Recensione della poesia “Io sono la periferia di una città inesistente” di Fernando Pessoa: una riflessione sull’identità frammentata, sull’incompiuto e sulla condizione umana sospesa. Scopri di più su Alessandria today.
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Recensione della poesia “Io sono la periferia di una città inesistente” di Fernando Pessoa: una riflessione sull’identità frammentata, sull’incompiuto e sulla condizione umana sospesa. Scopri di più su Alessandria today.
Fernando Pessoa: L'Enigmatico Maestro della Letteratura Portoghese. Una vita tra poesia, eteronimi e introspezione. Recensione di Alessandria today (Grazie Google news)
Biografia: Fernando António Nogueira Pessoa nacque il 13 giugno 1888 a Lisbona, Portogallo, ed è considerato uno dei più grandi poeti e scrittori del XX secolo. La sua opera è caratterizzata dall’uso di eteronimi, identità letterarie alternative, ciascuna con una propria voce e stile distintivo. Infanzia e Giovinezza: Dopo la morte del padre nel 1893, la madre di Pessoa si risposò e la…
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[...] Altre volte l’urgenza di raccontarla te la salva la vita.
A volte il tuo passato è quello che ricordi della vita che hai vissuto e in fondo tu stesso sei quello che gli altri ricordano di te.
A volte penso che ci siano in giro tanti te stesso quante sono le persone che si ricordano di te, e un giorno potrebbero incontrarsi tutti insieme in un bar di Lisbona. Forse non si riconoscerebbero nemmeno, oppure potrebbero generare un corto circuito delle memorie, o una serie di altre storie degne di essere raccontate da un eteronimo di Pessoa; oppure da un nuovo Saramago. (A volte penso che anche i miei ricordi si confondono con le pagine che hanno scritto loro, e che tutte le mie memorie vengano da una biblioteca distante 2698 chilometri da Lisbona).
Un racconto frammentario e diacronico già pubblicato su carta nella raccolta “Ora ed allora”
Recitar Leggendo presenta l’audiolibro e l’ebook dell’opera “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa
Recitar Leggendo presenta l’audiolibro e l’ebook dell’opera “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa
Il Taccuino Ufficio Stampa
Presenta
Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine”
Audiolibro ed Ebook
La casa editrice indipendente Recitar Leggendo Audiolibri, nata nel 2004 ed attiva nel campo degli Audiolibri e, recentemente, anche degli Ebook, presenta nei due formati il capolavoro dello scrittore portoghese Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares”. Una serie…
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“Fernando Pessoa sente le cose, ma non si smuove, nemmeno interiormente”
Se parli di Fernando Pessoa è come ingravidare un prisma. Un lato rimanda all’altro e poi all’altro, dio è un crocevia di specchi, le identità esistono per scomposizione. In un libro appena pubblicato da Quodlibet, Teoria dell’eteronimia, utilissimo – sono raccolti i testi che Pessoa dedica ai suoi eteronimi e i saggi in cui gli eteronimi parlano tra loro, dando avvio a un labirinto di relazioni fittizie – ho contato, nell’elenco in appendice, 46 eteronimi. In un libro pubblicato nel 2013 da Jéronimo Pizarro e Patricio Ferrari, Eu sou uma antologia, invece, gli eteronimi risultano 136. Balocco coi numeri: chi sono quei 90 spettacolari spettri rimasti fuori dalla somma italiana? Amici di amici immaginari, giù, fino a un cavalcavia di nebbie. In effetti, cosa sogna un eteronimo? E se nel sogno di un eteronimo un eteronimo sogna Pessoa?
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Pessoa ha risolto l’egotismo in un polline di identità diffuse. Ha assopito l’io in una caffettiera, per definire i propri indecifrabili io. Mette a servizio la personalità per evacuare le persone che la abitano. Pare un esercizio mistico: al posto di annullare l’ego, decimando la sua autonomia, esiliarlo in sproporzionati alter ego. “Dare a ogni emozione una personalità, a ogni stato d’animo un’anima”, scrive, il creatore, nel 1930.
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Pessoa è un genio tanto particolare – incardinato nella sua Lisbona, a sorseggiare i racconti di Poe – da apparire universale. New Directions ha appena pubblicato The Complete Works of Alberto Caeiro, per la traduzione di Margaret Jull Costa, super esperta di letteratura portoghese (ha tradotto nei mondi inglesi tutta l’opera di José Saramago, tra l’altro). La sua introduzione, ricalcata su “The Paris Review” – e pubblicata qui sotto – gioca a bocce con gli eteronimi, rievoca gli anni di “Orpheu”, il trimestrale fondato da Pessoa con Mário de Sá-Carneiro nel 1915, durato due numeri, emblema di un’epoca in cui si faceva avanguardia nei cafè, negli spazi d’ozio, tra le ombre di una copisteria.
