—— ❝ 365 days ago ❞ ⌠ 17O72O14 - New York ⌡ Le tremavano le mani in quel momento, indossava il solito vestito rosso porta fortuna, largo sui fianchi, semplice, per nulla aderente o provocante; soliti sandali alti, dorati e allacciati alla caviglia; i soliti capelli lasciati sciolti sulle spalle, biondi, al profumo di lavanda; gli occhi cerchiati da occhiaie violacee causate dalla mancanza di sonno che l'affliggeva da quasi tre settimane. Era sola in quel momento, per l'ennesima volta. La vita a Vancouver non faceva decisamente per lei, quel figlio stupido dell'amico saccente di suo padre l'aveva trascinata in una vita che non non aveva mai cercato, che non voleva, che l'aveva tenuta lontana solo fisicamente da quella che era la sua città, la sua casa e la sua famiglia. Le restava davvero poco a New York ma non era intenzionata a mollare, ricostruire, ecco la parola d'ordine, ricreare il proprio spazio, il proprio ambiente, la propria vita. Un po' per volta. Girò la chiave nella toppa e aprì la porta, un fascio di luce dalle sue spalle illuminò il salotto buio e polveroso, i mobili coperti da lenzuola ingiallite per via del tempo. Entrò in casa lasciando che il rumore dei tacchi sul marmo riecheggiasse per la camera chiusa, una porta si affacciava sulla parete destra di quel saloncino, il corridoio che l'avrebbe portata in camera sua. Avrebbe davvero voluto buttarsi a letto e dormire un paio d'ore, il tempo di riposarsi e riprendere le forze ma la sua agenda non le permetteva distrazioni. Aveva troppe cose da fare, troppi appuntamenti, troppo lavoro. La sua estate era appena finita. Si chiuse la porta alle spalle, lasciò cadere la valigia per terra e si avvicinò alle tapparelle per sollevarle. Il rumore del legno della serranda accompagnò ogni suo movimento mentre pian piano la luce entrava dalle fessure. Aprì la portafinestra e la camera si riempì di aria e di luce. Un respiro a pieni polmoni, gli occhi chiusi e un mezzo sorriso sulle labbra mentre affacciata da quel piccolo balconcino guardò il marciapiedi e tutte le persone che vi camminavano freneticamente dirette a lavoro. Non conosceva nessuno in quel momento a New York, sua sorella era rimasta a Vancouver e lei adesso doveva riprendere una vita che aveva abbandonato quasi sei mesi prima. Scosse appena la testa per cancellare quei pensieri, pensieri che in realtà non c'erano. Era strano, in quel momento; era come se la sua testa si sforzasse di non darle nessun tipo di impulsi, forse troppo stanca, troppo provata per il viaggio, non riusciva a provare il giusto entusiasmo. Sapeva di voler vedere Richard, prima di ogni altra cosa. Lo aveva lasciato andare senza neanche dargli una vera spiegazione, aveva detto addio e aveva cominciato a curare i suoi affari da un'altra città. Era scappata, lei scappava sempre. Ma quella volta non aveva voglia di scappare, quella volta voleva solo agire, perché per quanto lontano potesse correre, alla fine doveva sempre ritornare all'arrivo. Staccò le dita dal parapetto in rame e si tirò indietro lasciando che le sue labbra disegnassero una piccola smorfia sul suo viso. Alzò gli occhi al cielo e sospirò. «Bentornata a casa, Grace.» —— Avedon enterprise ; «Ciao!» la voce di Richard la colse alla sprovvista mentre faceva il suo ingresso nello studio. Indossava ancora lo stesso abito con cui era arrivata poche ore prima, i capelli questa volta legati in una coda alta. Aveva i gomiti poggiati sul bancone di marmo dell'ingresso mentre la receptionist le consegnava alcuni moduli da firmare. Si voltò verso quella voce e sorrise appena al suo capo; c a p o. Se lo ripeté mentalmente mentre si avvicinava a lei con i