Diane di Prima, (1969, 1988), Memorie di una beatnik, Translation by Ilide Carmignani, «Quodlibet Storie» 38, Quodlibet, Macerata, 2025

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Diane di Prima, (1969, 1988), Memorie di una beatnik, Translation by Ilide Carmignani, «Quodlibet Storie» 38, Quodlibet, Macerata, 2025
" Forse oggi, in questi brutti tempi che corrono, bisogna dire che si parla troppo; era quello che pensavamo; e le troppe parole (pro, contro, su questo, su quello) diventano un rumore indistinto e assordante di fondo, che non cessa mai, dove una persona annega: la televisione fatta di chiacchiere, dei conduttori, dei tanti opinionisti, che Dio li maledica, questi chiacchieroni che predicono anche il futuro e non ci prendono mai; le zuffe dei politici, che Dio li maledica altrettanto, questi burattini faziosi chiusi dentro le loro ideologie; i telegiornali continui sugli infiniti canali, come fossimo sempre sull’orlo dell’irreparabile, e i telegiornali fossero bollettini di un disastro perpetuo: il clima, la pandemia, lo scioglimento dei ghiacci, la deforestazione e tutti questi allarmi di moda, che poi passano, come il buco nell’ozono, che sembrava la fine del mondo ma poi è passato e non se ne parla più. E la musica! continua, ossessiva, nei bar, nei ristoranti, in taxi. E poi internet, che è il regno diabolico delle fesserie sotto forma di informazione, ma su cavolate, che intasano la mente, sommergono, rendono tutto importantissimo, sia una guerra che una crema per la depilazione; un massacro di civili o gli inestetismi della cellulite; una strage di terroristi con centinaia di morti o le tette rifatte di una valletta, o, dicevo io, peggio ancora, le ultime parole di lady Diana, che solo a sentirle mi viene da impiccarmi a una trave, no! lady Diana no! tra tutte le idiozie che ci riversano addosso lady Diana è la più debilitante, sconfortante, assieme agli amori dei vip e di tutti i reali vivi od estinti. "
Ermanno Cavazzoni, Storia di un'amicizia, Quodlibet (collana Compagni Extra), 2026¹; pp. 38-39.
Credere e non credere
Nel 1973, scrivendo La convivialità, Illich prevedeva che la catastrofe del sistema industriale sarebbe diventata una crisi che avrebbe inaugurato una nuova epoca. «La paralisi sinergica del sistema che l’alimentava provocherà il crollo generale del modo di produzione industriale… In un tempo molto breve la popolazione perderà fiducia non soltanto nelle istituzioni dominanti, ma anche in quelle specificamente addette a gestire la crisi. Il potere, proprio delle attuali istituzioni, di definire valori (come l’istruzione, la velocità di movimento, la salute, il benessere, l’informazione ecc.) si dissolverà di colpo allorché diventerà palese il suo carattere illusorio. A fare da detonatore alla crisi sarà un avvenimento imprevedibile e magari di poco conto, come il panico di Wall Street che portò alla Grande Depressione… Da un giorno all’altro, importanti istituzioni perderanno ogni rispettabilità, qualunque legittimità, insieme alla reputazione di servire il bene pubblico».
È bene riflettere sulle ragioni e sui modi in cui queste profezie, sostanzialmente corrette, dopo quasi mezzo secolo non si sono avverate (anche se molti sintomi sembrano confermarne l’attualità). Il modo di produzione industriale e il potere che l’accompagna continuano a esistere pur avendo perduto ogni rispettabilità e ogni credibilità. Illich non poteva immaginare che un sistema potesse mantenersi proprio attraverso la perdita di ogni credibilità – che, cioè, gli uomini continuassero a agire secondo modelli e principi in cui non credevano più, che la mancanza di fede, l’essere oligopistos (Matteo, 14, 31), diventasse la condizione normale dell’umanità (e certamente a rendere accettabile la perdita della fede, era stata innanzitutto la Chiesa, trasformando in un pacchetto di dogmi la vicinanza fra cuore e parola che era in questione in Paolo, Rm. 10,6-10).
