Al secondo anno di università, mentre ero a casa per le vacanze di Natale, a parte abbuffarmi come un facocero che non vede cibo da eoni, avevo comprato una confezione di graffette colorate.
Quelle che dentro sono di ferro e fuori hanno quella plastichina multicolor che dovrebbe rendere meno tediosi quei manuali infiniti sull’anima dell’azienda e delli meglio mortacci sua.
E in questa confezione ce n’erano mille mila e io, dal canto mio, non sono una sbadata che perde le robe, per cui, sono ancora tutte dentro un cilindretto da scrivania che porto sempre con me, singola ampia e luminosa dopo singola ampia e luminosa.
L’altro giorno dovevo portare a lezione un report di 12 pagine e, non sapendo come far spuntare dal nulla una spillatrice, ho optato per una graffetta.
Nel cilindretto c’erano le mie graffette di sempre, tutte lì, imbrogliate, colorate, plasticose, e una manciata di altre graffette che avevo inculato a qualche coinquilino ormai andato, mentre riordinavo gli scaffali della cucina. E queste erano quelle di ferro, con la punta a triangolo, da ufficio.
Ed ero lì con a mano sospesa ad esitare.
E uno direbbe che insomma, ma che cazzo ti ci pensi.
E avrebbe ragione.
Il fatto è che quando ho aperto la mano per prenderne una, alla fine ho scelto quella professional, quella grigia, quella da persone adulte, con delle responsabilità.
E ho continuato a pensarci per tutto il pomeriggio, mentre gli altri discutevano di politiche di controllo interno.
Come quei video di Arisa, in cui c’è quel pianoforte che suona mentre tutti fanno altro e lei se ne sta lì a pensare ai fatti suoi.
E, a parte la visione pseudocinematografica del momento, giusto per dare pathos a questi pensierini un po’ senza senso, dentro di me pensavo che davvero dici che vuol dire qualcosa? Se i problemi esistenziali riguardassero le graffette dei reports di cose che fondamentalmente ti interessano un po’ meno del giusto, saremmo tutti un po’ nella merda, non credi?
E sì, saremmo un po’ tutti nella merda.
A volte penso che questo mondo in cui mi sono andata ad infognare, questo mondo fatto di indici e misurazioni, di decisioni razionali e soluzioni ottimali, in cui solo alcune quantità sono quelle giuste, in cui il troppo è troppo e il poco è poco, senza discussioni di sorta, questo mondo di operazioni bilaterali, di conti che devono quadrare, di strategie dimostrate e di scelte dimostrabili, mi abbia cambiato davvero, abbia cambiato il mio modo di vedere le cose, il mio modo di prendere le decisioni, il mio modo di considerare le buone azioni, i guadagni, le perdite, gli scambi; a volte mi rendo conto di quanto di nuovo e insieme di sterile ci sia nei miei metodi decisionali, nel mio modo di esprimermi, nel mio modo di apprezzare i gesti che qualcuno mi rivolge.
E parto sempre dal principio fondamentale dell’economia, per cui mai nessuno farà niente per niente, per cui ognuno dovrà trarre guadagno da quello che gli proporrai, perché altrimenti potrai morire lì da solo, sotterrato dai tuoi numeri e dalle tue incertezze, perché eri stato avvisato, che andava così. Cazzi tuoi.
E mi basta scegliere una graffetta diversa da quella che avrei scelto due anni fa per chiedermi se davvero questo è quello che voglio, se davvero voglio finire dentro un ufficio a fare la stagista sottopagata, dopo anni di ripensamenti e dopo tutta la forza che mi ci sta volendo per venirne fuori in qualche modo.
Basta una graffetta a farmi crollare tutti i castelli che ho messo su in questi pochi anni in cui ho capito che fare quello che vorrai è un sogno da bambini, perché la realtà è diversa ed è che tu farai più o meno quello che il mondo ti offrirà.
E dipenderà poco dalla tua bravura e molto dalla tua fortuna, se la sera tornerai a casa e ti sentirai soddisfatta e fiera di ciò che starai per diventare, appena te ne renderai conto.
È sempre stata una questione di possibilità.
Ci sarà chi ce le avrà avute, e allora, quando e se sarà in grando di capirlo, si guarderà allo specchio e si dirà che tutto sommato a qualcosa è servito, e ci sarà chi non le avrà avute e, quando si guarderà allo specchio, si dirà che forse poteva andare molto ma molto peggio.
Io, per quanto riguarda me, se un po’ mi conosco, finirò per dirmi che sarebbe potuta andare meglio, in questo mondo.
Quello che mi auguro è di riuscire un giorno a fare un report anche sulla mia vita, da chiudere con una di quelle graffette grigie, perché tanto i colori staranno dentro.