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Di Alberto Caeiro sappiamo quasi tutto. Nato a Lisbona nel 1889, “morto prematuramente nella stessa città, nel 1915, come assicura Ricardo Reis” (cito dal libro Quodlibet), l’anno in cui Pessoa si forza a fondare “Orpheu”. “Di statura media, fragile, anche se in apparenza meno di quanto lo fosse realmente, biondo e con gli occhi azzurri… della sua vita dimessa si sa che è orfano, che non ha quasi ricevuto istruzione, che vive di piccole rendite”. Caeiro fu maestro di Ricardo Reis e di Álvaro de Campos, che ne scrive così: “Il mio maestro Caeiro non era pagano: era il paganesimo… lo stesso Fernando Pessoa sarebbe pagano, se non fosse un gomitolo ingarbugliato dall’interno”. La sua insoddisfazione soddisfatta (“All’improvviso chiesi al mio maestro, ‘è soddisfatto di se stesso?’, e rispose, ‘no: sono soddisfatto’”) era una forma di speculazione mistica. Morì felice: “Non ho mai visto triste il mio maestro Caeiro”.
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Gli eteronimi di Pessoa sono raffinatissimi pupi in attesa del puparo. Certe didascalie di personaggi meno nitidi, irrisolti, intendo, sembrano i blocchi di partenza di un romanzo. Friar Maurice, ad esempio, “mistico senza Dio, cristiano senza credo”, probabile alter ego di Alexander Search, “il più prolifico eteronimo di lingua inglese” di Pessoa, autore di raccolte come Death of God e Documents of Mental Decadence. Oppure Dr. Gervásio Guedes, che appare per darci una caustica descrizione del popolo inglese, “sonnambuli che camminano verso il precipizio… bambini che giocano a barchette di carta in un pitale”. Oppure il Barone de Teive, figura apocrifa, suicida, invalido – gli mancava la gamba – aristocratico; si ammazzò nel 1920, dal suo manoscritto (“La professione dell’improduttivo”) Pessoa stralciò qualche passo per inserirlo nel Libro dell’inquietudine, il cui autore più importante, tuttavia, è Bernardo Soares, che con Pessoa “condivide lo stesso lavoro, gli stessi posti della città, la stessa solitudine, la passione per lo scrivere… la coincidenza di cenare entrambi alle nove e mezzo di sera”. Insomma, sogno una città di nome “Pessoa” abitata da tutti gli eteronimi del sommo portoghese, desidero un editore visionario che affidi a differenti romanzieri, a casaccio, uno per ciascuno, uno degli eteronimi di Pessoa dicendogli, di questo tizio, ora, scrivetemi la biografia. Immagino la delizia.
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La cosa curiosa sarebbe assemblare i giudizi e le opinioni che gli eteronimi hanno del loro creatore, Pessoa. Uno pseudonimo non fa che esagerare il nostro ego – un esercito di eteronimi è quasi un esercizio di cannibalismo. “Fernando Pessoa sente le cose, ma non si smuove, nemmeno interiormente”, scrisse di lui, nel 1931, Álvaro de Campos. Questo forse è il carisma di tutti i creatori, una audace, immotivata indifferenza: parlano, e dalle labbra appare un volto, poi una vita in miniatura. (d.b.)
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La vita di Fernando Pessoa si divide in tre periodi. In una lettera al “British Journal of Astrology”, l’8 febbraio del 1918, lo scrittore ammette che sono solo due le date che ricordi con precisione: il 13 luglio 1893, la data della morte del padre per tubercolosi, quando aveva solo cinque anni, e il 30 dicembre del 1895, il giorno in cui la madre si è risposata, evento che coincide con il trasferimento a Durban, dove il patrigno era stato nominato console portoghese. Nella stessa lettera Pessoa segnala una terza data, il 20 agosto del 1905, il giorno in cui lasciò il Sudafrica per tornare definitivamente a Lisbona.
