Lasciamo scegliere Elizabeth: risposta alle obiezioni più frequenti di chi tifa per la coppia Jack-Elizabeth (J/E)
Premessa: se pensi che Jack Sparrow sia il miglior partner per Elizabeth Swann e sei particolarmente sensibile alle critiche rivolte alla tua coppia ideale, anche se argomentate, ti sconsiglio di leggere questo post.
Non offendo le persone né giudico i loro gusti e non m’interessa prendere parte alle “guerre tra fan”; inoltre, mi ritengo capace di esprimere la mia opinione in maniera civile e rispettosa. Tuttavia, so anche quanto possa diventare suscettibile e “protettiva” la gente nei confronti del proprio personaggio preferito e delle proprie coppie del cuore. 🙂
In sintesi: no agli insulti gratuiti, sì alle critiche costruttive. Se la vedi così anche tu, allora leggi pure il resto del post, indipendentemente da ciò che pensi della coppia J/E.
Se, invece, tendi a evitare qualsiasi tipo di critica alle tue coppie del cuore, ti suggerisco di fermarti qui e non proseguire la lettura. Fan avvisato, mezzo salvato! 😉
Post molto lungo ⚠️ 🚧
Parte 1: La libertà di Elizabeth e la libertà di Jack
Uno degli aspetti essenziali del personaggio di Elizabeth Swann è il suo desiderio di libertà. Sin dal primo film di “Pirati dei Caraibi”, Elizabeth ci viene presentata come una giovane donna intraprendente, audace e volitiva: protesta con il Commodoro perché lui arresta Jack Sparrow; si appella al Parlay per negoziare con Barbossa, nel tentativo di proteggere l’intera città di Port Royal; brucia il rum per richiamare l’attenzione della Marina Britannica, affinché recuperi lei e Jack intrappolati sull’isola; fugge dalla Dauntless per andare a combattere nella grotta dell’Isla de Muerta. Insomma, Elizabeth pensa con la propria testa e agisce di conseguenza, mettendo anche in discussione le convenzioni sociali e il decoro.
Nel secondo episodio della saga assistiamo a una sorta di suo “flirt” con Jack Sparrow, il quale, nel corso del film, dimostra di essersi quantomeno invaghito di lei, se non addirittura innamorato. I due hanno una conversazione interessante, che mette a nudo una debolezza di Elizabeth (gli impulsi egoistici). In un certo senso, si riconoscono simili e ammettono di avere delle affinità, mentre un’innegabile tensione sessuale aleggia fra loro. Da qui l’attrazione di Elizabeth nei confronti di lui (forse rafforzata dall’entusiasmo che una giovane attrice deve aver provato recitando al fianco di Johnny Depp, all’epoca considerato un mito e non ancora gravato dal peso degli scandali che l’hanno colpito negli anni recenti).
Il personaggio di Jack incarna la libertà del tipo più assoluto, che non conosce regole, schemi o confini. Come Elizabeth, anche lui agisce sempre di testa propria, ma è ancor più spregiudicato: mente, manipola le persone per i propri scopi personali, cerca di rigirare ogni situazione a proprio vantaggio. È una sorta di prestigiatore che trasforma la vita in un trucco e può contare su una lingua svelta, una mente acuta e un sorriso carismatico. Cosa potrebbe fare Elizabeth, che fin dall’inizio ha una visione “romanticizzata” dei pirati, se non scoprirsi attratta da lui?
Ora, che tale attrazione non sia sfociata in amore è, a mio avviso, palese: Elizabeth non è mai stata innamorata di Jack. Essere affascinati da qualcuno e provare desiderio sessuale nei suoi confronti non equivale ad amarlo. Non c’è dubbio, tuttavia, che fra i due si fosse stabilita una certa complicità che invitava il pubblico a riflettere sul loro rapporto.
L’argomentazione preferita dei sostenitori di quest’ipotetica coppia (dico “ipotetica” perché i personaggi non si sono mai messi insieme e ciò va riconosciuto per ragioni di onestà intellettuale) sembra essere la seguente: Jack è un pirata e un uomo libero, Elizabeth desidera la libertà e l’avventura, perciò stando con lui potrebbe avere e fare tutto ciò che vuole, lontano dalle costrizioni della società. Talvolta, nel tentativo di portare avanti questa tesi, si menziona la scena del primo film in cui Jack salva Elizabeth dall’annegamento, strappandole il corsetto per impedirle di soffocare; il corsetto rappresenta le convenzioni sociali che limitano la libertà di lei, e Jack viene considerato l’unico uomo in grado di offrirle una via di fuga da esse.
In tale ottica, Jack viene inquadrato come portatore di libertà, mentre Will Turner – l’amico e amore d’infanzia, il giovane che a lungo ha detestato i pirati – diventa l’emblema del conformismo che manterrebbe Elizabeth legata alle restrizioni della società, spingendola ad accettare il ruolo di moglie e madre tradizionale. Inoltre, è un dato di fatto che alcuni tra i più fieri sostenitori della coppia J/E vedono la relazione fra Will ed Elizabeth come una “favoletta” irrealistica, la cui unica ragione d’esistere risiederebbe nell’abitudine della Disney di proporre coppie e lieti fini inverosimili. Secondo queste persone, far finire insieme Elizabeth e Jack sarebbe stata la soluzione più credibile, auspicabile e coerente con i caratteri dei personaggi.
