(note to self: come si fa ad essere dalla parte della Vandea e ammirare Robespierre al tempo stesso? La risposta si trova in un dramma di Georg Buchner, La morte di Danton. Robespierre è un asceta, un monaco guerriero, un devoto dell'assoluto. Come il conte de La Rochejaquelein, il suo tipo umano è il cavaliere medievale. E questi sono gli uomini che io amo. Invece, i discendenti odierni della Rivoluzione sono i borghesi edonisti, i relativisti, i liberisti, i diritticivilisti, rappresentati nel dramma da Danton e Herault, che dice: "nei fondamenti del nostro stato il diritto deve prendere il posto del dovere, il benessere quello della virtù [...] siamo tutti pazzi, ma nessuno ha il diritto di imporre agli altri la propria specifica pazzia. Ciascuno deve avere la possibilità di godere a modo suo." - cioè, il credo maligno della modernità.)
13 marzo 1793: inizia la prima guerra di Vandea 13 marzo 1793. Dice niente? Fu l’inizio della prima guerra di Vandea, che vide non aristocrazia o nobiltà bensì il popolo della Francia nordoccidentale insorgere contro il governo rivoluzionario, dopo averne subito per anni i soprusi.
Parigi 7 Agosto 1933 Caro Amico, se non mi sta derubando non è conforme alla mia visione degli uomini e delle cose. Non è forse anche lei capace di tutto come me? E’ per caso malato? Tutto ciò è poco chiaro. Ogni giorno mi arrivano proposte per mettere in scena l’Eglise. Non se ne parla nemmeno. E’ una cosa da leggere e non da recitare. Per mille ragioni! Credo che si dovrebbe fare un po’ di…
Il 9 dicembre 2013, Torino, città storicamente attraversata da mille cortei dallo stesso colore politico (il rosso), si sveglia e si muove verso piazza Castello. A scendere in strada sono l'altra metà della città: non i sindacati, non gli studenti organizzati, non i professori, non i centri sociali. Sono quelli che normalmente non manifestano e che i disordino, se in vita loro li hanno vissuti, li hanno visti solo allo stadio: sono artigiani, taxisti, precari, trasportatori, mercatari, disoccupati, studenti non politicizzati. Come spesso accade quando si riversano in strada troppe persone e quando a guidarle ci sono capi non avvezzi al balletto/pantomima codificato tra polizia e manifestanti, la protesta (anche per colpa di reazioni violente da parte delle forze dell'ordine) sfocia nella guerriglia e nell'assalto al palazzo della Regione. Ma quasta è solo la mattina. Da quel momento, per tre giorni, inizia la resistenza di una città che nessuno si sarebbe aspettato potesse incubare tanta energia mai espressa.
Un resoconto della prima giornata
In piazza Castello a Torino, alle 9, ci sono già migliaia di persone. I presidi periferici di piazza Derna e piazza Pitagora, nati – secondo gli organizzatori – per bloccare la città negli snodi nord e sud, sono già iniziati alle 5 e 30 e hanno fermato il traffico periferico di auto e merci. Lo stesso succede in centro, nel punto di raccolta più “politico”. Quello nato per contestare i palazzi che rappresentano il potere locale e fermare le stazioni ferroviarie. In strada, tra centinaia di bandiere tricolori, le uniche consentite dagli organizzatori, ci sono persone eterogenee per età e professioni. Ci sono i piccoli imprenditori andati in rovina, quelli che in rovina ci stanno andando, i pensionati che non arrivano alla fine del mese, i giovani disoccupati, i ragazzi delle curve (che non si vergognano a rimarcare l’appartenenza perché «sono ben altre le cose di cui si dovrebbe vergognare chi ci criminalizza»), gli studenti e i mercatari.
Il tempo di cantare l’inno d’Italia e ci si muove dividendosi in due serpentoni, da una parte quelli diretti alla stazione di Porta Nuova e dall’altra quelli che vanno a Porta Susa, la stazione che sorge ai piedi del grattacelo voluto dalla Banca San Paolo. È dopo il blocco dei binari, che costringe Trenitalia a cancellare arrivi e partenze, che succede una cosa insolita per una manifestazione: reparti della celere, su invito dei manifestanti a solidarizzare con la protesta, decidono di togliersi i caschi.
