Ho scoperto qualche giorno fa che «Il Monitore Napolitano» è stato rifondato. Il Monitore fu l'organo di stampa ufficiale dalla famosa Repubblica Napolitana.
Mi duole constatare, ancora una volta, che delle tante cose che si potrebbero riportare in vita, si scelgono sempre le meno opportune.
Eccessiva è l'aura mitologica della Repubblica Napolitana, mentre nessuno parla mai della controrivoluzione, del perché ci fu e di come, ancora una volta, la vera volontà del popolo napolitano fu soppressa con la violenza nel sangue.
Al pari della sua rivoluzione madre, quella Francese, la Repubblica Napolitana fu una rivoluzione da salotto borghese, senza alcun moto popolare spontaneo, imposta con la forza sul popolo napolitano e che non tenne in alcun conto il volere del «popolo basso», la maggior parte della popolazione dunque. E la storia della Repubblica Napolitana è, come in tantissimi altri casi della nostra storia patria napolitana, mistificata in chiave risorgimentale.
Per quanto in linea teorica si possa essere d'accordo coi principi d'uguaglianza, non sempre è tutto oro ciò che luccica e il vero intento delle rivoluzioni giacobine, quella francese inclusa, era quello solito di «cambiare tutto per non cambiare nulla», rendendo le popolazioni schiave del nascente sistema economico liberal-capitalista. La rivoluzione francese fece uguale: si è raccontato per anni la bugia che il popolo basso della Francia fosse povero e morto di fame, quando in realtà i contadini francesi dell'epoca erano gli unici in Europa a potersi permettere di rilevare le terre per le quali lavoravano, avendone finanche il diritto.
A prescindere, tuttavia, da ciò, la più giusta delle rivolte perde ogni suo valore se l'esecuzione di tali rivoluzioni avviene allo stesso modo delle odierne «esportazioni di democrazia». Ovvero, imposizioni impopolari dall'alto per vie violentemente anti-democratiche e per interessi estranei al popolo stesso. Ed è esattamente ciò che accadde con la Repubblica Napolitana, così come con la Rivoluzione Francese.
Il popolo napolitano riuscì allora a ribellarsi a queste meschinità. Successivamente, ci riuscì altre due volte, poi venne infine travolto e dominato per la prima volta nella sua storia con l'invasione piemontese e la conseguente colonizzazione culturale.
La differenza tra la Francia e noi? I francesi oggi sanno la verità sulla Rivoluzione. Da noi ci raccontiamo ancora le favole, invece.
Finché ci sarà questo rifiuto continuo della propria, vera, storia patria, non si andrà mai molto lontano.
Eppure c'è chi ancora dice:
«Se il popolo si fosse schierato al fianco dei rivoluzionari del 1799, forse la Repubblica Napoletana sarebbe vissuta e durata e l'Unità di Italia sarebbe avvenuta in maniera diversa e senza passare per il dominio Sabaudo. Non mistifichiamo i Borbone ad essere ricchi erano solo i latifondisti e l'alto clero. Un re è un re, il migliore e più democratico ha comunque dei sudditi. Evviva il popolo sovrano!»
Per carità, viva sempre il popolo sovrano, sono il primo a dirlo. Ma cerchiamo innanzitutto di non scadere nel populismo, nella demagogia e nella disinformazione.
Innanzitutto, una nota tecnica: lo status di suddito è determinato dall'assenza di diritti, non dalla presenza del monarca. Infatti, nelle moderne monarchie non vi sono sudditi, ma cittadini.
In secondo luogo, è inutile sottintendere, populisticamente, che una repubblica è automaticamente più democratica di una monarchia (e chi vi parla è lungi dall'essere monarchico, sia chiaro), poiché basta guardare alle monarchie tuttora vive in Europa e alla loro evoluzione democratica per capire che esse sono state capaci di costruire una società di gran lunga più democratica di tante altre repubbliche, non ultima certamente quella italiana. La più famosa di queste monarchie è sicuramente quella inglese prima, britannica poi, il cui passato è tuttavia macchiato di numerosissimi eventi anti-democratici e anti-popolari. Ma non vanno dimenticate anche realtà come quella norvegese o svedese.
Infine, costoro dimostrano anche di non avere la più pallida idea di quale fosse la realtà sociale dell'800 napolitano, poiché pretendere che il popolo basso si schierasse al fianco della borghesia napoletana equivale a essere in preda a un delirio.
Il popolo napoletano non si schierò con la Repubblica per mille motivi. Il più ovvio: non sentiva affatto il bisogno di tale rivoluzione. Ora tutto sta nel capire come mai tale bisogno non fosse avvertito. Un altro motivo fu sicuramente l'immaturità del processo di emancipazione sociale e la conseguente imposizione del cambiamento dall'alto, nella violenza e nel sangue.