A ciascuno le sue convinzioni: personalmente non credo affatto che Elizabeth sarebbe stata meglio con Jack che con Will. Soprattutto, però, non ho mai creduto, nemmeno per un istante, che il tipo di libertà che Jack avrebbe potuto offrirle fosse ciò che lei desiderava veramente, nel profondo.
Quella di Jack è una libertà che non ammette relazioni stabili e durature, né assunzioni di responsabilità. È la libertà a cui potrebbe anelare un ragazzino, una sorta di eterno Peter Pan che rifugge dagli impegni e dai sacrifici. È la libertà di chi è capace di perseverare per sé stesso e non per amore degli altri.
Elizabeth, che persevera nel suo amore per Will quando ancora lui non si è dichiarato e non c’è garanzia che, un giorno, loro due possano stare insieme – anzi, è molto più probabile che non possano perché sono di classi sociali diverse; Elizabeth, che per salvare la vita di Will accetta la proposta di matrimonio di un uomo che non ama – un brav’uomo, certo, ma pur sempre uno di cui non è innamorata; Elizabeth, che per un anno intero, dopo che suo padre ha dato la propria benedizione a lei e a Will, ha modo di riflettere sulle difficoltà che le causerebbe sposarsi con qualcuno privo di ricchezze e di titoli nobiliari, ed è comunque decisa a sposarlo; Elizabeth, che dà Jack in pasto al Kraken perché sa che, sacrificando il Capitano, potrà salvare il resto della ciurma, ma poi si sente in colpa per quel gesto estremo; Elizabeth, che nella cella dell’Olandese comprende il desiderio di Will di aiutare il padre e capisce il peso che lui porta sulle spalle; Elizabeth, che nel ruolo di Re dei Pirati parla di sudore, forza e coraggio, lasciando chiaramente intendere che non c’è libertà più grande di quella che viene difesa combattendo, anche a prezzo della vita, e trova il suo primo alleato proprio in Will; Elizabeth, la cui gioia nel pronunciare il suo “sì” durante il matrimonio rocambolesco (ma romanticissimo!) sulla Perla Nera è quasi palpabile… Davvero il destino di questa donna, mi chiedo, è stare con qualcuno che la cosa che sa fare meglio – a parte servirsi della propria intelligenza e capacità di portare gli altri dove vuole lui – è scappare?
Con questo non intendo sminuire Jack, che in più di un’occasione si dimostra capace di atti di coraggio e di altruismo non indifferenti. Sia Will che la stessa Elizabeth lo definiscono “un brav’uomo” – e penso che abbiano ragione. Ciò non toglie che la vita di Jack sia paragonabile a un continuo girovagare senza una meta precisa, con i desideri e gli impulsi momentanei come principale guida (non per niente la sua bussola cambia direzione proprio in base ai desideri!). Sinceramente credo che Elizabeth meriti qualcosa di diverso: la possibilità, oltre che di viaggiare per mare, di avere una casa, un saldo approdo a terra. La possibilità di uscire dai rigidi confini del ruolo di figlia del Governatore senza finire col condurre una vita randagia, che include giusto qualche sosta occasionale a Tortuga e in altri posti simili. La possibilità di trovare una sua via per costruirsi un futuro, senza rischiare di vivere all’ombra di un Capitano tanto affascinante e carismatico quanto in balìa del vento dei propri desideri. Perché mai Elizabeth dovrebbe seguire lui e stare con lui, quando nel corso del terzo film ottiene una sua nave e un suo equipaggio?
Alla fine della storia, Elizabeth non ha bisogno della libertà che potrebbe offrirle Jack. È già una donna libera – e lo è soprattutto grazie alle proprie scelte, in relazione alle quali si comporterà di conseguenza, senza sottrarsi agli impegni e alle responsabilità. Ha scelto di opporsi alla Compagnia delle Indie Orientali e di combattere contro Beckett? Dovrà guardarsi le spalle e tenersi preparata ad affrontare eventuali rappresaglie. Ha scelto di sposare Will? Lo aspetterà e custodirà il suo cuore. Non è una prigioniera, è una donna adulta che ha preso delle decisioni consapevoli. Nei dieci anni che separano la partenza di Will dal suo ritorno potrà andare dove riterrà più sicuro, per mare o per terra, e avrà tutto il tempo di costruirsi una vita, una casa e una nuova routine. Nessuno le sta chiedendo di confinarsi su un’isola… tanto meno l’uomo che ha sposato.
Fine Parte 1 🚧 [continua…]
Immagini tratte da: buffysummers, Sparrabeth Dead Mans Chest GIF Tenor, mylovewithdamon, G Lee Pinterest, rikrgif, ceeyoutea, lady-arryn, Google Immagini.
Il post su Ranieri che supporta la comunità LGBTQ+ mi ha dato molto a cui pensare.
Perché in effetti non è neanche che lui è mia nonna siano coetanei, anzi. Hanno 15 anni di differenza.
Mia nonna, classe 1936, segue Sanremo sporadicamente. Ma non solo.
