Toivottavasti kukaan ei oo vielä tehny tätä.
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Toivottavasti kukaan ei oo vielä tehny tätä.
source : @cheminer-poesie-cressant
angélus
.
là où les sons se posent
une fleur se ferme
dans l’empreinte de leur chute
--
angelus
.
where sounds settle
a flower closes
in the imprint of their fall
--
angelus
.
dove i suoni si posano
un fiore si chiude
nell'impronta della loro caduta
.
© Pierre Cressant
(mercredi 30 juillet 2025)
Rosalía e il miracolo del suono: la musica tra atto poetico, radici e rivelazione
Ero immersa nella lettura, avvolta in un silenzio denso che costruiva un fragile equilibrio di senso e respiro. Quando, all’improvviso, l’algoritmo, quella misteriosa intelligenza che orchestra il caso, ha fatto scivolare nella sequenza una poesia in musica. Una melodia ha attraversato lo spazio, limpida e remota, come un richiamo d’altro mondo. Tutto ciò che avevo intorno, il libro, la stanza, persino il mio pensiero, si è dissolto come nebbia al sole. Ero lì, rapita, in un tempo sospeso che non apparteneva più né alla lettura né all’ascolto, ma ad un varco. Rosalia cantava, e in quelle note c’era qualcosa di antico e ancestrale, una promessa che non si lascia spiegare, ma solo sentire. Così, senza volerlo, mi sono ritrovata a studiare ogni parola, cercando il disegno segreto che unisce voce, emozione e destino.
Ci sono brani che sembrano un esperimento di alchimia sonora, dove il gesto vocale diventa rito e la parola si fa epifania. Quando l’arte non si limita a unire musica e parola costruisce ponti tra mondi, lingue e tradizioni, portando nel presente la vertigine di ciò che è ancestrale.
Con “Focu ranni”, la cantante catalana attraversa una nuova soglia, il siciliano, una lingua di pietra e sale, di antiche preghiere e quotidiani silenzi, per incarnare una poesia che si muove tra sacro e carnale, dolore e splendore. Il dialetto siciliano è una lingua che non si canta, ma si evoca. Rosalía la piega alla sua voce come si piega un filo d’oro, e da questa torsione nasce un canto che sembra appartenere a un altrove arcaico, dove la fede si confonde con la materia e la bellezza con la ferita. Nel brano la cantante attinge alla potenza arcaica della lingua siciliana per raccontare una tensione interiore che arde e spinge oltre i limiti:
“Tu u me focu ranni”
La persona amata è come un grande fuoco dentro di lei: un’energia intensa, potente che può scaldare, ma anche bruciare.
“Mi jittavu nta lu nenti / Pi nun perdiri a libbirtà”
Preferisce allontanarsi, piuttosto che restare intrappolata in un amore troppo forte o totalizzante.
“E l’amuri senza liggi / È l’unicu ca accittassi”
L’unico amore che lei accetta è quello senza regole, senza imposizioni, senza possessività. Un amore libero.
“Mi jettu nta lu nenti / Prima d’abbruciari.”
Per evitare di “bruciare” in questo amore troppo intenso, sceglie ancora una volta di gettarsi nel nulla, cioè di allontanarsi, prima di essere consumata dalla passione.
Il testo mette in scena il conflitto eterno tra desiderio e autodeterminazione, tra l’istinto che trascina e la necessità di rimanere integri. È una dichiarazione di forza, libertà personale, rifiuto delle convenzioni e passione intensa. Nel brano, Santa Rosalia diventa simbolo ed emblema di protezione, rinascita e resistenza identitaria. A Palermo e per i cattolici, rappresenta la figura che salva, che libera dal male, che cammina nella solitudine per ritrovare sé stessa. In un brano che mette in scena il conflitto tra desiderio e autodeterminazione, Santa Rosalia diventa un’immagine perfetta: una santa che non si sacrifica per compiacere, ma per fedeltà a sé stessa; una donna che sceglie la solitudine come forma di purezza e libertà; un simbolo amato dal popolo, vicino alla terra e alla gente, non distante o irraggiungibile. In questo modo, il dialetto siciliano e santa Rosalia diventano più che riferimenti culturali: diventano segni poetici. Un ponte tra la tradizione mediterranea e il percorso artistico della cantante, sempre in bilico tra radici e rivoluzione, tra antico e ultramoderno.
