Abbiamo deciso di intervistare Gabriele Micalizzi, nato a Milano nel 1984, si è diplomato all’accademia delle belle arti, dedicandosi inizialmente al fotogiornalismo a Milano. Si è poi dedicato al Medio Oriente e ai conflitti che sono nati in quell’area. Preferisce dedicarsi a progetti a lungo termine nei quali può esternare il suo linguaggio e il suo modo di vedere le cose. I suoi lavori sono stati pubblicati in giornali e magazine nazionali ed internazionali come ad esempio: New York Times, New Yorker, Newsweek, Wall Street Journal, Espresso, Repubblica, Internazionale e Corriere Della Sera.
Dulcis in Fundo, Gabriele è anche il primo vincitore del nuovo talent di Sky, Master Of Photography.
Ma quindi, chi è Gabriele Micalizzi? (Sotto il video trovate l’intervista)
CAPSLOCK MAG: Come ti sei avvicinato alla fotografia?
GABRIELE MICALIZZI: Da quando avevo 15 anni ho sempre fatto i graffiti, su qualsiasi cosa, nei 90′ c’era davvero un bel movimento legato a quest’arte. Quindi quando disegnavi sui treni dopo dovevi fotografarli perché poi chissà se li avresti mai rivisti, e da li nacque la necessità di fotografare. Poi al liceo scoprii la camera oscura, in quel mood da sottomarino sovietico in cui tramite procedimenti di pura alchimia davi vita ai tuoi ricordi, sono andato giù di testa. Il Liceo che frequentavo era molto particolare, l’ISA di Monza, praticamente un accademia d’arte pratica, c’erano molti laboratori. Ero un ragazzo abbastanza agitato e grazie e al mio professore Flavio Pressato che mi teneva lì piuttosto che vedermi in giro a fare le tarantelle, passavo le mattine a stampare invece che seguire le altre lezioni. Mi ricordo che il frigo della camera oscura era pieno di pellicole,carta e salami…
CM: Sei un fotoreporter in zone di guerra, ci sono situazioni in cui hai creduto di essere nella merda fino al collo? Se si quali?
GM: Tutti i giorni.. Ahahah.. Tutti coloro che fanno questo lavoro hanno molti aneddoti. Rischiare dipende molto dal tipo di conflitto e dal tipo di armi utilizzate, ad esempio se ci sono aerei,droni e così via. Personalmente mi è capitato di rischiare anche in situazioni non di guerra come rivoluzioni, o scontri di piazza duri, dove c’erano armi dove non ci dovevano essere. Diciamo che il rischio va calcolato, e prima di fare un movimento o decidere per partire a raggiungere una situazione cerchi di calcolare tutto, mettendo sul piatto il fatto che: ti potrebbero rapire, potresti trovare in un imboscata, potresti essere ferito, o perderti in mezzo al nulla e così via… Quindi prima di accollarsi qualsiasi rischio si cerca di esaminare bene le cose, ma quello che ti frega è sempre la variabile. Ad esempio circa un mese fa, ero a lavorare con due colleghi a Sirte, era una giornata tranquilla, dopo aver girato un bel po’ siamo tornati su una front line che era un po’ il luogo di ritrovo. Ho chiesto al fixer di spostare la macchina perché troppo esposta al nemico, circa un minuto dopo, un mortaio l’ha centrata con lui dentro. Fortunatamente noi eravamo dietro un muro a filmare una situazione, lui ne è uscito con una scheggia che gli ha rotto tibia e perone.. un miracolo. Adesso sta bene, e anche gli altri feriti, purtroppo un guerrigliero è deceduto. La settimana prima sempre li vicino, io e il mio collega, quando dovevamo attraversare una strada correvamo, si corre sempre e comunque, e i guerriglieri ridevano.. Altro aspetto importante, prima di fidarsi di qualcuno, pensare con la propria testa, c’è chi ti dice: “di qua tutto ok, no problem” e poi il giorno dopo un cecchino ne ha presi 3 in quel punto, e non c’era più niente da ridere. Specialmente gli arabi hanno un altro concetto della morte, solo Dio decide quando è il momento. Ho visto persone pregare in mezzo a una battaglia dove volava di tutto, senza fare una piega. Quindi bisogna essere sempre attenti a ciò che hai intorno e cercare di tenerti sempre vie di fuga. Ovviamente non si può calcolare tutto, ma evitare solo di esporsi troppo.
23.6.16 Combattenti della katiba El Marsa avanzano sulla costa nella città di Sirte sotto il fuoco dei cecchini.
CM: Cosa ti ispira?
GM: Beh l’arte sicuramente, sono molto appassionato di pittura. Ho sempre disegnato molto, e fatto anche una scuola d’illustrazione. Poi avendo anche un background da tatuatore ho sempre cercato ispirazione nei grandi autori. Mi piace anche l’arte moderna, lavoravo anche per qualche fondazione e ho avuto la possibilità di conoscere autori contemporanei. Però a parte il classico da Caravaggio, Jan Van Eyck, Velasquez, Boccioni,Pollock,Juan Gris,M.C Esher,H.R. Giger è una lista infinita! Essendo una persona molto istintiva la fotografia è il media che più mi si addice. Però sperimento tanto avendo fatto anche street-art, e ultimamente ho collaborato dando consulenza per un videogame.. Il libro è un supporto bello su cui vedere il proprio lavoro, ma ultimamente piace di più creare oggetti, poi vedrete… Quindi diciamo che gli input sono ovunque!