Mia nonna, sempre 85enne vi ricordo, mi vede solo ogni tanto. Viviamo lontano, e il covid ha impedito tanti viaggi.
Tornando a Sanremo, perché di quello stavo parlando, mia nonna fa spesso alcuni commenti un po', beh, vecchio stampo.
Quando guardammo l'edizione 2020 insieme, ad esempio, ricordo benissimo il suo commento all'esibizione di Elettra Lamborghini.
Un costernatissimo: "Ma non ha le mutandine!'.
L'ho detto, mia nonna è un po' vecchio stampo: al suo collegio ancora veniva insegnato il galateo come materia scolastica, faceva media.
Ma queste sono normali differenze generazionali. Ai suoi tempi, una minigonna (neanche poi così mini) creava scalpore. Adriano Celentano che, durante una coreografia, rivolse le spalle al pubblico dell'Ariston fu scandalo.
Sempre mia nonna, comunque dai suoi 85 anni ha imparato che i tempi cambiano, e non sempre per il peggio. Perché nonostante tutto, abbiamo piano piano ottenuto il diritto di essere noi stessə, la libertà di non vergognarsi della propria identità.
Mia nonna è fortemente cattolica.
Ma mi chiede di andare su internet col cellulare per mostrarle i video di Achille Lauro.
"Mi sta simpatico, è un bel ragazzo. Intelligente. La gente dice che è gay, ma se lo è, che differenza fa?"
Mia nonna ha guardato la sua esibizione con Fiorello nel 2021. Quella tanto criticata per la corona di spine.
"Se solo fosse nato adesso, sarebbe proprio come Achille Lauro. È gente come lui che dovrebbe essere giovane per sempre!"
E avrei migliaia di esempi di questo tipo, ma vi ho dato solo quelli sanremesi.
Ora, non so se mia nonna abbia visto Zalone ieri sera, ma immagino di no.
Insomma, è pur sempre vecchio stampo, ve l'ho detto: se sente una parolaccia, cambia canale.
Ma è la stessa donna che, quando avevo poco più di 18 anni, mi disse "Guarda che se ti piacciono le donne, va bene lo stesso, l'importante è che tu sia felice". Proprio perché è vecchio stampo, e sa che la famiglia deve volersi bene, così come ognuno è.
È la stessa donna che, quando ha saputo che sono trans (nonbinary), si è subito prestata ad informarsi sui binder perché, appunto, mi rendono felice, e ha accettato senza farsi problemi, nonostante le tante domande.
È la stessa donna che, essendo cattolica, prega per me. Ma prega che la nostra famiglia in cielo mi tenga al sicuro, non che io cambi in alcun modo.
È la stessa donna che, parlando di DDL Zan e persone trans, dice degli oppositori ai nostri diritti: "Ma che lasciassero vivere la gente! Nessuno si merita violenza per il modo in cui è!" (Ovvio, vi sto traducendo tutto da dialetto, sto parafrasando un pochino).
Quindi, credo di avere una buona idea di come risponderebbe a Zalone, alla sua omotransfobia, razzismo e sessismo.
E mi chiedo se si tratti davvero di un "gap generazionale", quando Zalone esprime queste sue "opinioni" che altro non sono se non discriminazione.
Se siamo noi "giovani" a non capirlo (nonostante io mi avvicini più alla sua età che a quella media di Tumblr Italia).
O se forse non si tratta di gap generazionale, visto che mia nonna potrebbe essere pure nonna sua, e certe cose le capisce.
La solitudine sa essere amica e consigliera, spesso elemento essenziale del processo di crescita umana.
Però altrettanto spesso diventa come un demone, che ti accompagna e opprime.
Quando poi la solitudine viene soppianta le persone di cui ti fidavi, ove l’unica colpa verso queste è il fatto che non riesci sempre ad essere al massimo grazie a tutte quelle ombre che ti vincono, allora la solitudine diventa inevitabile.
Ti fagocita in un sol boccone, fa di te brandelli.
È durata poco. Forse ha retto la fase iniziale, quella dura, la fase 1 del lockdown stretto e stringente, degli ospedali in affanno, delle zone rosse. È durata poco ma è anche risultata essere l'aspetto forse più significativo, almeno, dal punto di vista di un ritorno al bagno di realtà e, soprattutto, alle base della cultura scientifica e cioè della cultura occidentale in genere. È stato durante questo periodo drammatico che l'esperto in quanto tale, per formazione, titolo, studi ed attività lavorativa, è tornato al livello e al ruolo che avrebbe dovuto da sempre spettargli, cioè di colui che conosce l'argomento di cui si tratta. E, di conseguenza, è l'unico in grado di dare pareri, di dettare contromisure, di affrontare emergenze e consigliare prese di posizione e decisioni che poi sta ai politici, in base a considerazioni politiche, adottare.
Ma, come dicevo, questa fase è, ahimè, durata poco, tanto rapidamente è tornato in auge il ribollire delle bolle personali, la riduzione in tribù urlanti strette dietro al proprio "uomo magico/feticcio" di rappresentanza.
