Ciondola un pochino col capo, in cenno d'assenso, incrociando le caviglie ed abbassando brevemente lo sguardo, roba di un secondo, prima di rialzarlo su di lui e cominciare a parlare [ mi dispiace. ] sospiro, breve, ma c'è. che anche se è orgogliosa con le scuse non ha mai avuto problemi con lui, quando gliene doveva, non è una di quelle bestie che l'orgoglio lo mettono per primo, macchè, non c'è niente che abbia messo prima di Felix in quasi nove mesi, per cui.. almeno questo non è così difficile. non in termini di orgoglio, almeno. tutto il resto è un'altra storia. [ non pensavo avesse tanto valore, per te. non l'ho fatto perchè.. pensavo ne avesse. ] pausa. che è comunque un discorso difficile, che nemmeno per sms si era preparata, e farlo faccia a faccia è davvero un peso grosso che le grava tutto sulle spalle, facendola rimpicciolire nemmeno dovesse mutare lei di lì a poco. [ ero lì, e non ero.. lucida, e avevo bisogno di bruciare qualcosa, e ho pensato di bruciare il tuo ufficio. ] ufficio, appunto. non è che sapesse altro. non marcia nemmeno troppo sul suo problema, benchè specifichi che non era lucida - il dispiacere? il fumo e l'alcool? la piromania? - e che aveva "bisogno" di farlo, ma non calca più di tanto perchè [ non lo sapevo, che era importante per te. ] lo ripete, di nuovo, e che è sincera oltre che sentirlo Felix dovrebbe saperlo, dovrebbe sapere cosa le ha detto e cosa no. gesticola con le mani, anche tra una pausa e l'altra, come se cercasse le parole senza molto successo, ma ora gesticola anche per bloccare eventuali intromissioni o interruzioni da parte di lui. [ .. e non è una giustificazione, ne un'attenuante, non è questo. ] non sta cercando di pararsi il culo, completamente no. era consapevole di aver sbagliato già il giorno dopo, prima ancora di aver capito l'entità del danno. [ e non ti volevo.. ] fare male. ma no, non lo dice. scrolla le spalle ed allarga le braccia, con aria un po' impotente [ ho fatto una stronzata. ] perchè non c'è molto altro da dire: ha fatto una cagata e qualsiasi cosa dica adesso non cambierà quello che ha fatto, non riporterà il gazebo, quindi c'è poco da fossilizzarsi sulla cosa: ha fatto una stronzata, è umana, un'umana disturbata, per cui sbaglia e basta. [ l'ho capito già l'indomani che era una stronzata, perchè mica cambiava niente, anche prima di sapere che per te contava. ] le ha dato quei dieci minuti di euforia e l'impressione di essersi liberata di un peso, ma appunto, illusoria come l'idea di non doverci fare i conti poi. [ quindi scusa, Felix. ] e lo chiama per nome e glielo dice guardandolo dritto in faccia, per quanto parlare con lui non sia proprio nella top five delle cose che più ha piacere a fare in questo momento, ma perchè è così che va fatto, perchè è quello che pensa e perchè è giusto così. non voleva davvero fargli male. scuote la testa [ e non te lo sto dicendo perchè ho paura, perchè sei qui e aspettavi che lo dicessi, ne perchè lo ha detto Mackenzie o per essere perdonata. ] nah, nessuno di questi motivi, in effetti. ed è vero proprio, ci potete giurare che è vero quello che dice. non si aspetta e non vuole nessun perdono nemmeno, non se ne fa niente nemmeno di quello. [ e nemmeno per gli animali. è così e basta. ] possono tenerseli gli animali, si sarebbe scusata in ogni caso. perchè è così, e basta. perchè le premeva dire che pure se stavolta l'ha fatto, di fargli male non aveva mai messo in conto, mai proprio da che lo conosce. e lo ha fatto, e fa schifo, ha aggiunto solo schifo ad altro schifo, quindi era giusto scusarsi. e basta. è così e basta, non c'è molto altro da dire.
E allora si muove, finalmente, e l’unica – lentissima – cosa che fa, è girarsi di spalle. Faccia alla porta. Deja-vu. Ma quanto gli dà fastidio anche questa porta, adesso. Torna a stringere i pugni che nemmeno se ne rende conto, e senza sapere bene perché – perché non sta flashando via – dà un inutilissimo pugno alla porta. Che fa un cazzo di male cane. Gli trema la mano, e si sente un rumore che pare effettivamente il rumore di ossa che scricchiolano. Si sente solo quello, inteso. Lui non dice niente, non si lamenta, non impreca – per assurdo neanche bestemmia. Niente, davvero. E allora che si fa? Non può mica restare qui per sempre, s’è già detto. Facile sì, ma impossibile. Quindi deve andare, ecco, deve andare e basta. Anche se non gli va, anche se fa tutto schifo. Meglio andare. E prima di farlo c’ha da fare solo una cosa. L’ultima cosa. Tira di nuovo su la mano storta e tremante di dolore del pugno, e la apre per bene. La poggia di piatto contro la porta – il palmo e le dita contro il legno. Sta così, in religioso silenzio, e due, tre istanti dopo comincia vibrare un rivolo di fumo da sotto la mano. Fumo e inconfondibile odore di bruciato. Le sta dando fuoco alla casa? Per carità. Sarebbe troppo facile. Vuole solo rimanere dentro questa casa, che lei lo voglia o no: lascia l’impronta calda, di fiamme bianche che neanche si son viste, ma c’erano, da un lato della sua porta di casa. Le sue cinque dita nere di bruciato. Butta giù la mano ancora calda e acchiappa la maniglia con l’altra. Ora può andarsene.