TAKE ME (I’M YOURS). TAKE ME (I’M YOURS)
“Take me (I’m Yours)” fu presentata per la prima volta nel 1995 alla Serpentine Gallery di Hyde Park a Londra, luogo molto suggestivo che ben si presta (o si prestava), alle sperimentazioni, poiché l’ultima volta che ci sono stato mi è sembrato un padiglione per gli spassi ed i sollazzi dell’aristocrazia inglese, più che un centro di sperimentazione. L’idea venne ad Hans Ulrich Obrist (curatore) e Christian Boltanski, artista contemporaneo piuttosto noto. Alla base dell’idea c’è il gioco, che gioco rimane, quello di fare esattamente il contrario di quello che si fa in una esposizione d’arte: le opere si devono toccare, si possono alterare, si possono persino prendere e portare a casa ed altrettanto si possono depositare opere proprie. L’idea che guida questo curioso (ma non nuovissimo), happening all’Hangar Pirelli Bicocca di Milano, è quella della “dispersione”. Già nel 1995, Boltanski si cimentò con qualcosa di simile con la sua memorabile installazione intitolata “Quai de la Gare”: una montagna di indumenti che tutti potevano toccare, scegliere, prendere. La ricordo bene nel salone delle feste della Gare (Musée) d’Orsay. Cosa è cambiato dal 1995 ad oggi? Potremmo rispondere “tutto”, ma i curatori della mostra sottolineano come siano soprattutto due le condizioni ad essere mutate: la prima è l’assoluta policentricità dell’arte; gli happenings non sono più “eurocentrici”, le avanguardie non sono più ad appannaggio del mondo occidentale; non per nulla, nell’edizione dell’Hangar, lo spettro degli artisti è piuttosto variegato sia nei generi che nelle provenienze, si va da Alex Israel a Angelika Markul, da Rirkrit Tiravanija, da Mohamed Bourissa a Ian Cheng. Il secondo aspetto mutato è la concezione di “condivisione”, che da oscuro concetto paleo-comunista è diventato il verbo più usato nel nuovo mondo dei “social” e del Web. E anch’io come tanti altri visitatori-artisti ho voluto, disegnare, prelevare indumenti, strappare fogli, affiggere locandine, apporre timbri, anch’io insomma ho voluto giocare a questa simulazione d’arte diffusa. Ho portato con me tre oggetti rossi da deporre sulla scacchiera di Alison Knowles, ho lasciato una fotografia scattata a Beaubourg nel 1989 nello “Street Museum” di Yona Friedman, insomma anch’io ho giocato, come avevo giocato seminando grano sotto i grattacieli di Porta Garibaldi nella semina di Agnes Denes, qualche anno fa. A me piace giocare, oserei dire che non faccio altro. Per la verità però questo non era nemmeno un gioco, ma una simulazione di un gioco. Qui è come se vigesse un “facciamo finta che”, di modo che il pubblico si illuda davvero di far parte di un processo creativo, ma così non è, perché se gli stracci di Boltanski giocano il ruolo degli stracci, e tornano ontologicamente ad essere stracci, altri stracci dell’arte contemporanea, come quelli della “Venere degli stracci” di Michelangelo Pistoletto, non sono affatto stracci, ma sono ancora circondati dall’aura di cui parlava Walter Benjamin e soggetti a tutte le regole del mercato. Per concludere, è stato bello illudersi per un paio d’ore, di poter disporre delle opere a proprio piacimento, solo che come si diceva una volta “ci comunicano che non è vero”. Provate a disperdere le biglie di vetro di Mona Hatoum o tirare le piume a Titti di Jeff Koons e se riuscirete a restare fuori dalla galera, potremmo davvero dire che la nuova frontiera dell’arte siano la “dispersione” e la “condivisione”.