Un sistema – come quello che abbiamo di fronte – che dà per scontato che non si creda più in esso, che si fonda, cioè, proprio sull’apistia e sulla mancanza di fiducia, è un avversario insieme fragile e particolarmente difficile da combattere. Esso riscuote, infatti, incessantemente un credito che non ha, così come in ultima istanza inesigibili sono i crediti su cui le banche fondano il loro potere. Il denaro funziona non perché si crede in esso, ma precisamente perché esso è la forma stessa della mancanza di fede (come Marx aveva intravisto, proprio questa assenza di fede costituisce il carattere teologico della merce: non si può aver fede in ciò che si può vendere e comprare). Sostituendosi alla Chiesa, le banche amministrano sapientemente e irresponsabilmente l’assenza di fede che definisce il nostro mondo, esse sono i leviti e i sacerdoti della nuova irreligione dell’umanità.
Come pensare una strategia di fronte a un tale avversario? È certamente vano denunciarne l’incredibilità e l’illegittimità, dal momento che – come si è visto con chiarezza durante la cosiddetta pandemia – egli è il primo a esibirle e rivendicarle. Il suo punto debole non sta tanto nella mancanza di fede, quanto piuttosto nella menzogna cui da questa si crede costretto. Invincibile, infatti, sarebbe solo un potere che, fondato sull’incredulità, decidesse di non parlare e si votasse al silenzio. I poteri che pretendono oggi di governarci non fanno invece che parlare e enunciare giudizi e, contraddicendo così la loro più intima natura, sembrano in qualche modo credere ed esigere fede.
Avviene qui in realtà qualcosa di più complicato e sottile. Per colui che non crede, ogni discorso è falso, poiché alla mancanza di fede corrisponde soltanto il silenzio. Come quel personaggio dei Demoni, egli né crede di credere né crede di non credere. Se crede, invece, come sembra oggi ovunque avvenire, nella propria incredulità, egli distrugge il fondamento stesso su cui si reggeva. Credere di non credere è la peggiore della menzogne, in cui chi la proferisce non può che restare imprigionato. Ed è questa menzogna – e non, come suggeriva Illich, il fatto che gli uomini non gli credono più – che condurrà il sistema alla rovina.
Giorgio Agamben, 15 dicembre 2025
Paul Wranitzky (Pavel Vranický) (1756-1808) : Quodlibet, for small orchestra
I. Straßburger 0:00 II. Cosacca 1:30 III. Altvatter 2:05 IV. Contredanse 3:20 V. Fandango (nach Mozart's Figaro) 4:10 VI. Masur 5:40 VII. Russisch 6:30 VIII. Furlana 7:35
Performed by Ensemble Eduard Melkus.
I don't know anything about music, but I rebuilt this piece by ear and by studying Synthesia videos on the piece. I've been obsessed with this piece since I was a baby.
Johann Sebastian Bach (1685-1750) - Wedding Quodlibet for Soprano, Alto, Tenor, Bass and Basso continuo, BWV 524. Performed by Sibylla Rubens, soprano, Ingeborg Danz, alto, Markus Ullmann, tenor, Andreas Schmidt, bass, and Bach-Collegium Stuttgart.
Dal sacco si sparsero al suolo le cose. Ed io penso che il mondo è soltanto un sogghigno, che luccica fioco sulle labbra di un impiccato.
Velimir Chlébnikov, “47 poesie facili e una difficile” a cura di Paolo Nori, Quodlibet, 2009.
[Stile Alberto][Michele Masneri]
In "Stile Alberto" Michele Masneri ci guida in questo Google Maps degli infiniti mondi arbasiniani fra gran lombardi, ambasciatori, Gianni Agnelli, Truman Capote, l’Italia gay tra gli anni Cinquanta e oggi, e Gadda e Pasolini e Tondelli.
Alberto Arbasino (1930-2020) non è stato solo uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano ma è stata una colossale «macchina di stile». Michele Masneri ci guida con una scrittura divertita e divertente in un paese scomparso dove l’opera-mondo arbasiniana funge da Google Maps fra gran lombardi, ambasciatori, nobiltà («a Roma gli unici esseri parlabili – e format esportabili – son sempre…
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