Il primo breve periodo fu segnato da due perdite: la morte del padre e del fratello minore. La terza perdita fu Lisbona, l’amata. Nel secondo periodo della sua vita, a Durban, Pessoa imparò a parlare con agio in francese e in inglese. Non era uno studente comune. Un suo compagno di scuola ha descritto Pessoa come “un piccolo uomo dalla testa enorme. Decisamente brillante, intelligente, piuttosto arrabbiato”. Nel 1902, sei anni dopo essere arrivato a Durban, vinse un premio per aver scritto un saggio sullo storico britannico Thomas Babington Macaulay. In effetti, passava il tempo libero a scrivere o a leggere, aveva già iniziato a forgiare i suoi alter ego immaginari, o meglio, come li definì più tardi, eteronimi, per i quali è famoso e con cui ha scritto racconti e poesie: Karl P. Effield, David Merrick, Charles Robert Anon, Horace James Faber, Alexander Search… In uno studio recente, Eu sou uma antologia, Jéronimo Pizarro e Patricio Ferrari elencano 136 eteronimi, fornendo biografie e bibliografie di ogni autore fittizio. Di questi eteronimi, nel 1928, scrisse Pessoa, “Sono esseri con una vita propria, con sentimenti che non mi appartengono e opinioni che non accetto. I loro scritti non sono miei, ma a volte lo sono”.
Il terzo periodo della vita di Pessoa iniziò a 17 anni, quando rientrò a Lisbona senza fare mai più ritorno in Sudafrica. Per vari motivi – problemi di salute, scioperi studenteschi, tra gli altri – abbandonò gli studi nel 1907, divenne un visitatore abituale della Biblioteca Nazionale, leggeva di tutto: filosofia, sociologia, storia, in particolare letteratura portoghese. All’inizio visse con le zie, dal 1909 in camere prese in affitto. La nonna gli aveva lasciato una piccola eredità, nel 1909 usò quei soldi per comprare una macchina da stampa necessaria per creare la sua casa editrice, Empreza Íbis. La casa chiuse nel 1910, senza aver pubblicato un solo libro. Dal 1912, Pessoa iniziò a collaborare con varie riviste, nel 1915 fondò la rivista “Orpheu”, insieme a un gruppo di artisti, tra cui Almada Negreiros e Mário de Sá-Carneiro, entrando a far parte dell’avanguardia letteraria di Lisbona, coinvolto in movimenti letterari effimeri come l’Intersezionismo e il Sensazionalismo.
Faceva il traduttore commerciale freelance di inglese e francese, scriveva per i giornali, ha tradotto La lettera scarlatta di Hawthorne, i racconti di O. Henry, le poesie di Edgar Allan Poe. In vita pubblicò poco: un esile volume di poesia in portoghese, Mensagem, e quattro saggi sulla poesia inglese. Quando morì, nel 1935, all’età di 47 anni, lasciò nei suoi bauli fatali (almeno un paio) un tesoro di scritture – circa trentamila pezzi di carta – ordinati grazie all’aiuto di amici e di studiosi, che ne hanno esaltato il genio.
Pessoa viveva per scrivere e scriveva su qualsiasi supporto: pezzi di carta, buste, volantini pubblicitari, sul retro di lettere commerciali, nelle pagine bianche dei libri che leggeva. Attraversò tutti i generi – poesia, posa, teatro, filosofia, critica, politica – sviluppando un profondo interesse per l’occultismo, la teosofia, l’astrologia. Ha elaborato oroscopi non solo per se stesso e i suoi amici, ma anche per molti scrittori, per celebri morti come Shakespeare, Oscar Wilde, Robespierre, oltre che per i suoi eteronimi, un termine adatto – rispetto a pseudonimo – per descrivere con maggiore accuratezza l’indipendenza stilistica e intellettuale di queste creature dal loro creatore. Talora gli eteronimi interagivano tra loro, criticando o traducendo uno il lavoro dell’altro. Alcuni erano semplici abbozzi, altri scrivevano in inglese e in francese, i tre eteronimi lirici – Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Álvaro de Campos – hanno scritto in portoghese, producendo, ciascuno, un’opera autonoma, autentica.
Margaret Jull Costa
*In copertina: Fernando Pessoa nel ritratto di José de Almada-Negreiros (1954), tra i cofondatori di “Orpheu”
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J.McGraw-QUANDO SPALANCO LA FINESTRA SULLA NOTTE FREDDA, sento il profumo notturno dei ricordi.
Quando spalanco la finestra sulla notte fredda
Quando spalanco la finestra sulla notte fredda
respiro un tempo intenso di piacere.
Vibrano le mani calde nell’intreccio,
profuma il sospiro nelle bocche ardenti.
Quando spalanco la finestra sulla notte fredda
stendo la coperta del buio sopra i sogni.
Mentre brillano lassù gli occhi del cielo,
ascolto il respiro profondo della vita.
