Ho letto (no, una l’ho letta, l’altra l’ho ascoltata) due critiche molto ben costruite al libro di Francesco Piccolo (uno dei miei scrittori preferiti da molti anni in qua), quella del professor Gianluigi Simonetti e quella della professoressa Yasmina Pani.
Sono critiche di cui, da lettore (e ascoltatore), ho molto goduto, oltre che molto imparato.
Non voglio rispondere niente a nessuno, ci mancherebbe pure che osassi, solo che secondo me Piccolo e i suoi critici non sono in antitesi come sembrano essere.
La prefazione, su cui giustamente si sono concentrate le critiche più aspre (è lì che vengono esposti l'impianto e gli intenti del libro) è sensata, se si sta al testo, diventa balzana e del tutto sconclusionata, se la si interpreta con la lente delle guerre di genere.
Piccolo non dice che nella letteratura c’è LA CAUSA che spiega il perpetuarsi nei secoli dei comportamenti maschilisti: non dice che gli uomini si comportano ancora oggi da maschi violenti, prevaricatori, stupratori, manipolatori PERCHÉ li alleviamo facendogli leggere queste opere che inculcano in loro un modello di comportamento (e che poi essi effettivamente applicano: sarebbe il primo e unico caso in cui gli studenti fanno effettivamente ciò che si dice loro di fare a scuola).
Piccolo a me pare dica esattamente l’opposto: siccome è abbastanza evidente (pleonastico, dice lui) che nel 2025 ci sono ancora parecchi uomini che si comportano da cavernicoli, andiamo un po’ a ritroso come il gambero per vedere quanto questa natura violenta, prevaricante, manipolatoria ecc. è rimasta costante nel tempo.
Piccolo, in pratica, vuole misurare una cosa: quanti secoli sono che abbiamo a che fare con uomini di merda?
Risponde: stando agli esempi di uomini di merda che troviamo nei grandi classici della letteratura Italiana, quelli che studiamo a scuola (e che dunque tutti quanti siamo propensi a ritenere fonti valide), circa sette.
Non sta dicendo che da sette secoli in Italia vivono solo uomini di merda, e meno che mai che da sette secoli tutti i personaggi rappresentati nelle grandi opere letterarie italiane sono uomini di merda. Sta dicendo: da sette secoli, c’è una quota di uomini di merda, e la grande letteratura ce ne offre chiara testimonianza, di cui non riusciamo a liberarci.
Da qua trae la sua conclusione amara e personale (lo dice un po’ ovunque che è amara e personale): difficile aspettarsi che ce ne libereremo presto, anzi potremmo pure non liberarcene mai.
Qua si spalanca l'abisso della teodicea, e secondo me di fronte agli abissi ognuno risponde quello che gli pare (cioè quello che sente in fondo al suo cuore), almeno fino a quando non arrivano soluzioni scientifiche, e quindi se uno vuole essere pessimista, prego s'accomodi, se uno vuole essere ottimista, anche lui benvenuto.
La tesi, ha un corollario (o sfocia in un pronostico, non si capisce bene), anche questo esposto in modo che più esplicito non si può: non ce ne libereremo mai perché tutti gli uomini sono un po’ uomini di merda, anche quelli che riescono a venire a patti con la quota di merda che in loro ancora alligna, nonostante siano trascorsi sette secoli di civiltà.
Di più: nonostante moltissimi uomini siano ormai perfettamente grado di riconoscerlo, domarlo, gestirlo, nessuno sembra essere in grado di eliminare questo residuo ancestrale.
Io su questo corollario o pronostico non sono tanto d’accordo con lui, però essendo un suo affezionatissimo lettore, non me ne fotte niente di essere in accordo o in disaccordo con lui, perché Piccolo è uno scrittore e su questi temi ci ha già scritto un libro intero (L’animale che mi porto dentro) che è un libro molto bello, e anche un romanzo (La separazione del maschio), che è un bellissimo romanzo, e secondo me se uno scrittore scrive delle cose che si leggono con piacere, non ha nessuna importanza se le ha scritte basandosi su un’idea che non condivido. Non è che devo decidere se votare per Francesco Piccolo o no.
Se mi posso permettere, da insegnante delle medie: il libro di Piccolo (e questo farà infuriare i critici, perdonatemi) è un bel modello di come si fanno le sintesi delle opere. Non è vero che non ci sono informazioni di contesto: in ogni capitolo c’è una mirabilissima capacità di esporre i contenuti di un’opera in poche pagine. Allo stesso modo, nei due articoli di critica che ho citato in apertura c’è l’esempio cristallino di come si applicano il proprio bagaglio di saperi e le proprie capacità di analisi e di pensiero su un testo. Di più non chiedo, sono qui, ammazzatemi. Anzi no, portatemi i pop corn.
Mario Filloley