Ma, per un secondo, chiediamoci: perché il popolo basso era così favorevole alla monarchia tanto da rivoltarsi contro i rivoluzionari del 1799, se, a detta dei sostenitori della Repubblica, «i Borbone» e gli altri re napoletani furono sempre pro-baroni?
Di certo sarebbe offensivo e razzista alla lombrosiana maniera pensare che un intero popolo - la maggioranza della popolazione del regno, difatti - fosse talmente stupido da non capire.
La verità è tutt'altra. Se solo si pensa che i Borbone, nel 1860, furono traditi proprio da quell'aristocrazia e quei baroni di cui essi, secondo la storia ufficiale, sarebbero stati grandissimi amici e sostenitori, il dubbio viene.
Un quadro ci viene dato da un autore napolitano gettato nel dimenticatoio per il semplice fatto che era a favore dell'indipendenza napolitana da portare avanti sulla strada di allora. Ecco un estratto da Storia delle Due Sicilie 1847-1861, di Giacinto de' Sivo:
«Queste terre dopo i Romani ebbero principati, e al 1130 la monarchia. Prima furono re Normanni, poi Svevi, Angioini, Aragonesi, Austriaci e Borboni [...] I popoli nostri tartassati da’ baroni, speravano ne’ monarchi, e stavan cheti e uniti [...] In contrario i baroni tiranni a’ vassalli, spesso ribellavano a’ re. Questi alle prese con esso loro, avean forza dalle popolazioni; siccome queste nelle miserie ricorrevano ai monarchi; però ordine e giustizia turbati da’ grandi, avean sostegno solo dal trono; onde fra popolo e re era una medesimezza d’interessi, e colleganza e fede [...] [Dopo il] servaggio viceregnale, nel 1734 Carlo Borbone, venuto di Spagna per dritto di successione [...] rifece il regno indipendente, e ricominciò nuovo stato, con sicurtà, industria e ricchezza. Ei [...] [c]on leggi consacrò i principii del dritto comune; e per non urtar ne’ dritti preesistenti costituiti dal tempo, lasciò anche al tempo il disseccamento della pianta feudale, quasi vizza e barcollante. Procedè non con azione diretta, ma dando vita a nuove forze sociali. Non percosse, non osteggiò, non abbassò il baronaggio; ma die’ spinta agli altri ordini; sicchè in breve quello restò minore, e nel conflitto le comunità avvantaggiate andavan sopra [...] La consuetudine al principato, otto secoli di colleganza fra re e popolo, la gratitudine e la simpatia, fan qui della monarchia un sentimento, che s’afforza negli affetti, nelle tradizioni, negl’interessi e nel bisogno del paese. Essa è lo stato nostro conveniente. Le menti napolitane sì n’eran convinte, che nel comunal pensiero re significa giustizia, repubblica subuglio [...] Ne’ Napolitani la monarchia patria è religione.»
Niente mistificazione, dunque, semplicemente i regnanti napoletani non furono affatto pro-baroni, ma tutto l'opposto. E le prove storiche oggigiorno vengono rifiutate soltanto da coloro troppo colonizzati culturalmente dallo stato italiano (unica vera dominazione del popolo napolitano) per analizzare imparzialmente la propria storia patria.
Ecco, dunque, perché il popolo napolitano era profondamente monarchico. Aveva le sue ragioni e imporre il contrario, con la violenza, a un popolo intero, non ha nulla di rivoluzionario.
Possiamo poi, certamente, discutere della necessità di emancipazione sociale del popolo, dei necessari progressi civili e morali comuni a tutte le epoche, etc. Ma onestà intellettuale vuole che, speculazioni e demagogia a parte, sia più che lecito affermare che tali sviluppi si sarebbero avuti per naturale evoluzione dei tempi, così come sempre avvenuto e così come è continuato ad avvenire in altri stati.
C'è solo da immaginare, poi, cosa sarebbe avvenuto con la vittoria della Repubblica Napolitana. Se fosse andata come in Francia, avremmo visto teste mozzate a più non posso e l'elite giacobina a governare gli iloti. Quanto ad essere ricchi, dato che i giacobini hanno vinto comunque con 70 anni di ritardo, mai il popolo fu così immiserito e ridotto alla disperazione sia in Francia sia in Napolitania e in Sicilia, come dopo l'avvento del potere giacobino.
Popolo sovrano, dunque. Sempre e comunque.
Tuttavia non si creda che oggi il popolo lo sia; personalmente ancora aspetto l'epoca storica in cui questo si verifichi veramente, visto che oggi, nell'epoca risultante da quelle "grandi rivoluzioni", come ieri, a essere ricchi sono solo i nuovi latifondisti (quelle poche famiglie della grande imprenditoria e delle banche, unite alle loro amiche famiglie mafiose, due facce della stessa medaglia), i loro servi (la classe politica) e...il clero.