Le prime tensioni, però, iniziano a registrarsi quando il corteo raggiunge la sede di Equitalia. È a questo punto che vengono sparati diversi lacrimogeni. Il gas, favorito dalle strade strette, satura l’ambiente rendendo l’aria irrespirabile. E quel punto che un folto gruppo decide di tornare in piazza Castello ed è qui che, dopo altri lacrimogeni tirati dalla polizia, i manifestanti costruiscono una barricata con le reti di protezione di un cantiere vicino alla Regione Piemonte e iniziano una fitta sassaiola, usando mattoni e pietre del cantiere, in direzione della polizia che decide di arretrare. Da quel momento inizia un’ora di scontri fatta di cariche dei carabinieri, arrivati in piazza, e lancio di oggetti da parte dei ragazzi.
Piazza Pitagora
A bloccare le strade di Torino sud ci sono, parcheggiati di traverso, i camion di chi ha aderito alla protesta. È in piazza Pitagora che al pomeriggio, insieme ai disoccupati e ai camionisti, arrivano i militanti dei gruppi politici organizzati per dare man forte alla protesta. Anche qui, nonostante le rispettive appartenenze, l’unica bandiera che sventola è il tricolore.
Fulminea
Non si chiama zona Fulminea. Ufficialmente si chiama Pozzo Strada ma per i ragazzi del quartiere è Fulminea, come la squadra di calcio della parrocchia. Qui, sulla carta, non doveva succedere nulla. E invece i ragazzi della periferia di Torino hanno deciso di prendere i cassonetti dell’immondizia e fare le barricate in corso Francia, il corso più lungo d’Europa. Bloccano il traffico e, come fossero vigili urbani, decidono chi può passare e chi no. «Oggi, qui, comandiamo noi», dicono agli automobilisti che si mostrano restii a collaborare con la protesta e, per un giorno, anche a loro è permesso mostrare quel lato impegnato che normalmente è appannaggio dei coetanei di sinistra dei licei bene cittadini. A chi gli chiede per quanto continueranno, rispondono: «Siamo tutti disoccupati, hai voglia quanto possiamo andare avanti!».
Secondo giorno
Il secondo giorno, la situazione, peggiora. Le periferie diventano il centro dei blocchi e la dispersione dei manifestanti in gruppi più frammentari rende impossibile il controllo del territorio da parte della polizia.
Il resoconto
Chi si aspettava a Torino un secondo giorno di protesta fiacco è rimasto deluso. I Forconi sono scesi nuovamente in piazza e insieme a loro c’erano anche gli studenti delle scuole superiori che si sono riversati in mattinata nelle piazze del centro. Cortei spontanei si sono andati formando per tutta la giornata mandando in tilt il traffico dei corsi cittadini principali e occupando le strade davanti alle stazioni. Anche piazza Castello, lunedì teatro degli scontri più duri con la polizia, si è nuovamente riempita dei tricolori sventolati dai manifestanti.
Ma probabilmente l’evento più significativo della giornata è stato il confronto, che non è sfociato in scontro soltanto per via della presenza di un cordone schierato della celere, tra i militanti della Fiom, in presidio davanti a Palazzo Lascaris, sede del consiglio Regionale, e i manifestanti di un corteo spontaneo che aderivano alla mobilitazione iniziata il 9 dicembre. Che la piazza di questi giorni avesse avanzato forti critiche nei confronti delle sigle sindacali, colpevoli di non essere più in grado di tutelare i lavoratori, era emerso con tutta evidenza negli slogan e nei cartelli sollevati dai cittadini che percorrevano in corteo le vie della città.
Se il centro non ha visto registrarsi forti tensioni, la stessa cosa non può essere detta per le periferie che in questa seconda giornata, probabilmente, sono state le vere protagoniste della protesta. I blocchi degli incroci stradali, infatti, sono nati a raggiera per tutta la città paralizzando le arterie principali del capoluogo piemontese. A differenza di ieri, però, la reazione della polizia è stata notevolmente meno dialogante. I blocchi nati in corso Francia all’altezza i piazza Massaua, per esempio, sono stati sgomberati dai Carabinieri in assetto antisommossa. Anche in piazza Derna, avamposto nord del blocco cittadino, gli sgomberi della celere si sono susseguiti per tutta la giornata, ostacolati da assembramenti di manifestanti che per sfuggire al fermo minacciato dalla polizia, si disperdevano per ricompattarsi poco dopo.