J.McGraw…
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“Rendiamo la vita assurda da est a ovest”: Pessoa e le mille identità che finirono per divorarlo
Al liceo quel libro sembrava dire esattamente chi fossi, in quale estraneità a precipizio. La forma diaristica, di per sé, affascina il ragazzo che ha molto da confessare e poca voglia di leggere – i suoi tumulti amletici chiedono tomi esegetici, non più romanzi, la giovinezza di gettarsi nelle avventure altrui è finita, è ora di compiere la propria. Il titolo, però, fu molto. Il libro dell’inquietudine. Lo possedevo nell’unica edizione di allora, Feltrinelli, e fu, per quell’anno a spirale, la bibbia, il libro di culto, al netto di una ossessione monotematica e dell’inesausto grigiore epigrammatico. Poi Pessoa – che lì indossa Bernardo Soares, “aiutante contabile nella città di Lisbona” che “a Lisbona passò tutta la sua mediocre vita di piccolo impiegato” – diventò una moda. Eppure, quell’abracadabra dello spirito – Desassossego – continuò ad agire in me con formula incantatoria. Di recente ho preso l’edizione mondadoriana del Libro dell’inquietudine, più ‘aggiornata’ (“La storia del Libro dell’inquietudine è la storia di un libro che non c’è”, scrive, con formula conclusa, Valeria Tocco), nonostante il suo autore sia, per natura & per scelta, inarginabile, inattuale, infinito. Ho ripreso a sottolinearlo, manco avessi terrazzamenti d’abisso nel cuore.
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Mi piace questo: “È nobile essere timido, illustre non saper agire, grande non avere predisposizione per la vita… I fuochi fatui che esalano dalla nostra putrefazione sono almeno luce nelle nostre tenebre. Solo l’infelicità eleva”. Se fossi lo studente di allora, confinerei il mio diario, lo zaino, il corpo, con le agnizioni di Pessoa/Soares: “Rendiamo la vita assurda, da est a ovest”; “Non il piacere, non la gloria, non il potere: la libertà, unicamente la libertà”; “Trovare la personalità nella circostanza di perderla”; “Possiamo morire se soltanto abbiamo amato”. Anche quando appare ovvio, è ovvio che lo sia, Il libro dell’inquietudine, perché è il libro dell’estrema giovinezza. Pessoa conobbe quell’ennesimo se stesso, Bernardo Soares, “in una modesta trattoria di cui era cliente fisso, e fu proprio a uno di quei tavolini che Soares gli si rivelò scrittore”.
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Un po’ come tutti, sono entrato in Pessoa, lo scrittore che ha reso la letteratura una sublime truffa e il Portogallo la sfilettatura di un sogno, attraverso Antonio Tabucchi. Acquistai una delle tante edizioni di Una sola moltitudine, il primo volume di un dittico – ma il secondo, del 1984, è “temporaneamente non disponibile” – che riduce in antologia la molteplice mente di Pessoa. Fu una scoperta clamorosa. Ora che Adelphi, quarant’anni dopo – era il 1979 – riproduce il tomo in versione economica, l’effetto è un poco anacronistico. La mitica introduzione (allora) di Tabucchi (sia lode a lui), Un baule pieno di gente, è un tanto datata. Quarant’anni fa si poteva scrivere che “Una sistemazione soddisfacente di Pessoa come ‘intellettuale’… è ancora ben lontana dall’essere effettuata”; ora siamo al cospetto di un autore, fortunatamente, tra i più noti, sviscerati, tradotti (solo quest’anno sono uscite due edizioni del Libro dell’inquietudine, per Rusconi e per Foschi, e una edizione Passigli delle Poesie di Ricardo Reis). Si spera poi che le schifiltosità politiche (Tabucchi scriveva di “imbarazzo della critica di fronte a un personaggio scomodo come Pessoa”) siano sanate, senza strepiti (“Pessoa non ha niente in comune con certi mediocri personaggi, come ad esempio alcuni vociani di casa nostra, di cui è ricca la classe dei ‘cattivi’ del Novecento: appunto dalla voce troppo alta, beceri e aggressivi in gioventù, docili e conformisti in età matura, remissivi e folgorati dalle conversioni dopo la pensione”, scrive ancora Tabucchi). Non c’è editore che non abbia il ‘suo’ Pessoa, autore che ha pure il genio, postumo, di ‘vendere’; sono pubblici parecchi documenti altrimenti obliati (Bietti l’anno scorso ha pubblicato, per dire, Politica e profezia. Appunti e frammenti. 1910-1935). Ergo: forse al posto di ristampare un libro di quarant’anni fa, si poteva tentare una specie di ondivaga ‘opera completa’, con nuovi studi oltre a quello, miliare, di Tabucchi.