Come sempre, dal mio punto di vista di persona sempre stata "di destra", mi delude questa degenerazione de "il mio esperto sì che è figo, l'esperto del governo/sinistra è un coglione" che viene attata in tutto e per tutto dalla destra attuale, mutuando i metodi più beceramente idioti dei cosiddetti antisistema. Così si arriva a: "il mio esperto salva vite con un metodo rivoluzionario ma il sistema il governo/la sinistra/Big pharma lo ostracizza" quando magari il metodo non salva vite o non è rivoluzionario o semplicemente non rientra nei protocolli scientifici riconosciuti che segnano, appunto, il confine tra metodo scientifico e bei tentativi, tra eventi causali ed eventi correlati e, in ogni caso, in fase di sperimentazione.
Mi stupisce è mi delude perché posso accettare il pensiero magico sparso a piene mani da chi per anni si è fatto merito della propria ignoranza, ma non posso accettarlo da parte di chi ha sempre, o avrebbe dovuto sempre sapere, che il metodo scientifico, cardine fondante e vanto della nostra società occidentale, non è fatto di dogmi assoluti, non è fatto di personalità e conoscenze che non possono essere messe in discussione, tutt'altro. Si basa proprio sul confronto, anche feroce, di teorie diverse che combattono nello spiegare dati uniformalmente riconosciuti ma che sono in grado di arrivare ad un punto fermo, benché temporaneo, una volta che la comunità al suo interno ha potuto valutare, validare, falsificare i dati che possiede e la realtà a cui si rapporta.
Bene, ora tutto questo, in quella che era la destra si è di nuovo perso, basta vedere il proliferare di post di critica degli esperti altrui basati sulle parole, evidentemente "sante" dell'esperto proprio, quello riconosciuto dalla tribù.
È triste vedere la scienza trattata in questo modo, è triste vedere la base della nostra cultura che si perde in bolle emotive, è triste vedere l'ignoranza, la semplificazione, la partigianeria, prendere piede lì dove dovrebbe essere meglio compreso il meccanismo e la potenza della scienza e dell'occidente con la sua capacità di apertura alla realtà, la sua condivisione, la dinamicità delle risposte, la gestione dell'incertezza e il valore dell'errore.
Poi, per carità, gli scienziati sono uomini non meno degli altri, ognuno ha il suo amor proprio e, magari, chi più chi meno, la sua vanità. Ma se c'era una cosa positiva da re-imparare in tutte queste tragedie era il valore del dato scientifico e il valore del parere di chi ha passato una vita a studiarlo e non si è svegliato epidemiologo ieri come l'altroieri era economista o, prima ancora, allenatore di calcio.
Nonostante tutto, non perdo la fiducia. Credo nel fatto che aver creato task force di esperti per affrontare i problemi sia stata una scelta sacrosanta. I problemi erano e sono tuttora, moltissimi e soprattutto ancora imprevedibili, nonostante il "sennò del poi" dilaghi. Tanti di quelli che adesso sono lì a dire che il lockdown non serviva a nulla se non a creare la devastante crisi economica, erano allora a lamentarsi sul fatto che nessuno poteva capire quanto era grave la situazione che stavano vivendo e quanto erano irrispettosi i canti sui balconi.
Adesso non sappiamo, nessuno sa, se si troverà un vaccino, se ci sarà un nuovo picco, se effettivamente il virus si depotenzierà o se saremo in grado di gestirlo. Nessuno lo sa ma, per fortuna, c'è gente che studia e lavora per saperlo. E c'è gente che ha, come i politici e gli amministratori, responsabilità di decidere cosa fare nel frattempo e si trova davanti situazioni nuove. Non tutti sono abili e capaci, anzi, la maggior parte non lo sono ma ricordiamoci di essere stati noi a votarli. Assumiamoci le nostre responsabilità, cerchiamo di fare il nostro meglio, e, soprattutto, smettiamola di fare i vecchietti del Muppet show che, dall'alto del loro palco laterale, criticano qualunque cosa.
Due cattive notizie mi portano a scrivere qui. Si può dire che questo sia il lato positivo delle mie sventure. Non pensavo che sarei tornata a versare i miei pensieri su questo blog prima di... Natale circa; sto scrivendo e leggendo fin troppo per via dell’università. Ogni tanto vorrei aprire un libro o un romanzo non accademico, ma poi penso che anziché leggere quello potrei star leggendo qualcosa per l’uni e per gli esami che avrò a breve. Quindi non lo faccio. Sbagliato a mio parere, perché è sempre bello staccare dagli obblighi, ma i miei pareri non hanno rilevanza in quello che poi accade nella mia vita (se la avessero, non sarei la procrastinatrice seriale che sono). Le mie giornate passano tra lezioni, studio, caffè americani e cibi morbidi. Sì, sono ancora in post-operatorio, anche se sono in dirittura d’arrivo. Per cinque giorni dovrò ancora mangiare morbido e freddo (o meglio, non caldo), per cinque giorni non potrò bere alcol, fumare o fare attività fisica. Dopo questi fatidici giorni dovrebbe finire tutto. Non vedo l’ora di ricominciare ad allenarmi, a mangiare bene e... basta, non so se voglio riprendere a fumare. Sarebbe l’occasione perfetta per smettere. Ma torniamo a noi.
