savinio osserva: «E chi non desidera la sapienza, o almeno il lustro che dà la sapienza?». A suo parere, persino Napoleone Bonaparte «avrebbe scambiato Arcole, Wagram, Austerlitz per un’opera letteraria che», recando il suo nome stampato su copertina e frontespizio, «sfidasse i secoli...».
Il suo nome, appunto. In un trattato pubblicato nella seconda metà del Cinquecento, De expungendis haereticorum propriis nominibus, Juan Bautista Cardona, vescovo e letterato valenziano, proponeva, per combattere «l’infezione ereticale», di punire gli autori dei libri proibiti agendo sul loro stesso nome. In che modo? Cancellandolo per sempre dai testi che avevano scritto e, in questa maniera, colpendoli in ciò a cui tenevano di più, ossia la fame di notorietà, la speranza di sopravvivere nella gloria mondana, quella smisurata ambizione per cui, secondo il vescovo, essi erano disposti, pur di rendere imperituro sulla Terra il proprio nome, a rinunciare anche al premio del paradiso.
Sempre alla voce «Letterati» Savinio aggiunge un’altra osservazione: «L’odio per il letterato è universale e sempiterno... E come non odiare il letterato, ossia colui che sa e fa professione di sapere?». Questa «variante della lotta di classe», a suo giudizio, non arriverà mai né ad attenuarsi né a cessare in quanto «l’uomo non si stancherà mai di odiare negli altri ciò che egli stesso vorrebbe essere e non riesce ad essere”.
Edgardo Franzosini, Sotto il nome del Cardinale
