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La forza di Pessoa: avere un pensiero fisso fino a esaurirlo, metterlo in bocca all’ennesimo se stesso e infine perderlo. Lo scrittore non ha pensieri, ne ha infiniti, non ne difende nessuno, li spreca tutti.
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Pessoa ci induce a pensare che la vita è spettrale – perciò dobbiamo divenire spettro di fantomatiche identità. Ciascuna identità ha un volto, una statura biografica, un carattere, un modo di accarezzare. Lo ‘pseudonimo’ è puro vezzo – vizio narcisista. L’eteronimia sancisce legami biologici, per così dire: si dà la vita perché altre identità divorino la nostra, la sola. Fino a non sapere più chi sei. Pessoa è un spettro, Pirandello colloca specchi; Conrad ricama le ombre, Hemingway ambisce alla carne fino a dissiparla, Beckett ci porta al sopruso del grammaticale, all’uomo ridotto a singulto, singhiozzo.
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I Materiali di Una sola moltitudine – volume primo – sono utili, registrano “un primo censimento” delle svariate identità letterarie di Pessoa – compreso lo scrittore Pessoa. Alberto Caeiro era “schivo e solitario, riservato e contemplativo”, “biondo, pallido, con gli occhi azzurri, di media statura”, come se lo ricorda Pessoa, era poeta, per lo più bucolico; Alvaro de Campos, nato in Algarve, laurea a Glasgow “in ingegneria navale”, “alto, coi capelli neri e lisci divisi da un lato, impeccabile e un tantino snob, col monocolo”, viaggiò in Oriente nel 1914, fu avanguardista, poi pirandelliano, comunque poeta; Ricardo Reis praticò l’esilio brasiliano dal 1919, fu medico, educato dai gesuiti, eccellente nell’ode, figlioccio di Walter Pater; Alexander Search fu portoghese che si dilettava a scrivere in inglese, di lui si ricorda “un patto con Satana che reca data 2 ottobre 1907”; António Mora fu filosofo neopagano, “alto, imponente, lo sguardo vivo e altezzoso e la barba bianca”, finì i suoi giorni in manicomio; A.A. Crosse fu intimo di Pessoa, “visse per partecipare ai cruciverba e alle sciarade del Times”; Abilio Quaresma fu “autore di racconti gialli dei quali egli era anche protagonista (faceva l’investigatore privato)… come Auguste Dupin e Nero Wolfe risolveva i casi a distanza”. Ne esistono altrettanti, e altri, in cui fare catatonico ingresso.
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Del resto, è l’eccitabile umore retorico di Pessoa, l’invenzione dodecafonica che amo. Passa dal feroce Ultimatum (“Uomini, nazioni, intuizioni, è tutto annullato! Fallimento di tutto a causa di tutti! In un modo completo, in un modo totale, in un modo integrale: Merda! L’Europa ha sete di creazione, ha fame di Futuro! L’Europa vuole grandi Poeti, vuole grandi Statisti, vuole grandi Generali!”) alla lama dello spietato aforisma (“Il tuo corpo reale che dorme/ è un freddo nel mio essere”), dalla poesia esistenziale (“Grandi misteri abitano/ la soglia del mio essere,/ la soglia dove esitano/ grandi uccelli che fissano/ il mio tardivo andare aldilà di vederli”) all’ode tonante (“Vieni, Notte antichissima e identica,/ Notte, Regina nata detronizzata,/ Notte internamente uguale al silenzio, Notte/ con le stelle, lustrini rapidi/ sul tuo vestito frangiato di infinito”).
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Interessante: oggi rincorrono una ‘individualità’, corrono a fotografarsi fino a lacerare l’ultimo brandello di maschera (così disintegrando il viso nella mitragliata di selfie); lui rendeva milioni il proprio individuo, per sparire, cioè, per conservarsi integro.
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Non ha creatura, qui, l’abilità tecnica, ma l’estensione della fame, il barometro dei sensi, il Nord degli occhi. Ogni giorno ha il suo giogo verbale: un vocabolario è misero per dirne il desiderio, il demone, il declino. “Gli spigoli mi fissano… Sensazione di essere solo la mia spina… Le spade”. Della vita si è il taglio, l’opera è una ferita – e noi… già spariti.
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Che non ci sia ‘proprietà’, il sigillo del nome, ma l’inappropriato, amo di Pessoa. (d.b.)
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Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
Fernando Pessoa, da Tabaccheria, in Poesie di Álvaro de Campos