La prima brutta notizia è che confermo ancora una volta di essere una sottona estremamente vulnerabile, e di sentire i miei sentimenti e le mie emozioni in maniera eccessivamente intensa. So di non essere l’unica, e probabilmente il mio modo di “avvertire” i sentimenti è completamente normale (sicuramente), ma ogni volta mi chiedo come sia possibile che delle reazioni a livello chimico e di sistema nervoso possano essere così... non so neanch’io come descriverle. Così irradianti fisicamente e mentalmente. Irradianti non è la parola giusta, ma non mi viene altro. Sarà il mio talento innato per il pensare troppo, o per farmi film mentali, o per idealizzare le persone nella mia testa. Ma questo ragazzo mi piace davvero tanto. E siamo stati fisicamente insieme per 6 giorni in totale, da quando ci conosciamo (= due mesi e mezzo). Milo mi piace così tanto che è un’ora che sto piangendo. Ma piangendo davvero. La mia vulnerabilità è una brutta notizia perché ODIO mostrare le mie debolezze, odio provare sentimenti che invalidano la mia facoltà di giudizio, la mia razionalità e la mia “impassibilità” di fronte agli eventi. Però allo stesso tempo penso che i sentimenti, brutti e belli, ci rendano umani, e quindi siano una cosa meravigliosa. E non vorrei mai essere apatica. Tranne in momenti come questo.
La seconda brutta notizia è il motivo per cui sto piangendo. Non riuscirò ad andare a Milano a fine mese. Non riuscirò ad andare a trovarlo per un weekend. Ma la cosa più brutta è che non è colpa di nessuno. È colpa della situazione covid in Italia. Viaggiare è troppo rischioso. Ho litigato di brutto con i miei genitori, perché io ci sarei andata lo stesso — tanto saremmo rimasti in casa tutto il tempo *wink wink* — ma in fondo so che hanno ragione. Il problema è che non ci vediamo da un mese, e ora chissà quando potremo rivederci. Ho paura che salti tutto. Ho paura che lui non sia disposto ad aspettare. Ho paura che si perda quell’intesa e interesse nel sentirsi ogni giorno perché non c’è una data definita per il prossimo incontro. Ho paura che non riuscirò a vederlo per tutto il resto del 2020. Ho paura di tutto. I rapporti a distanza esistono e sono sostenibili, ma fino a un certo punto. Non si può sostenere un rapporto a distanza che non è neanche una relazione, perché non ha ancora avuto il tempo di diventarlo. Non abbiamo avuto il tempo di diventare niente.
E quindi sto scrivendo. E stavo piangendo fino a due secondi fa. E sono le 23 e io non ho ancora cenato. E voglio solo addormentarmi ma so che mi ci vorranno un paio d’ore da quando chiudo gli occhi prima che succeda. Questo aggiornamento lo chiudo qui, asettico, sintetico, scritto male. Non voglio sembrare poetica, volevo solo distrarre il mio corpo dal pianto e concentrarlo su una tastiera.
Oggi sono in bilico, sull’orlo di un fallimento; se potessi vorrei disegnare questa sensazione di instabile consapevolezza. Questo è il momento in cui tutte le insicurezze vengono fuori e si mostrano in tutta la loro poderosa forza, infatti da questo punto ironicamente privilegiato si riesce a vedere ciò che ti aspetta, ma al contempo non hai attorno alla sensazione di vuoto totale. Quindi eccomi nel limbo, tentando di respirare e di cercare quella razionalità che mi è sempre appartenuta.
Ma a un soffio dal salto riesco solo a pensare: e se...
Mi trovo in Aula Magna. Di nuovo.
Curioso come ai tempi del Liceo fosse la mia aula preferita, sinonimo di insegnanti assenti, assemblee straordinarie o qualsiasi altro evento che impedisse il consueto svolgimento delle lezioni e rompesse la monotonia di quelle giornate scolastiche tutte ugualmente e intollerabilmente grigie.
Ora, invece, la sua sola vista mi fa venire la nausea. Le sedie blu, quelle comode con lo schienale morbido e il banchetto pieghevole attaccato, sono disordinatamente addossate le une alle altre nel disastroso tentativo di creare quanti più posti a sedere possibile, ostruendo il passaggio – ‘Proprio come una volta’, mi vien da pensare; l’intonaco delle pareti, quello giallo vomito che si stacca al solo sfiorarlo con le dita, sembra non sia stato ritinteggiato dai tempi della IV ginnasio. E quelle tende rosse, pesanti e polverose – forse mai lavate – continuano ad adornare le finestre vicino al palco, in un vano tentativo di dare un tocco di classe ed eleganza all’ambiente circostante. Poco importa che ci sia la muffa alle pareti e gli studenti inciampino sugli angoli sporgenti delle mattonelle anteguerra, quasi tutte staccate dal pavimento e non ancora sostituite. Noto, proprio in quel momento, un ragazzo: uno di quelli che fanno perdere la testa a studentesse grandi e piccine. Insomma, uno in stile F.
Procede sicuro tra la fila di sedie, come se l’intera scuola gli appartenesse, per poi inciampare in maniera molto poco mascolina in una mattonella particolarmente sporgente e sorreggersi alle spalle di una ragazza per evitare di cadere come un sacco di patate, tirandole i capelli nel processo.