capelli in disordine ed un cerotto appiccicato sulla guancia. Avrebbe voluto chiedergli che cosa avesse combinato ma sarebbe servito davvero a poco. Lui combinava sempre qualche cosa. Si tagliava con la carta, sbatteva mentre faceva una foto. Era davvero goffo, alcune volte. «Ehi!» «Senti, io ti voglio nel mio staff, non mi interessa se non vuoi una relazione con me, anche se...beh, da cosa nasce cosa.» Non le aveva neanche dato il tempo di parlare. L'aveva intrappolata tra il suo corpo e il bancone mentre la segretaria, con molto tatto, si era alzata per lasciarli soli. Tutti sapevano della loro relazione, non era un segreto per nessuno, ormai. «Senti, Richard. Io non credo sia il caso, continuerò a lavorare nel tuo staff perché momentaneamente il solo lavoro al New York Times non mi permette di pagare l'affitto e finché non trovo una coinquilina o un affitto più basso non posso decisamente perdere questo lavoro.» Era una precisazione d'obbligo, ormai. Una precisazione sconveniente, visto che l'ultima volta che si erano visti avevano giocato alla famigliola felice con Isabelle, sua figlia. Ma non importava. Le cose erano cambiate e lei era stanca di essere messa sempre al terzo posto. Non pretendeva di essere più importante di sua figlia ma per lo meno pretendeva di esserlo del suo lavoro. «Quindi sono solo un lavoro per te?» «Esattamente – annuì appena, gli poggiò le mani sul petto e lo allontanò da sé stendendo il braccio per mantenere quella distanza. - quindi mantieni almeno una distanza di dieci palmi tra me e te.» «Come vuoi tu, Solarin!» —— Magnolia bakery ; «Ciao!» «Ciao...» Era così impegnata a cercare di ricostruire la sua vita che non si era neanche resa conto che la vita corresse più veloce della sua fase di ricostruzione. Una ragazza le si era appena avvicinata, aveva i capelli castani, lunghi, sciolti sulle spalle. Una ragazza molto ben vestita, molto esuberante, carina, con un viso che sembrava voler indagare su tutta la sua vita con un solo sguardo. «Io sono Spencer, piacere di conoscerti.» Le porse la mano con un bel sorriso sulle labbra e in un attimo la ritrovò seduta di fronte a sé. Un'amica? Aveva voglia di avere un'amica? «Il piacere è mio. Io sono Grace.» Aggrottò leggermente la fronte con un'espressione corrucciata. Lei non era brava a farsi delle amiche. Strinse tra le mani il bicchierino di carta che conteneva del caffé amaro, aveva di fronte un foglio bianco, stava cercando di scrivere un articolo per l'indomani ma l'unica cosa che le veniva in mente era la possibilità di fare qualcosa della sua vita. «Sei nuova qui?» «Sono appena tornata dopo un piccolo “viaggio”.» Grace non era mai stata una ragazza di molte parola con le persone che non conosceva, non si fidava ed era più interessata a sentire le storie degli altri che a raccontare la propria. «Anche io sono stata in viaggio, a Tijuana, sai com'è, il mio uomo mi ha mollata dopo due anni senza una vera ragione. Ed io ho scopato con un tipo davvero carino, si chiama Jackie.» «Io ho scopato con il mio capo e non è stato affatto carino sopportare le occhiate in ufficio. E ho a che fare con la sua ex moglie che è uno schianto e con sua figlia e...perché ci stiamo dicendo queste cose?» In un attimo quelle due ragazze sembravano essere diventate amiche. Nonostante l'imbarazzo di rivelare quelle cose ad una completa sconosciuta che sembrava volersi assicurare che Grace non lavorasse per il KGB o non fosse qualche tipo di spia inviata dai nemici. Non sapeva ancora chi fossero i suoi nemici ma pian piano magari sarebbe riuscita a scoprirlo. Per quel giorno si diedero semplicemente ai caffè e alle chiacchiere.











