Avete perso Pizzaballa?
Era il 1994, e l’Unità aveva deciso di pubblicare settimanalmente, come inserto dell’edizione del lunedì mattina, una ristampa di un album di figurine Panini, uscito negli ultimi trentacinque anni, dal 1961 ai giorni nostri. La pubblicità che si vedeva in giro, anche su altri quotidiani, recitava, nero su giallo fosforescente, “Avete perso Pizzaballa?”. Lo storico portiere bergamasco non appariva infatti nella lista delle figurine stampate nel 1964, anno in cui era all’Atalanta, perché il giorno dello scatto delle foto di rito era infortunato e non si presentò nemmeno al centro sportivo dove si svolgevano gli allenamenti. Diventò una figurina mitologica, che fu stampata molto tempo dopo il lancio dell’album, che entrò subito nell’immaginario collettivo di quell’Italia da boom economico, tra sportivi e meno appassionati.
“Hai perso Pizzaballa?” Mi domandò mio padre, accorgendosi che stessi guardando quello slogan stampato sulla quarta di copertina del numero del quotidiano che stava leggendo, come sempre, seduto sul divano in salotto. Mi osservava, in attesa di una mia risposta, con lo sguardo che si alzava faticosamente al di sopra delle lunette.
Non seppi cosa rispondere, ovviamente, e lo guardai di sottecchi.
“Ogni lunedì, tu che passi davanti all’edicola di Viale Volta per andare a scuola, fermati e compra L’Unità, così facciamo la collezione degli album delle figurine. Non ti dimenticare, eh.”
Accettai, ovviamente.
L’edicola era posta su una cuspide del marciapiede, in uno spiazzo davanti ad un palazzo altissimo, uno dei più alti della città per l’epoca, in un quartiere che confinava con il mio in modo aleatorio, senza delimitazioni precise, almeno per me e i miei amici. Chiamavamo quella zona “vicino alla scuola” oppure “tra i parchetti”, data la notevole quantità di aree verdi presenti, nemmeno avessimo vissuto a New York, dove il quartiere di Tribeca prese nome dalla temporanea abbreviazione che gli abitanti diedero alla zona di isolati, posti a triangolo, che si trovava a sud di Canal Street. “Triangle Below Canal Street”, Tri-Be-Ca.
L’intervallo del lunedì mattina divenne così un appuntamento fisso per consultare l’uscita dell’album del giorno. Ci soffermavamo sui giocatori più sconosciuti e dai nomi più insoliti. La triade Pin – Bon – Blason del Padova, gli oriundi del Napoli, gli esordi in massima serie di Marco Osio. Commentavamo i volti che cambiavano squadra e colori ogni lunedì, guardavamo le statistiche sui gol segnati. Moltissimi calciatori scomparivano o indossavano uno sponsor doverso sulla maglia, altri si tagliavano la barba o se la facevano crescere per la stagione successiva.
E poi c’era un giocatore dell’Inter che non cambiava mai. Appena giravo la pagina ( ero io il “master”, colui che, essendo il possessore dell’album, poteva dettare i tempi di consultazione ) dopo quelle dedicate alla Fiorentina o al Genoa, Fabio cambiava espressione e il volto lentigginoso gli si illuminava all’improvviso, come se non se lo aspettasse, come se ogni lunedì fosse una nuova e strabiliante scoperta.
L’Inter di Mario Corso appariva lentamente, dispiegata su due pagine, come tutte le altre squadre. Fabio abitava in un palazzo vicino al mio, al terzo piano. Il suo balcone era l’unico, del caseggiato, a non avere appesi i cd per tener lontano i piccioni. Nel mio condominio non avevamo questo problema, perché il nostro cortile era pieno di gatti e i volatili ne erano terrorizzati: ogni giorno trovavo una carcassa di piccione sull’asfalto, oppure solamente delle piume, a testimoniare il perpetuo massacro. Erano gatti domestici e quindi non li mangiavano, li uccidevano solo.
Contavo i soldi giusti per comprare L’Unità con la figurina di Mario Corso sin dalla domenica sera, quando mi ritrovavo a finire i compiti appena prima di sedermi a cena. Le sigle dei programmi sportivi, la cappa della cucina accesa che sovrastava ciò che avremmo mangiato in settimana, il pesante zaino fosforescente per terra ai piedi del letto pronto per affrontare altri sei giorni di scuola, mezzi pubblici, automobili, intemperie, strisce pedonali presidiate da nonni vigili.
Sentivo mia madre e mia zia parlare in cucina. La luce di camera mia era sempre fioca, come se vivessi di nascosto. Mia zia si sedeva sempre al tavolo da pranzo, mentre mia madre preparava la cena. Il lavoro, le vacanze che voleva fare, i miei nonni. Nel mentre, la aiutava ad apparecchiare. Alle volte mi controllava i compiti di latino per il giorno dopo, dato che lei lo aveva studiato alle superiori. Aveva fatto le magistrali e avrebbe potuto insegnare nelle scuole. Litigavamo perché a lei lo avevano insegnato in modo diverso, soprattutto quando si trattava di tradurre le versioni. Le facevo vedere i pezzi di traduzione che avevo trascritto, esattamente come erano riportati sul vocabolario, ma non ci credeva. Dopo cena se ne tornava a casa in macchina e io, ricontrollando i soldi che mi sarebbero serviti per comprare un album di figurine ristampato.
Avevo seguito le indicazioni di mio padre, e Fabio ne sarebbe stato contento. Mario Corso sarebbe stato ancora lì, uno sfondo colorato e quasi irreale, gli occhi vispi. Alcune fotografie lo ritraevano con le mani sui fianchi. Le annate delle Coppe dei Campioni, la sua estraneità alle rivalità consacrate del calcio italiano.
Quattro anni dopo, L’Unità iniziò a pubblicare un’altra collana. Si intitolava “Gli anni della Prima Repubblica” ed era curata dal giornalista Gianni Rocca. Dalla Costituzione alla vittoria elettorale dell’Ulivo di Romano Prodi, in ordine cronologico, ogni uscita raccontava due anni della nostra storia. Anche in quell’occasione mi fu affidato il compito di comprare il quotidiano il lunedì, prima di andare a scuola. Facevo già le superiori e l’edicola non era più la stessa degli album di figurine. Era posta in una piccola vetrina lungo il corso principale che percorrevo ogni mattina, uno spazio angusto totalmente all’opposto rispetto a quella che si trovava “tra i parchetti”. C’era sempre la fila prima di arrivare al bancone, nei giorni di pioggia o di grande freddo le persone si urtavano le une con le altre. Quando chiedevo L’Unità con l’inserto, alcune di loro mi guardavano con circospezione, ma non l’edicolante. Lui, mai.
In classe, durante i cambi d’ora, io e i miei compagni guardavamo e fotografie che ritraevano gli avvenimenti principali di quegli anni. Il Vajont, Sigonella, Berlusconi. Nessuno indicava nulla e non si aspettava nulla.
È strano pensarlo, ma il tempo che passa, anche se ci sembra tantissimo, da un evento importante, è facilmente calcolabile. Dalla finale di Coppa dei Campioni del 27 maggio 1965, giocata a San Siro contro il Benfica di Eusebio e Coluna, possiamo contare gli anni, i mesi, i giorni, sino ad arrivare ai secondi che ci separano. A volte è necessario, quindi, separare i sentimenti dai nostri ricordi.
Ed è per questo che mio padre, interista, per smettere di pensarci, lo chiama tuttora “Mariolino”. Calzettoni tirati giù come sarebbe accaduto per lo Scudetto con Berti e Serena, numero undici.














