In un modo o nell'altro, alla fine si muore
Il platino non funziona più. Era bello, lucido, prezioso e, in realtà, aveva, per me, pochi effetti collaterali, ma è andato. Il mostro ha ripreso a crescere e il dolore ha ricominciato a divorarmi da dentro, come un continuo memento della mia fragilità, del mio essere viva quindi del mio dover soffrire. E mi fa male: mi fa male ogni passo, ogni movimento, le gambe sembrano percorse da lame, fulmini che si scatenano lungo le vie bianche e tremanti dei nervi. La carne sembra aprirsi, ma è solo una sensazione, come vedessi una pessima scena splatter in un pessimo film, ma il dolore mi ricorda che non è un film. Le mie ossa si frantumano, a quanto pare, o il mostro le divora. Le rosicchia, come i cani, con tranquillità e gusto, o come i tarli, con la fretta di uscire e liberarsi e vivere una vita finalmente priva di me. Il dolore mi abbatte, mi incattivisce, mi rende fragile e arrabbiata, mi toglie la voglia di lottare o la motivazione per farlo. E c'è poco da metterci buon umore e ironia e senso dell'umorismo e oppiacei quando vorrei solo libertà da questo guscio in disfacimento. L'astronave ha retto bene, più di quanto tutti sperassero, più di quanto io mi aspettassi, ma adesso non regge più o io non reggo più. L'isolamento, la solitudine, il vuoto di spazio-tempo dello spazio-tempo profondo, adesso si prendono la loro vittoria e mi strappano dalle mani ogni piccolo pezzo di luce. Non posso mentire, soprattutto a me stessa: sono stanca.
Ora mi propongono nuove cure, trattamenti sperimentali con nomi da astronavi aliene, civiltà diverse ai confini con ciò che è conosciuto. Quanto servono? Quanto tempo danno? E, soprattutto, a che prezzo? Di nuovo, non posso mentirmi. So che devo andare avanti e tentare. So qual è la strada. So che ora, stasera, in questo momento di vento e solitudine e silenzio, mentre sento le foglie dei tigli e la metropolitana, so che non voglio. Non voglio continuare. Sparissi ora, fosse così semplice spegnere la macchina con un gesto di volontà, senza pensare alle conseguenze, senza avere altre conseguenze, lasciando l'universo attuale invariato, senza dover cambiare massa-energia in altra massa-energia, sottraendo semplicemente la mia massa-energia dal tutto, ecco, potessi, ora, lo farei. Ma non si può. Le leggi della fisica, la termodinamica e la sua conservazione, richiedono comunque il dolore, la sofferenza, l'umiliazione, il degrado, l'orrore in tutte le sue forme, per me e per chi mi sta accanto. E quindi no, non posso. Sceglierò il meno peggio o, meglio, ciò che può essere utile, più utile. Vivrò ogni passo, perché non ci sono vuoti nel nostro spartito, va suonata ogni nota, anche quella muta, quella che nessuno sente, ogni spazio va percorso, compreso quello che non porta da nassuna parte che non sia un girare intorno finché l'orizzonte degli eventi non ci prende. Alla fine poi si muore, ma non è facile, e nel frattempo si perde ogni cosa. Ho paura, sono stanca e devo aumentare gli oppiacei.
(E, tipo gremlins, non dovrei scrivere post dopo la mezzanotte )




