Cerco di nascondere la mia risata che, traditrice, sguscia fuori come un grugnito e mi fa guadagnare lo sguardo interrogatorio di chi è seduto al mio fianco, nonché quello imbarazzato del belloccio in questione. Sollevo le spalle e gli faccio un cenno con le mani, divertita, come a dire ‘È capitato a tutti prima di te.’
E quello, conscio che nessun’altro si sia accorto della sua piccola défaillance, mi guarda altezzoso prima di tornare al proprio posto, più impettito di prima. Tipico.
‘Imbranato e pieno di sé come il suo collega più vecchio’. Penso, questa volta sghignazzando deliberatamente, ché il ricordo di tutti gli scivoloni del mio vecchio compagno di classe è troppo esilarante per impedire una sana risata. Che muore sulle labbra, inevitabilmente, non appena prendo nuovamente coscienza del posto in cui mi trovo. Della muffa alle pareti, della porta vetusta che scricchiola pericolosamente quando viene aperta e rischia di crollare addosso a qualche malcapitato da un momento all’altro, e della voce nasale della Vicepreside che annuncia il motivo della nostra presenza.
‘Orripilante’. Penso, col suo stesso tono di voce e arricciando il naso in segno di disgusto proprio come lei suole fare. E mi chiedo perché io sia qui, seduta sul palco s’uno dei posti d’onore come gli ospiti importanti che la scuola soleva invitare per le conferenze. Ricordo ancora quelle di Beppe Severgnini e del Dottor Braina, che all’epoca avevo ascoltato attentamente e mi avevano ispirato tanto, ma che adesso hanno meno valore del calzino bucato e scolorito che ho dovuto buttare l’altro giorno, nonostante fosse trai miei preferiti.
Osservo i miei compagni di classe, uno per uno. Belli, tutti, negli abiti calzanti a pennello adatti all’occasione; sorridenti e raggianti mentre scherzano tra loro e si abbracciano dopo anni di separazione e distanza. Non sono cambiati di una virgola, almeno ai miei occhi, ma hanno addosso lo sguardo trionfante di chi ha vissuto senza remore la propria giovinezza, realizzandone quasi tutti i desideri.
Penso, di nuovo e quasi con fierezza, ‘Siete belli. Tutti.’
Ora che i rancori sono stati appianati e le asce da guerra seppellite, si comportano come una famiglia; come quella classe unita a cui, chi con più voglia di altri, si è sempre cercati di arrivare. Perciò non posso fare a meno di chiedermi, nuovamente, cosa ci faccio io qui, che non mi son mai saputa adeguare e mi son – più o meno volontariamente – preclusa l’occasione di farne parte. Anche i miei vestiti lo confermano: Alice è inadeguata. Sempre.
Con i jeans sgualciti e strappati e una camicia rossa a quadri legata in vita, le vecchie Converse ai piedi e i capelli arruffati, sembro più l’immagine di un’adolescente in piena crisi esistenziale piuttosto che una giovane adulta indipendente che ha avviato con successo la propria carriera universitaria ed è pronta ad affrontare il mondo del lavoro una volta aver terminato.
‘Beh’, rifletto, ‘suppongo avessero bisogno anche dell’intervento di una poraccia per rendere la cosa più credibile. Magari in questo modo troveranno veramente la motivazione giusta per impegnarsi all’Università.’
E mi metto a ridacchiare di nuovo, di soppiatto, come se fosse la cosa più comica del mondo nonostante non ci sia niente da ridere e non ci fosse neanche l’ombra di una battuta – in certi momenti reagisco così, giusto per impedire a qualche lacrimuccia di scappare e tradire il mio vero stato d’animo.
Tocca a me parlare, dopo vari interventi, e io quel microfono non voglio proprio prenderlo tra le mani. Non ho niente da dire, davvero, così lo fisso con sguardo truce sperando che possa volatilizzarsi o che, quantomeno, la mano che lo porge lo allontani dalla mia vista.
Con la coda dell’occhio vedo le professoresse di italiano e inglese che mi squadrano speranzose, attribuendo il mio comportamento alla consueta timidezza. Così, d’improvviso, col solo ausilio di quella visione, una vecchia fiamma polemica si riaccende e, prima ancora che possa pentirmi del gesto, afferro il microfono.
‘Ok’, inizio, ‘siete voi ad averlo chiesto, perciò non mi prendo nessuna responsabilità per eventuali delusioni e/o indignazione.’
Ridacchiano quasi imbarazzati, pensando che sia una battuta, ed è quasi sadico il piacere che provo davanti alla consapevolezza di deludere le aspettative dei professori che speravano fossi un fiore tardivo, o davanti alla soddisfazione di chi ha voluto vedermi fallire. Soprattutto ora che ai vecchi antagonisti pare che se ne siano aggiunti di nuovi.
‘Al contrario di questi bei signori qui, la mia esperienza universitaria è stata tutt’altro che piacevole.’
Che inizio magistrale. Immagino che alcuni di loro non se lo sarebbero mai aspettato. – Sono ironica, ovviamente. In fondo le notizie corrono in fretta.
