Love turns around
Come Bob Corn al Teatro Coppola, che ci dedica inaspettatamente la nostra canzone del cuore, costruisce per noi due soltanto il nostro personalissimo concerto dopo il concerto.
Solo noi, lui e il suo chitarrino con il capotasto mobile malfunzionante.
Come Bob Corn che ci mostra il callo sul dito medio che pulsa perché “You are my island è così che si suona, adesso ti faccio sentire, bon” seduto insieme a noi sul palco svuotato.
Come Bob Corn che calato il sipario ritorna Tizio, che mette su un teatrino di storie provate a occhi bassi e piedi all'insù - quelle per pochi, quelle adrenaliniche, quelle lasciate sospese per l'abbondanza di contenuti e per noi - a fine serata, brindando timidamente, fuori dai teatri occupati, lontani da tutti, raccontate a voce intima alla fine degli interminabili discorsi iperattivi sul palco, farciti di dettagli on the road così minuziosi da farci sembrare di poter sentire sotto la lingua il sapore del bourbon condiviso con Comaneci, di incontri unici come questo che a quanto pare il Portogallo ha la forma di una chitarra.
Come Bob Corn che parla di scosse e terremoti interiori in Emilia e paure e abitanti dello spazio, come Camerini, e degli spazi e piastrelle. Che muove il piede freneticamente e dirige un concerto di tamburi ad ogni colpo, lo sbatte forte forte al suolo perché “le scosse e le vibrazioni vengono da te”, dice proiettato sul maxischermo e in segreto ci confida (a noi e noi soltanto) che ogni suolo calpestato pretende un tempo diverso e lui non ci ragiona più di tanto, ma lo asseconda.
Come Bob Corn atteso per anni, che “Ti ricordi? Ti avevo detto di volerlo vedere insieme a te. Lui, proprio lui” e ci parla di sincronicità, che canta per noi - per noi solamente, sì - la nostra canzone del cuore e si fa segno indelebile sottopelle.
E su last fm siamo le sue seguaci più accanite.









