stop looking for the version of me that they created in your head (I said to myself)
seen from United States

seen from United Kingdom

seen from United States

seen from United States

seen from Maldives
seen from Maldives

seen from United States
seen from Maldives
seen from Romania
seen from United States

seen from Saudi Arabia

seen from Ukraine
seen from United States
seen from Maldives
seen from China

seen from Saudi Arabia
seen from United States
seen from Malaysia

seen from Saudi Arabia
seen from China
stop looking for the version of me that they created in your head (I said to myself)
La soluzione.
Puoi trascorrere tutta la vita a occuparti del mondo intero, per arrivare alla sua fine e renderti conto della verità. La sola cosa di cui dovevi occuparti era la tua identità.
Spero che tu lo capisca molto prima.
♠️_Alcuni percorsi sono destinati a essere intrapresi,anche quando conducono nell'oscurità.🖤🌹
©️Licaonia Lupe
“Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.”
Primo Levi, Se questo è un uomo.
" Mi sembra uno sciupio venire al parco e non vederlo per intero. Sprecare la giornata è una cosa che mi preoccupa. Non intendo la produttività, ma proprio il piacere di godermela. Non sono contro la produttività, ma bisogna definirla secondo termini personali. Non mi sembra mai uno spreco di tempo venire al parco. In fin dei conti, sono le persone che fanno un luogo. Posso stare dappertutto con le persone giuste. Sì, dico sul serio. Anche se mi piace passare da solo un sacco di tempo. No, non penso di essere molto riservato, semplicemente non vedo l’utilità di condividere tutto. Non è così che funziono. Trovo che non ci sia nulla di affascinante nel raccontare tutto a tutti, anche a se stessi. Ci dev’essere un po’ di mistero. Dove mi sento davvero me stesso? Non saprei proprio. Mi sa che sto ancora cercando di capirlo. "
Ayşegül Savaş, Gli antropologi, traduzione di Gioia Guerzoni, Feltrinelli (collana Gramma), 2025; p. 148.
[Edizione originale: The Anthropologists, Bloomsbury Publishing USA, 2024]
Rosalía e il miracolo del suono: la musica tra atto poetico, radici e rivelazione
Ero immersa nella lettura, avvolta in un silenzio denso che costruiva un fragile equilibrio di senso e respiro. Quando, all’improvviso, l’algoritmo, quella misteriosa intelligenza che orchestra il caso, ha fatto scivolare nella sequenza una poesia in musica. Una melodia ha attraversato lo spazio, limpida e remota, come un richiamo d’altro mondo. Tutto ciò che avevo intorno, il libro, la stanza, persino il mio pensiero, si è dissolto come nebbia al sole. Ero lì, rapita, in un tempo sospeso che non apparteneva più né alla lettura né all’ascolto, ma ad un varco. Rosalia cantava, e in quelle note c’era qualcosa di antico e ancestrale, una promessa che non si lascia spiegare, ma solo sentire. Così, senza volerlo, mi sono ritrovata a studiare ogni parola, cercando il disegno segreto che unisce voce, emozione e destino.
Ci sono brani che sembrano un esperimento di alchimia sonora, dove il gesto vocale diventa rito e la parola si fa epifania. Quando l’arte non si limita a unire musica e parola costruisce ponti tra mondi, lingue e tradizioni, portando nel presente la vertigine di ciò che è ancestrale.
Con “Focu ranni”, la cantante catalana attraversa una nuova soglia, il siciliano, una lingua di pietra e sale, di antiche preghiere e quotidiani silenzi, per incarnare una poesia che si muove tra sacro e carnale, dolore e splendore. Il dialetto siciliano è una lingua che non si canta, ma si evoca. Rosalía la piega alla sua voce come si piega un filo d’oro, e da questa torsione nasce un canto che sembra appartenere a un altrove arcaico, dove la fede si confonde con la materia e la bellezza con la ferita. Nel brano la cantante attinge alla potenza arcaica della lingua siciliana per raccontare una tensione interiore che arde e spinge oltre i limiti:
“Tu u me focu ranni”
La persona amata è come un grande fuoco dentro di lei: un’energia intensa, potente che può scaldare, ma anche bruciare.
“Mi jittavu nta lu nenti / Pi nun perdiri a libbirtà”
Preferisce allontanarsi, piuttosto che restare intrappolata in un amore troppo forte o totalizzante.
“E l’amuri senza liggi / È l’unicu ca accittassi”
L’unico amore che lei accetta è quello senza regole, senza imposizioni, senza possessività. Un amore libero.
“Mi jettu nta lu nenti / Prima d’abbruciari.”
Per evitare di “bruciare” in questo amore troppo intenso, sceglie ancora una volta di gettarsi nel nulla, cioè di allontanarsi, prima di essere consumata dalla passione.
Il testo mette in scena il conflitto eterno tra desiderio e autodeterminazione, tra l’istinto che trascina e la necessità di rimanere integri. È una dichiarazione di forza, libertà personale, rifiuto delle convenzioni e passione intensa. Nel brano, Santa Rosalia diventa simbolo ed emblema di protezione, rinascita e resistenza identitaria. A Palermo e per i cattolici, rappresenta la figura che salva, che libera dal male, che cammina nella solitudine per ritrovare sé stessa. In un brano che mette in scena il conflitto tra desiderio e autodeterminazione, Santa Rosalia diventa un’immagine perfetta: una santa che non si sacrifica per compiacere, ma per fedeltà a sé stessa; una donna che sceglie la solitudine come forma di purezza e libertà; un simbolo amato dal popolo, vicino alla terra e alla gente, non distante o irraggiungibile. In questo modo, il dialetto siciliano e santa Rosalia diventano più che riferimenti culturali: diventano segni poetici. Un ponte tra la tradizione mediterranea e il percorso artistico della cantante, sempre in bilico tra radici e rivoluzione, tra antico e ultramoderno.
Il siciliano è una lingua profondamente espressiva, aspra e poetica allo stesso tempo, capace di portare con sé un immaginario immediato: fuoco, radici, passione e resistenza. È un dialetto che non attenua, anzi, amplifica. Per un’artista abituata a esplorare linguaggi sonori che parlano alla carne e all’istinto, il siciliano diventa uno strumento potente, perché restituisce corpo, musicalità e un senso di autenticità. Usarlo significa attingere a una tradizione mediterranea condivisa: una zona di incontri, mescolanze, rituali, dove il sacro e il carnale convivono da sempre. È un modo per amplificare il tema centrale della canzone, il desiderio che diventa liberazione, attraverso una lingua che ha in sé la stessa energia.
Sentire il proprio dialetto risuonare oltre i confini, farsi ritmo e diventare virale, non è solo motivo d’orgoglio, ma è la prova che ciò che siamo, nella nostra essenza più intima, può parlare al mondo intero. In un panorama musicale globale che spesso appiattisce, questi versi ci ricordano che la forza nasce dalle radici. E quando quelle radici diventano canto, allora non restano più soltanto nostre, diventano un fuoco grande, capace di illuminare tutti.
Un vecchio video di 8 secondi ha permesso a Sarah, dopo 25 anni di silenzio per la SLA, di ritrovare la sua voce. Non solo tecnologia, ma un atto di restituzione: accento, imperfezioni, identità. Un ricordo che diventa di nuovo presente.
Avevo invece scoperto che per persone come me non esiste una reale distanza tra l’artista e l’arte, ci viene richiesto di essere la stessa cosa: piú accettavo questo, meno ero libera di avere un’identità mia, slegata dal mercato delle tendenze. La libertà era una tresca.
Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca