C'è già luce, non è l'ora dei lupi. È più quella di quando fai lo sbruffone, rimani in giro o in spiaggia - ancora - per oltrepassare quel momento in cui non vuoi rinunciare a vedere come succede, cosa si prova, così solo per esserci. È l'ora di chi si alza presto perché fa un lavoro di merda, o uno nobile. Vorrei dormire certo, perché ho smesso tutto poco meno di tre ore fa, ma un po' riconosco quel piccolo privilegio. L'aria è fresca. Da qui adesso riesco a sentire i treni in stazione, vadano o vengano non so. Non succede mai. Certo la stazione è vicina, in linea teorica o in linea d'aria più che altro. Ma in mezzo ci sono strati e strati di cemento, di muri, di arredi, di corpi, di cellule. Strati di neonati che piangono e genitori che si spazientiscono - sento anche quelli - di tetti, di macchine, case disabitate, scartoffie negli uffici. E poi ancora strati di sonno, di oggetti, abiti, di comignoli e desiderio. Lastre sottili per una tomografia di netturbini, caffè e giornali che sporcano le dita. Come nelle opere di quell'artista che faceva a fette i cavalli e le fette in formaldeide ti facevano vedere cosa c'era dentro e cosa non c'era dopo. Come in laboratorio, vetrini di senzatetto, di felpe col cappuccio tirato su. Strati di pioggia, di cani portati a spasso e di pensiero. Ma quel tipo di pensiero subdolo, come quest'ora. Un rigurgito di neuroni dopo la morte clinica, un consiglio bisbigliato troppo piano, un suggerimento dalla regia. E chi l'ha detto che se non si ricorda vuol dire che non era importante?
Non succede mai. Di solito sento le campane, le macchine, gli schiamazzi notturni, o anche niente di tutto questo, se non voglio. Forse dovrei urlare, o cantare anche. Chissà se dall'altra parte qualcuno sente me, che scrivo due parole.