Il siciliano è una lingua profondamente espressiva, aspra e poetica allo stesso tempo, capace di portare con sé un immaginario immediato: fuoco, radici, passione e resistenza. È un dialetto che non attenua, anzi, amplifica. Per un’artista abituata a esplorare linguaggi sonori che parlano alla carne e all’istinto, il siciliano diventa uno strumento potente, perché restituisce corpo, musicalità e un senso di autenticità. Usarlo significa attingere a una tradizione mediterranea condivisa: una zona di incontri, mescolanze, rituali, dove il sacro e il carnale convivono da sempre. È un modo per amplificare il tema centrale della canzone, il desiderio che diventa liberazione, attraverso una lingua che ha in sé la stessa energia.
Sentire il proprio dialetto risuonare oltre i confini, farsi ritmo e diventare virale, non è solo motivo d’orgoglio, ma è la prova che ciò che siamo, nella nostra essenza più intima, può parlare al mondo intero. In un panorama musicale globale che spesso appiattisce, questi versi ci ricordano che la forza nasce dalle radici. E quando quelle radici diventano canto, allora non restano più soltanto nostre, diventano un fuoco grande, capace di illuminare tutti.
“Ti mettono in PAUSA, poi tornano per metterti in PLAY, pretendendo che suoni la stessa musica. Non si ascoltano così le persone.”
— Anonimo
Ho la testa piena di suoni e la bocca impastata di sangue.
❤️❤️❤️
Michele Bravi - Inverno dei fiori 🌸 / @ucanbemydestiny ✨
Oltre la percezione
Stavo attraversando la barriera temporale. Se il tempo lo si può guadare con moto proprio e volontario, liberandosi dalle rapide perenni dei secondi che si gettano nel passato, io lo stavo percorrendo, senza freni né limiti, espulso dal suo flusso monocorde. Non so come lo compresi: ne possedevo una spontanea consapevolezza che non ammetteva dubbi. Il gorgo che roteava dentro di me era ripido, sottraeva il fiato, sbriciolava i pensieri. Poi la mareggiata di percezioni sensibili mi travolse. Rumori, odori, sapori, aderenze, colori. Tutti di un calibro inimmaginabile, incontenibile per i miei recettori finiti. La luce fluida, densa, fumosa, impermeabile, che non si lasciava attraversare dallo sguardo, mi avvolse. Era una luce che urlava, i suoi acuti erano opprimenti, le sue dita di acciaio ti stringevano l’anima. La luce era fredda, priva di calore, e le sue volute erano cangianti, in profondità i colori ristagnavano imprigionati tra le pieghe, come in camere dalle pareti sbarrate e imbottite. Colori estremi, tutti, senza ordine, fusi uno nell’altro, e poi di nuovo indipendenti, nitidi, senza sfumature, senza la razionalizzazione imposta dalla spettrografia, ribelli alla pacifica convivenza nella luce bianca. Colori estremi. Nessun artista avrebbe mai potuto riprodurli, nessuna suggestione paesaggistica, nessuna incarnazione della natura poteva avvicinarsi a quella disperata perfezione.
I colori. I colori vibravano svincolati da ogni contenuto, isolati nel fattore cromatico, divinità primordiali prigioniere nei recessi di un culto estinto, non più figli obbedienti della luce, i colori come uno spasmo verso la vita, un lamento di esistenza mancata. Fui immerso nei colori. E assieme ai colori i suoni, gli odori, i sapori, le aderenze, l’idea stessa di sensibilità, l’anima priva del corpo, rumori, note musicali scappate disordinatamente da un pianoforte, staccate dal pentagramma, dall’ordine musicale, dall’armonia dell’universo, rumori e note vibravano assoluti, né mano umana avrebbe potuto trascriverli su carta e ripeterne le melodie antiespressive, né orecchio aveva mai udito il loro forsennato infuriare. Il suono selvaggio, il richiamo brado di animali indomabili, le percussioni ottuse dei pensieri dell’uomo contro la paratia della stiva, contro l’insufficienza del cosmo, l’esplosione di stelle traboccanti miliardi di anni e materia fibrillante.