Un comunicato diramato dalla Questura per tracciare l’elenco dei vari blocchi non autorizzati sgomberati nel pomeriggio, dà il polso della situazione: rimosso il blocco sulla tangenziale all’uscita di Savonera e quello di piazza Statuto, dove il McDonald, occupato, è stato sgomberato dai manifestanti che ne avevano bloccato gli accessi. Piazza Rebaudengo era stata bloccata da un tir e da 100 manifestanti, anche questa è stata sgomberata. Rimosse anche le barricate nella vicina via Crea. Anche a Grugliasco la polizia è intervenuta per consentire la riapertura del centro commerciale Le Gru. E proprio i supermercati sono stati un bersaglio preso di mira dal movimento: nel pomeriggio sono stati chiusi dai manifestanti l’Auchan di corso Romania, l’Auchan di Venaria, Mercatò di corso Taranto, l’Area 12, il Pam di corso Potenza, il Pam di corso Sebastopoli, l’Unes de le Vallette, il Carrefour de le Vallette, il Bennet, il Gigante e l’Ipercoop. Per ora il bilancio è di 20 denunciati per interruzione di pubblico servizio, violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale.
In zona Fulminea, intanto, i ragazzi del quartiere si sono organizzati autonomamente bloccando con i cassonetti dell’immondizia corso Marche e piazza Massaua. Per riuscire ad allontanarli dai blocchi sono intervenuti, verso le venti, quattro camionette dei Carabinieri e un forte numero di agenti della Digos che, nonostante i giovani si fossero allontanati dalle barricate per ripararsi in un bar della zona, hanno continuato a presidiare la zona per diverse ore. I ragazzi, però, tutt’altro che intimiditi, hanno già annunciato un nuovo blocco per questa mattina.
Finito tutto, davanti al Bar dove si erano riuniti i giovani contestatori della periferia torinese, sono passate due anziane signore del quartiere. A vederli tutti con i cappucci sulla testa per via del freddo, una delle due ha chiesto all’altra, senza nascondere una certa preoccupazione, chi fossero tutti quei giovani. “Sono giovani della zona. Stai tranquilla che sono tutti bravi ragazzi”, le ha risposto l’amica.
Fulminea, Vandea
In mezzo ai Forconi, etichetta generica sotto cui sono rientrati tutti i manifestanti che hanno dato vita a una tre giorni che ha paralizzato Torino, c’era di tutto. Dagli ultras della Juve a quelli del Toro, dai mercatari agli autotrasportatori, dagli esponenti della destra radicale a quelli dei centri sociali ma, per la maggioranza di loro, teatro di azione è stato il centro cittadino. Le periferie torinesi, nella seconda giornata di protesta le più interessate dai blocchi stradali, sono state, invece, teatro di nuove forme di lotta portate avanti da giovani che normalmente non si occupano attivamente di politica. Sono stati i ragazzi delle periferie, infatti, a costituire qui nuclei spontanei, autonomi e virali, che si costituivano nelle ore di punta del traffico per bloccare con cassonetti dell’immondizia e cartelli stradali le principali arterie cittadine.
L’elenco dei nomi di quartieri che hanno dato vita a questo fenomeno, che come unico paragone ha quello, in scala inferiore e con un tessuto sociale diverso, alle proteste che incendiano ciclicamente le Banlieu parigine, è lungo: va da zona Campidoglio, dove i ragazzi dei giardini della piazza sono scesi in strada, a Barriera di Milano, che ha visto ultras e giovani del quartiere sostenere gli occupanti di piazza Derna durante i tre sgomberi subiti da parte della celere. Anche Torino ovest, lo spicchio di città che seguendo corso Francia arriva fino a Collegno, ha avuto la sua periferia agitata.