‘Ho provato a studiare Giurisprudenza e, nonostante avessi capito fin da subito di non esservi portata, ho cercato di andare caparbiamente avanti, senza rinunciare.
Qualora ve lo steste chiedendo, questa non è una favola e la premessa non è un invito a non arrendervi mai. Anzi, tutt’altro.
Vi spiego. Giurisprudenza sarà pure la scelta più banale del mondo, ma non è un corso di studi per studenti senza palle – se i professori mi concedono il francesismo. Bisogna essere dotati di una buona dose di carisma e perseveranza, nonché di capacità oratorie non indifferenti. Tutte cose che, ovviamente, io non posseggo, soprattutto per quanto riguarda l’ultima caratteristica. E se vi state chiedendo, da geni qual siete, per quale assurdo motivo stia snocciolando questa vasta gamma di parole visto quanto detto prima, non è altro perché questa è una lettera frutto della mia immaginazione e io sono un leoncino da tastiera.’
‘Sapete, a perseguire un sogno impossibile si perde la testa. Motivo per cui alla fine ho dovuto rivolgermi ad uno psicologo. – No, non guardatemi con quegli sguardi orripilanti. La nostra cara collega qui presente studia psicologia e mi è sembrato di notare che steste tutti applaudendo entusiasticamente durante e dopo il suo intervento. Non fate gli ipocriti, dai.
Dicevo, ho dovuto rivolgermi ad uno psicologo. E sapete perché? Perché nel vago ed inutile tentativo di assomigliare alle fantastiche persone alle mie spalle – si, applaudite, se lo meritano – ho perso di vista me stessa e ancora non mi son saputa ritrovare.
Vedete, futuri diplomati, la vita non è una favola – come vi ho già detto. C’è chi vince e c’è chi perde; chi riesce ad arrivare in cima e chi deve accontentarsi della base perché non riuscirebbe mai ad affrontare la scalata; c’è chi è destinato a spiccare tra la folla e chi, invece, si confonde con essa nonostante aspiri ad essere un luminosissimo faro. Capite dove voglio arrivare?
Ci sono i vincenti e ci sono i perdenti, per farla breve, e io sapevo chi essere già dai tempi del Liceo. Lo sapevo quando dovevo sollevare la voce al punto di urlare per farmi ascoltare dal resto della classe; quando ero costretta a fare autoironia sui miei difetti nella convinzione che, se ne avessi parlato e scherzato io per prima, non lo avrebbero fatto gli altri; quando balbettavo durante le interrogazioni nonostante sapessi gli argomenti a menadito; quando, durante le conversazioni in lingua riguardanti gli aggettivi qualificativi, se ne sarebbero potuti trovare miriadi di positivi per i mie compagni di classe ma neanche uno per me; quando alla Festa dei Cento Giorni – per quanto banale possa sembrare – sono stata l’unica persona a non ricevere un complimento, perché non importa quanto bello possa essere il tuo vestito, o i capelli, o – nel caso delle ragazze – il trucco: si è sempre invisibili.
Quando sai di essere l’ultima scelta, allora sai anche che non potrai mai trionfare. E potreste non essere d’accordo con me; potreste dissentire quanto volete e affermare che le mie siano solo parole di una persona frustrata – qual sono, mica lo nego -, ma chi è destinato ad avere successo si nota fin da subito.
È una questione di atteggiamento e lo sapete benissimo anche voi. Bella presenza, carisma e sicurezza di sé sono le caratteristiche che ti fanno andare avanti, e se si ha la sfortuna di non averle innate allora bisogna imparare ad affilarsi gli artigli, ché in un mondo come questo non c’è spazio per la gentilezza e la sensibilità d’animo. Quelle vengono dopo, ma non sono necessarie.
Sapete cosa succede alle persone sensibili che falliscono e non riescono a raggiungere i propri obbiettivi?
Succede che per loro il Mondo diventa un pesante fardello da portare sulle spalle; un po’ come Atlante, costretto a sorreggere la volta del Cielo in eterno, ma privi della sua forza, ché noi non siamo Dei o semidei ma semplici esseri umani; e, in quanto tali, sapete benissimo cosa succede quando un essere umano inizia a percepire il mondo come un posto ostile, brutto e cattivo.
Vedete quella finestra aperta? Ci si butta, e non di certo per volare.
Perciò, ragazzi, imparate chi siete.
E ora fate un applauso ai miei compagni di classe alle mie spalle, che ce l’hanno fatta.’
Mi rivolgo a loro, ora. Con un pizzico di invidia, ma tanta sincerità:
‘Non avevo dubbi che sareste saliti sul podio.’
Non so come sia stato accolto il mio discorso; se sia stato percepito come un tentativo di attirare l’attenzione o se ciò che volevo comunicare sia veramente arrivato agli ascoltatori. Non sono mai stata brava con le parole, perciò ho spesso paura di sbagliare e dell’impatto che esse possano avere.
Non questa volta, però, considerato che ho preferito astrarmi dal reale ed evitare di avere a che fare sia con le reazioni scatenate dal mio discorso, sia con le parole di quelli successivi.