CM: Qual è la tua foto preferita?
GM: Nessuna
CM: Quali sono i tuoi fotografi preferiti?
GM: Bah questa domanda è un po banale… Quelli che hanno qualcosa da dire, e non fanno foto ai muri bianchi.
3.7.16 Comandante Shisha della katiba Marsa El Cobra da istruzioni prima dell’avanzata nel distretto 700.
CM: Come ci si sente ad essere il primo vincitore di Master of Photography? E questa esperienza pensi che ti abbia fatto maturare, diciamo, da un punto di vista sia fotografico che personale?
GM: Mi sento come prima. Prima di andare a MOP mi trovavo in Libia. Attualmente, quindi dopo MOP, sono in Libia e sto seguendo il conflitto tra le forze di Misurata e l’ISIS a Sirte. Quindi direi che non è cambiato nulla, sto sempre in mezzo alla polvere. Io ormai sono più di dieci anni che svolgo questa professione, da quando coprivo la nera a Milano. Sono conosciuto più dagli addetti ai lavori, ma adesso anche persone che non masticano di fotografia. Lo scopo di partecipare a un’esperienza del genere era appunto di rendere la fotografia più popolare, perché di solito e purtroppo è un ambiente molto autoreferenziale. A livello personale il confronto arricchisce sempre, e sopratutto in questo caso.. Comunque è stato affascinante fare un programma, stare dietro alle quinte e capire il meccanismo. Fotograficamente mi sono messo in gioco, lasciandomi giudicare da persone che magari non hanno la mia stessa visione e idea di quest’arte. Quindi mi ha dato tanti spunti su cui meditare, non si può essere permalosi quando qualcuno giudica un prodotto fatto per comunicare, anzi è proprio il confronto il punto di partenza.
CM: Come userai il premio di €150k?
GM: Ti piacerebbe saperlo eheh? Posso solo dirti che farò un premio fotografico per fotografi solo italiani.
CM: Qual è stata la puntata più interessante?
GM:
La puntata più interessante a mio avviso è stato il nudo in studio a livello fotografico. Perchè ho avuto il tempo di sperimentare molto, mi ricordava un po’ le sedute di figura che facevamo a scuola. Molto bello e interessante poter scegliere tutto, dalla luce alla postura della modella, sai di solito noi reporter ci dobbiamo adattare alle situazioni. Scegliere tutto questo mi ha dato la possibilità di creare qualcosa di fortemente mio.
CM: Quali sono le tue foto preferite della stagione? (tue e degli altri concorrenti?)
GM: Ce ne sono alcune interessanti, una su tutte quella di Roma che all’inizio in pochi avevano capito, ma poi LaChapelle ha illuminato tutti. E poi il paesaggio, a parte che gia la ripresa è stata un esperienza bellissima, ma anche l’esecuzione dire che è andata bene. Rupert mi è piaciuto molto nel teatro, Yan con Madsen secondo me ha fatto un ottimo lavoro, e poi Sebastian con Berlino e Mary in studio.
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CM: Cosa pensi che debba avere un fotografo per sfondare al giorno d’oggi?
GM: Umiltà, delle scarpe buone, e tanta determinazione. Ormai il mercato è molto esigente quindi devi essere: bravo, personaggio, manager, devi fare marketing e sopratutto venderti bene oltre ad avere qualcosa da dire. In realtà penso che il fotografo debba fare solo le foto, ma al giorno d’oggi è impensabile. Oggi tutti puntano a vincere i premi per affermarsi, ma poi se alla base non c’è un vero percorso, si perdono. Un altro consiglio che mi sento di dare è di pensare con la propria testa e non farsi scoraggiare dai giudizi, anzi prenderli sempre come incentivo. Non fatevi annoiare da tutte le lamentele sulla questione che questo mestiere è finito…e blablabla. Fare fotografia non significa guadagnare denaro, ognuno può fare fotografia liberamente e crearsi un sistema con il quale riuscire a viverci. E poi comunque non si va mai bene a tutti, quindi fregatevene.
CM: Progetti futuri?
GM: Ho tante cose che devo finalizzare. Mi sono arrivate molte proposte interessanti, e sto valutando in diversi ambiti. Però sicuramente continuare il mio progetto sull’ISIS.
Qui si conclude la nostra intervista, un grazie speciale a Gabriele Micalizzi per la disponibilità, puoi seguirlo su: Instagram | Facebook | Sito Web
“Tutte le foto per gentile concessione di Gabriele Micalizzi e Master of Photography”
Interview with Gabriele Micalizzi Abbiamo deciso di intervistare Gabriele Micalizzi, nato a Milano nel 1984, si è diplomato all'accademia delle belle arti, dedicandosi inizialmente al fotogiornalismo a Milano.