Sulla carta, la zona interessata dalle proteste si chiama Pozzo Strada ma per chi ci abita, invece, è Fulminea. I ragazzi della zona la chiamano così per via della squadra di calcio della parrocchia, che ha per stemma uno scudo bianco con dentro un fulmine giallo. Ma, nonostante le etichette ufficiali, è conosciuta con quel nome anche da tutti quelli che ci abitano. La voglia di manifestare, qui, covava sotto la cenere da tempo ma, non avendo mai preso i canali di una politicizzazione autocosciente, ha aspettato le agitazioni di lunedì per venire fuori spontaneamente, senza rischiare di finire irreggimentata all’interno di quegli schemi rigidi che, per chi vive nel quartiere, non risultano graditi.
La protesta di questo gruppo di Forconi è iniziata lunedì sera. Mentre piazza Castello era ancora piena di manifestanti e piazza Rivoli era già stata occupate, una cinquantina di ragazzi della zona si è spostato in mezzo all’incrocio di corso Francia con corso Marche, snodo che verso alle 7 risulta tra i più importanti in città, e, dopo aver bloccato le corsie grazie alla solidarietà di un camionista che ha parcheggiato di traverso il suo camion, e aver barricato le altre entrate con i cassonetti della spazzatura, si sono improvvisati neo-vigili urbani, rallentando il traffico e decidendo chi potesse passare. “Per un giorno, qui, comandiamo noi”, era stato il commento di uno di loro, mentre gli altri ragazzi gestivano il traffico con una precisione militare per permettere a un’ambulanza di superare il blocco senza subire rallentamenti. “Chi ha una bella macchina evidentemente ha i soldi e dovrà aspettare di più”, detta come regola un altro di loro prima di dire, all’ennesimo che cerca di convincerli ad aprire il blocco raccontando di dover raggiungere la madre malata al pronto soccorso, “Anche tu devi andare in ospedale? Deve esserci stata un’epidemia. Passa, passa”.
Ma quello che doveva essere solo un giorno, alla fine, è stato il primo di altri. Probabilmente per via del condizionamento esterno che vedeva tutta una città in fermento o solo perché, per la prima volta, ragazzi mai interessati da esperienze dirette di militanza si sono trovati a rappresentare un soggetto sociale con cui fare i conti, l’idea di continuare i blocchi stradali per chiedere lavoro e attenzione è diventato l’argomento centrale nel bar della zona. E proprio dal bar sono ripartiti il giorno dopo, il secondo di proteste, per andare a occupare prima corso Marche e poi piazza Massaua. Il secondo giorno, però, è stato anche quello in cui le autorità hanno deciso di non tollerare più le iniziative non autorizzate e, quindi, i ragazzi, hanno dovuto confrontarsi con le camionette dei Carabineri, arrivate sul posto per sgomberarli. “Molti di noi sono disoccupati – racconta Marco – e lo Stato, invece che ascoltarci, invia in zona reparti anti-sommossa. Ma non hanno capito che abbiamo parecchio tempo a disposizione e che ci ritroveranno in strada”.
La sera, dopo lo sgombero, i ragazzi della zona si ritrovano al bar per organizzare un blocco la mattina successiva. Non sono professionisti del disordine e quindi non si accorgono dei gruppi di agenti della Digos che stazionano agli angoli della strada per alcune ore. E, in realtà, nemmeno si rendono conto dei rischi potenziali che hanno corso. Questo perché sono profondamente convinti di aver fatto una cosa giusta, come spiega anche Antonio, il capo della compagnia di amici: “Non mi importa se viene la polizia. Qui devono iniziare ad ascoltarci. Io ho un negozio ma sono due giorni che lo tengo chiuso perché credo in questa protesta e penso che prima o poi debbano iniziare a darci retta”. L’unica cosa che nessuno del gruppo vuole sentire nemmeno da lontano è la parola “politica”. “Nessuno di noi fa politica e nemmeno ci interessa – spiegano -. Nei palazzi ci sono soltanto dei ladri e la politica non è una cosa pulita”. Vagli a spiegare che, senza volerla fare, hanno costituito un laboratorio politico che ha pochi precedenti nel capoluogo piemontese.