Ho continuato a guardare dalla finestra aperta, mentre una brezza piacevole mi solleticava il viso, continuando a pensare che sono solamente un semplice essere umano che vede il mondo come un posto brutto e cattivo e che da quella finestra ci si vorrebbe buttare, ma vorrei farlo per volare.
Qualche giorno fa mi sono messa a scrivere e continuavo a cancellare qualcunque frase vedessi apparire sullo schermo. Ero nervosissima, arrabbiata con i miei genitori, i miei amici, oggetti inanimati. Non riuscivo a spiegarmi il perché. Mi sono anche allenata, e le endorfine prodotte avrebbero dovuto migliorare la situazione, invece non è cambiato niente. Il giorno dopo mi è arrivato il ciclo, ed è stato svelato l’arcano. Non ho mai avuto un PMS così forte come questo mese; ero letteralmente vittima di emozioni incontrollabili. Per fortuna ora va meglio e sono di nuovo padrona dei miei pensieri.
A proposito di questo, però, e a prescindere da periodi del mese vari, sento avvenire dei cambiamenti nel mio modo di pensare, di essere e di vivere le cose e le situazioni intorno a me. La prima cosa che sto notando è che sono molto più... unapologetic. In altre parole che non so ben articolare: non me ne frega niente. Di niente. Sono sempre stata più o meno così, non mi vergogno di fare casino in giro o di fare una figuraccia perché saluto qualcuno che penso di conoscere e magari non è così. Ci rido molto su, sulle mie gaffe intendo. Mi ritengo abbastanza autoironica ed è una qualità che mi riconosco. Tuttavia questa “caratteristica” è sempre andata inutilizzata nei confronti dell’universo maschile. Con i ragazzi sono sempre voluta apparire al mio meglio, sia esteticamente che caratterialmente. Non importa se fossero miei amici, conoscenti, o ragazzi da cui non ero attratta; ho sempre voluto che pensassero fossi una strafiga. Non è una cosa che mi piace di me, questo bisogno di approvazione e ammirazione esterni. Tuttavia sento di poter dire che qualcosa sta cambiando. Sicuramente non esco in pigiama, struccata e con i capelli sporchi, ho ancora un minimo di decenza. La cosa che sta cambiando è proprio la percezione che ho di me stessa. Dopo una quarantena dove ho guadagnato qualche chilo in più del solito e mi vedevo flaccida e informe, ora sto iniziando a vedere i risultati di un’alimentazione più sana (grazie mami) e di attività fisica regolare. Oltre ad essere tornata ad una forma che mi piace, mi vedo anche più tonica, più in salute, e neanche così magra com’ero quest’inverno. Certo, mancherebbe solo una bella abbronzatura, ma per ora non sono ancora potuta andare al mare. Il succo del discorso è che sto avendo un boost di autostima che sta migliorando la visione di me stessa e dei miei dintorni. Non mi sono mai ritenuta un roito, riconosco i miei difetti e ho un bel po’ di insicurezze, ma riconosco anche i miei pregi. Ho passato così tanto in tempo chiusa in casa struccata, che guardare la mia faccia al naturale ha acquistato un valore che prima non aveva. Ora non mi interessa se mi trucco pochissimo o per niente, perché mi piace la mia faccia “acqua e sapone.” Quando mi impegno e faccio la make-up artist, mi vedo ancora meglio.
Detto ciò, non mi interessa più impressionare il genere maschile. Mi sento bella e sexy anche senza flirtare con nessuno, cosa che prima amavo fare. Mi piace ancora, sia chiaro, è uno dei miei hobby preferiti, ma sono proprio gli uomini che mi sono... scaduti. Questo non è direttamente collegato agli eventi dei giorni precedenti, ma penso sia comunque una conclusione a cui sono arrivata col tempo. Non ho più bisogno di impressionare nessuno, non ho più voglia di mantenere rapporti falsi, ipocriti e superficiali con le persone; voglio solo crescere mentalmente e migliorare fisicamente. Voglio leggere, allenarmi, imparare a guidare come una pro (ci sono molto vicina!), capire come funziona il mondo del lavoro e del denaro, iniziare a farmi una cultura su come guadagnare in futuro, o magari iniziare a farlo già da adesso.
Il mio obiettivo sta diventando quello di diventare multimilionaria. Una cosa da poco, lo so. Non ritengo che i soldi facciano la felicità, ma sicuramente ritengo che tale frase sia una stronzata. I soldi sono uno strumento che porta alla salute, al benessere, alle esperienze, all’agiatezza, alle opportunità, alla possibilità di fare del bene. Quindi sono uno strumento che non garantisce la felicità, ma almeno la favorisce. Ah, voglio anche andare a vivere all’estero; non mi dispiacerebbe stare a Roma o a Milano, ma la situazione politica in Italia mi sta dando talmente sui nervi che non penso di farcela ancora a lungo. La situazione in America è ancora peggio, quindi mi sa che devo puntare altrove. Ci sono molti paesi europei con una qualità di vita impressionante, devo solo capire dove mi porterà il mio cervellino. E la mia laurea. Come si fa a capire che lavoro fare o dove indirizzarsi una volta usciti dall’università? Attendo risposte da un’entità sconosciuta. Nel frattempo leggo libri e faccio caffè sul mare.