C’ha di nuovo il voltastomaco da presa di coscienza di quanto possa essere stupido, ritardato, coglione e stronzo. Il voltastomaco per aver trattato male Lilith. Che tuttavia s’è chiusa nel suo mutismo da: non sono qui, non mi interessa. Si schiaffa le mani in faccia da sotto gli occhiali, col profumo di Lilith ancora sulle dita e sulla bocca – sospira. Si appunta gli occhiali tra i capelli e riapre gli occhi – mediamente pallidi – a guardare la signorina muta. Fa un passo di lato, liberando la porta, se è di quella che le interessa – se è fuggire che le interessa. [ E’ molto bello. ] con una scrollatina di spalle, perché oramai è troppo tardi e perché si sente così stupido a dirlo. Abbassa la testa e resta a muso basso, senza guardarla più. A posto così. Ma solo di guardarla, a posto così, perché non ha mica finito di parlare. Eh. Si dà una tastata di gioielli, nel frattempo, a metà tra il nervoso e il non so dove mettere le mani. [ Io.. credevo che ci fosse un altro. Perché tu.. ] pausa. Sfiata dal naso, sfinito e stanco di questa situazione che di per sé è cominciata da poco, ma pesa già tantissimo. [ Senti Elizabeth, mi dispiace. Io non lo so che pensavo e non so perché l’ho pensato. E’.. una falena bianca, cazzo, quanto posso essere coglione!? ] indicandole il fianco incriminato, mentre con la mano libera si dà un pugno sulla tempia di prima, per sottolineare il coglione. Poi continua a macchinetta, sempre molto agitato. [ Ma tu hai cercato di nasconderlo e io non lo so cazzo, non lo so, pensavo che ti scopassi un altro e che fosse.. una cosa sua, cazzo, non lo so! Non lo so.. ] che non lo sa, almeno, s’è capito. Fa un altro sospiro che sfiata come uno sbuffo, però. Riabbassa testa e sguardo. [ Non mi va di dividerti con un altro. A me non mi va. ] scrollata di spalle. Questo è. [ Se vuoi andare.. cazzo.. se vuoi andare via.. ] le fa un cenno verso la porta. [ Ma io.. ] e deglutisce e chiude gli occhi, cercando si spegnere anche ogni canale percettivo, per non sentire niente, più niente. Per non sentirla andare via, sicuramente. [ .. vorrei che restassi. ] a bassa voce, alla fine. Magari mentre se n’è già andata, però. Magari no. Ma fermo lì immobile, senza fermarla, eventualmente.
Lo guarda spostarsi dall'ingresso del bagno, la porta su cui fissa i due fanali azzurrissimi per lunghi istanti, soppesando quella che - si - sarebbe senza dubbio la cosa più logica da fare. la più logica per Lilith, almeno, per non far svegliare il nano dai suoi sogni belli di prima in un clima più torbido e poco chiaro anche per loro, per non dover restare robottino, per non sentirsi in imbarazzo per quello che era un gesto d'amore a tutti gli effetti ma che è stato letto come un tradimento. andarsene, ora, sarebbe la cosa più facile e comoda di tutte; al resto si penserebbe poi, a rabbia sbollita, quando fosse passato del tempo o chi lo sa. non è nemmeno sicura che a Felix vada davvero che resti ora, con queste condizioni qui, perchè che il mood sia guastato per tutti ormai è evidente, e allora forse sarebbe più comodo anche per lui se Lilith alzasse i tacchi e lo lasciasse a fare i conti con le cose. [ vieni qua. ] dal nulla, così, distogliendo lo sguardo dalla porta e riportandolo su Felix e sul suo muso basso, sciogliendo l'intreccio delle braccia sotto al seno e tendendone una verso di lui, per condurlo "qua". e, se Felix le avesse dato ascolto e si fosse avvicinato, la mano acchiappata gliel'avrebbe tenuta mentre con l'altra sarebbe andata ad aprire un lembo di camicia per scoprire la falena bianca incriminata sul fianco corrispondente. [ ho un tatuaggio nuovo. è una falena bianca. ] tutto questo solo per mostrarglielo e per accompagnare la mano - sempre ammesso che gliel'avesse presa poi - lì, dove guardava prima, dove toccava prima, per esplorare una cosa sconosciuta apparsa dal nulla. [ ti piace? ] riavvolgiamo il nastro e comportiamoci da persone normali, che tanto ormai il danno è fatto. lo ha chiamato per mostrargliela un'altra volta, come fosse la prima, come fosse novembre ma con le consapevolezze di maggio, per dargli conoscenza di quel segno sulla pelle che non ha voluto sbandierare mai com'è nel suo essere, perchè lo veda di nuovo, da capo, e quindi come fosse la prima volta, per quello che è. un segno, di quello che di tanto forte la lega a lui. uno dei tanti, nemmeno quelli sbandierati, nemmeno quelli urlati al vento, ma tutte manifestazioni di un'unica cosa. s'è detto che Lilith lo stava guardando, lo stava leggendo, ed in quello sfiatare dal naso, nelle mani sul viso, negli occhi bassi e tutti quei "non lo so", Lilith ci ha letto stanchezza, e quello che vuole fare adesso è spazzarla via tutta, ora. in un battito d'ali, magari.
