FIRST MAN. Oggi sono andato a vedere un film che avevo già visto. L’avevo visto da bambino, il 20 luglio del 1969 e nei giorni precedenti. Quello di oggi era un film già visto, ma uno dei pochi che è riuscito ad incollarmi alla poltrona. Avrete capito che sto parlando di “First Man” (“Il primo uomo”) di Damien Chazelle, che non sembra nemmeno essere lo stesso regista del banalotto “La-La-Land”. Finalmente un film del quale non è necessario raccontare la trama, ma che dà lo spunto per più di una considerazione. È evidente che ci siano due approcci possibili al film: il primo riguarda gli spettatori più giovani (che nei cinema sono sempre una minoranza, soprattutto per questo genere di film), il secondo per chi è stato spettatore del memorabile evento della missione dell’Apollo 11 e dello sbarco sulla luna. Per chi non c’era potrebbe sembrare un film di “paleo-fantascienza”, visto che oggi la fantascienza tende ad essere una colossale boiata. Per chi c’era, “First Man” è un motivo valido per gioire e per commuoversi. Gioire, per essere ancora qui a raccontare la più straordinaria avventura dell’uomo moderno (e forse anche di quello antico), commuoversi, perché la discesa del LEM, le parole di Neal Armstrong, il sonoro di Houston, le immagini del primo balzo sul “Mare della Tranquillità”, portano noi tutti, come accade per i grandi traumi o le grandi gioie, a rimemorare su dove fossimo, con chi e cosa provammo. Mia moglie Daniela era tra i fortunatissimi, che vide il primo balzo del Capitano Armostrong da Trafalgar Square a Londra attraverso quello che oggi si chiama “maxischermo”. Io ricordo la mia famiglia intorno alla tv e gli occhi lucidi di mio nonno Giovanni, lui che era nato nel 1899, quando cioè Georges Méliès, il primo vero autore di fantascienza nel cinema, aveva 38 anni. Tutti noi “maturi” od “anziani” sappiamo dire dove eravamo e con chi quando Neal Armstrong piantò la bandiera a stelle e strisce sul suolo lunare. E tanto di cappello a Damien Chazelle di aver saputo restituirci tutta, ma proprio tutta l’emozione di quell’indimenticabile momento. Anzi forse anche qualcosa di più: l’apertura del portellone e quel “The Eagle has landed”, pronunciato da Armstrong, sono una delle più belle sequenze viste al cinema negli ultimi anni. È per sequenze come questa che la sala cinematografica può ancora essere considerata il più grande e magnifico incubatore dei sogni dell’uomo moderno. Il lungo e muto piano-sequenza che mostra il suolo lunare é poesia pura, degna della fantascienza più memorabile, come quella dell’aurora kubrikiana di “2001 Odissea nello spazio”, solo che quella vista oggi non è fantascienza, ma il magnifico ricordo di “un piccolo passo di un uomo e un grande balzo dell’umanità”.