E il tatto, l’aderenza completa del corpo, l’appartenenza, la fusione con la luce densa, era dentro di me, mi attraversava, una compenetrazione tra le membra, come disgregarsi in infinite particelle infinitesimali e ognuna di esse abbracciava una particella di luce, si avvinghiava a lei e poi tornava a ricollocarsi al suo posto per dare vita al mio corpo ricostruito, intatto, invaso dalla luce densa, cangiante che pulsava dentro di me con i suoi colori, i suoni, gli odori, i sapori.
Furono istanti intensi, ma non provavo ancora orrore. Assistevo a uno spettacolo inenarrabile, come mai avrei immaginato possibile, un trionfo di elementi incontaminati, puri, che si avvolgevano, si contorcevano, stridevano l’uno con l’altro in una contrazione disperata verso la vita, la creazione, l’incarnazione nell’essere, la codificazione della materia. Ne percepivo la sofferenza diffusa, più che sofferenza era un fremito: quegli elementi primari erano intrappolati nell’assenza della vita, ma non ne soffrivano coscientemente, come animali nati in gabbia, che non conoscendo la libertà non comprendono la propria prigionia e fremono nello spazio angusto che hanno a disposizione. Conobbi l’esaltazione dei sensi, il loro pulsare fino all’ultimo stadio, oltre i vincoli della vita e della morte, del tempo, della distanza. Il vortice iniziale nel quale sentivo di precipitare si attenuò, ora galleggiavo sospeso in un alone di fumo scuro, come se fossi stato avvolto da un anticorpo prodotto dall’immenso organismo all’interno del quale ero un estraneo. La mancanza di direzioni, non un suolo su cui poggiare i piedi, un soffitto da sentire sopra la testa, rettilinei d’aria in cui infilare le braccia, mi rendeva impossibile definire la posizione del mio corpo. Ero ancora in piedi o ero svenuto, sdraiato a terra esanime, mentre il mio spirito si dissociava in una emulsione onirica; sarei mai tornato alla realtà. Ma esisteva una realtà che potesse definirsi tale in contrapposizione alla quale potevo riconoscere l’irrealtà o il sogno, l’incubo o le allucinazioni, l’assurdo o il metafisico.
Il flusso costante di particelle che mi attraversava non era spiacevole, la paura si attenuava prevaricata da una curiosità inappagata da una lenta assuefazione a stimolazioni nuove. Poi all’improvviso, quando già cominciavo a ritenere un’esperienza piacevole l’immersione nel primordio, divenne morbo contagioso, ferita infetta e maleodorante. Non mutarono i colori nel loro aggrovigliarsi confuso, non mutarono le cascate di suoni e note che rutilavano nella densa foschia violacea, ma cambiò improvviso il mio modo di sentirli, la compressione del mio spirito nel ricevere quelle sollecitazioni.
Muffa, fuliggini, putrefazione, rigagnoli di sangue scuro, il suono cupo del distacco, il sapore della malattia. Le grida dei colori, disperate, la luce che urlava i suoi acuti opprimenti di orrore. La luce era gelida, priva di calore, le sue volute erano cangianti, in profondità i colori erano imprigionati tra le pieghe, come in camere dalle pareti sbarrate e imbottite contro cui scagliavano esasperati la propria impotenza. L’immersione in un fluido di non vita, nella brodaglia indifferente divenne soffocante, mi rivoltai, cercai di nuotare per sottrarmi, per tornare alla vita, lontano dalle tenebre del pensiero, dove era sottratto anche il riparo dell’oscurità.
Poi mentre l’esasperazione iniziò a bruciarmi nella testa, dal fondo limaccioso di quella palude di sensazioni perverse, emersero due mani ruvide, rinsecchite ad artiglio che si diressero verso di me…