Dunque, resta di lato alla porta ad attendere che lei faccia la sua mossa, qualunque sia, a questo punto. Può andarsene, e strappargli via la quiete e la bellezza di questi giorni; oppure rimanere e affrontare insieme l’ennesimo scoppio. Ecco, loro hanno questo problema degli scoppi, come i motori di una volta, che non sono certo rimasti quelli, negli anni, ma sono stati perfezionati. Se avranno – se si daranno – del tempo per perfezionarsi, un giorno smetteranno di scoppiare anche loro. Saranno la versione aggiornata, 4.0 di loro stessi. Del loro "noi". Ha ancora nausea e mal di pancia che manco una colica, in quegli istanti prima della domanda di punta, che giustamente doveva pur essere fatta. ( ... ) Si gratta una guancia barbuta e riabbassa lo sguardo al pavimento. [ Non lo so. Ero incazzato. Ma non volevo.. io non voglio che esci da questa casa. Mi ha dato solo.. così fastidio pensare che tu e un altro.. ] puntini puntini. Questo l’ha già detto e non c’è bisogno di specificare ancora. Perciò sfiata di nuovo dal naso, ancora stanco ed esasperato – esasperato da sé stesso, non c’è dubbio. [ Sono stupido. ] il che, a pensarci bene, risponde a tutto, praticamente tutti gli interrogativi di Lilith, anche quelli che non sta ponendo. ( ... ) Ora se ne andrà? Voleva arrivare a farlo autoinsultare? Oh, ma andiamo, stiamo parlando di Elizabeth, mica l’ultima stronza di Venice. Non se ne va affatto, Elizabeth, perché non vuole affatto umiliarlo, a quanto pare – nemmeno in questo momento. Mai. E allora gli riprende a correre il cuore-uvetta, all’improvviso eccitato da una svolta nella svolta: prima la beatitudine, poi l’inferno, poi d’improvviso la grazia. Santo Odino, ma da dove arriva questa ragazza? Quale divinità si nasconde dentro di lei? Non c’è neanche bisogno di aspettare, quando gli tende le mani, perché gliele raccolga e le torni vicino, vicinissimo: praticamente non aspettava altro. Si è scansato per farla passare certo, ma figurarsi se non bruciava, dentro, perché lei rimanesse, perché si avvicinasse ancora e lo toccasse. Sì. Perciò con gli occhi che se ne tornano super sbiaditi, le acchiappa le mani e la fronteggia al volo, dandole quel bacio che chiedeva prima, al volo pure questo. Uno stampino e basta. Poi torna ad ascoltare, certo. E quel che ascolta è un’altra dimostrazione di pazienza, santità e amore, ma soprattutto santità. Le mani gli tornano più chiare del normale e il bagno torna una centrale elettrica accesissima. Ehi, le nuvole sembrano essere sparite. Osserva il tatuaggio e c’ha già un sorriso grato sulla bocca ferrata, la voce aggrovigliata che ci mette un po’ ad uscire, e allora lo costringe ad annuire, prima di parlare: sì, sì che gli piace. Sì. [ Non è bella come la mia, ma.. ] e le fa un occhiolino. Questa è follia. Si avvicina per darle un altro bacio, intanto che le lascia le mani per agganciarsi ai suoi fianchetti. [ Grazie. ] a fior di labbra sue. [ Graziegraziegrazie. ] praticamente spiaccicato sulle labbra sue. [ Sono un coglione. E tu.. tu sei una cosa splendida. ] tu sei quella che lo sopporta anche quando fa e quando dice cazzate enormi; quando ti caccia e quando ci ripensa; quando innalza muri e poi ce la mette tutta per abbatterli; quando perde la pazienza per dei puntini di merda e quando non capisce le cose più elementari; tu, Elizabeth, sei quella che lo sopporta e compensa le sue mancanze. Ed aspetta. Più di ogni altra cosa, Elizabeth aspetta, a volte forse senza neppure rendersene conto, ma riuscendo magicamente ad essere sempre lì. Ancora lì. Ancora per lui. Oltre tutti i suoi sbagli.