Un filo teso
Sono qui nel letto, un grande letto da primi novecento in legno di ciliegio. Ho le gambe dritte e, mentre scrivo, piego all'interno i piedi, senza pensarci. È un gesto da bambina. Almeno, mi ricorda me da bambina. Mi ricorda quando avevo quell'età dove tutto ha un colore particolare, dove i conigli di peluche parlano, le fate volano in giardino e se speri veramente veramente tanto, puoi far arrivare dal cielo un cavallo blu e chiamarlo Fiocco d'argento.
Mentre sono qui che scrivo, mi accorgo dei miei piedi incrociati e li guardo e vedo gli alluci che iniziano a stortarsi per l'età. Li sento che dolgono, le dita insensibili e le piccole fitte sulla pianta, dovute al deperimento dei nervi.
E mi chiedo: come è potuto succedere? Quando è capitato che la bambina con il cavallo blu diventasse la vecchia che ha mal di schiena per aver lavorato in giardino? La vecchia coi capelli grigi, gli stivali di gomma, due maglioni e i guanti da lavoro? Quando è capitato che diventassi la chiusura, l'ultima incarnazione, la strega?
E ora mi trovo qui, tesa tra gli estremi. I piedi incrociati, gli alluci storti, i gatti che parlano e io che parlo ai gatti, le fate in giardino e la legna da segare, il tarassaco da soffiare e le erbacce da strappare.
Sono una corda. Riconosco i nodi all'inizio e alla fine, ma quanto è tesa e sottile la parte centrale. Dov'è la donna che avrei dovuto essere?
Non è qui con noi, si è persa altrove, si è consumata come i fili ritorti, spezzati dall'usura e dal tempo e dalla fatica di tirare tanto. Tirare per tenere insieme la bambina e la strega. Tirare per tenere insieme tutto, la vita, la famiglia, la casa, il lavoro, l’amore, le persone che volevo, le persone che avrei voluto, le persone che avevo e quelle che non ho mai avuto. Si è tirata e tirata e col tempo la corda ha cominciato a spezzarsi, un filo per volta. E adesso è rimasto questo unico filo, il cuore centrale, il ponte teso sul baratro del tempo passato, il ponte che mi permette di rivedere da lontano la magia, di stringere quella mano piccola e sottile che era mia e che nessuno ha tenuto stretta abbastanza. Quanto ho dovuto perdere per questo: il seno, la vagina, l’utero, i fianchi e i tacchi, la biancheria, le calze. Ho perso gli occhi, i capelli, la pelle. Ho perso una parte di allegria, una grossa parte di bellezza, un’enorme parte di fiducia. Ho perso la speranza o forse era solo l’illusione di una speranza.
Sono un cavo sottile, qualcuno direbbe d’acciaio, io mi sento un filo di ragno. Muovo i piedi e penso che oggi, con gli stivali di gomma, sono passata nelle pozzanghere. Ancora non ci salto ma ci sto lavorando.










