E questo è il fiore del partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
e questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà.

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E questo è il fiore del partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
e questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà.
“La struttura alare del calabrone non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso"
_ Antoine Magnan 1934
Se si vuole conoscere qualcosa di infinitamente intimo di una persona bisogna vedere come si muove, di cosa si circonda, quale musica ascolta, cosa legge o scrive a se stesso, le sue foto, i suoi disegni, i suoi silenzi... la luce cieca che lo attraversa.
Passavo da una notizia a un'altra osservando la storia umana, riempie sempre di stupore, e ho trovato un disegno di Mandela. Sì. Proprio lui.
Scorrendo tra tanti suoi pensamenti, villaggi africani, soli abbaglianti e colombe in volo, ho compreso che tutte le persone che lottano per qualcosa di grande hanno lo sguardo di un bambino. Solo con occhi così meravigliati da tutto ciò che li circonda, dalle cose semplici e con una mente aperta a filtrare bellezza, si può inseguire strade così impossibili e a volte riuscire a confondere la realtà con uno splendido sogno.
Mi ha colpito il disegno di un Albero perché li preferisco anch'io, con radici forti, rami lunghi e imperfetti, riempiti di piccole foglie, nodi e incavi per gli animali... L'albero, lo puoi disegnare, fotografare, puoi sederti sotto di lui, arrampicarti, osservarlo mentre si lascia abbracciare dal vento, offrire riparo, fare ombra, divorare l'aria cattiva e rimandarla pulita... insomma l'albero è un'esempio di luce interiore, di libertà che rispetta gli altri.
Mandela lo sapeva, un cuore non può uscire dal suo spazio ma punta in alto e trova la luce, proprio come un Albero.
_ RossellaRò
Photo/Disegno di Nelson Mandela - Iconografia di un'Acacia africana
PROGRESSO ETICAMENTE SOSTENIBILE
CONTRAPPASSO
Ad un tratto la vita si blocca ….Tutto si ferma. Ci rinchiudiamo in casa per sfuggire al Virus. Sembra quasi la pena del contrappasso afflitta da Dante nell’Inferno ai suoi dannati. Abbiamo vissuto le nostre vite pensando a noi stessi. Giorno dopo giorno, ci siamo assuefatti a vedere immagini di guerre, di paesi distrutti, di bambini affamati, di periferie luride, di uomini costretti, magari dietro l’angolo di casa nostra, a vivere stipati in baracche, di nuovi schiavi costretti a lavorare 12 ore al giorno per uno stipendio da fame senza che tutto questo ci distogliesse dai nostri programmi, dalla nostra comoda vita. Non erano i nostri bambini, non erano le nostre case, non era un nostro problema. La risposta della vita non si fa attendere: abbiamo lavorato per la nostra casa, per la nostra famiglia e la vita ci rinchiude nelle nostre case con la nostra famiglia e ci priva degli altri. Le nostre comode case sono diventate ampolle a prova di virus, ampolle asettiche e sterili, in tutti i sensi.
NORMALITÀ
Vogliamo tornare alla “normalità” ma non possiamo considerare normale il mondo di prima. Non è normale un mondo che lascia nelle mani di un bambino un Kalashnikov, un mondo sordo alla voce della coscienza, ciecamente ubbidiente solo alle richieste del profitto. Vogliamo e dobbiamo tornare ad una normalità che si rifaccia ad una norma più umana e che la pandemia ci ha mostrato diversa, una NORMALITÀ ETICAMENTE SOSTENIBILE. È normale un mondo in cui non esistono i miei problemi e i problemi degli altri ma i problemi nostri; è normale credere di poter fermare la corsa del progresso; è normale non voler rinunciare ad una carezza, ad un abbraccio vero; è normale pensare che andare a villeggiare sulla luna sia meno importante che giocare con gli altri sulla nostra Terra.
PROGRESSO ETICAMENTE SOSTENIBILE
Se è normale tutto questo allora crediamo in un progresso diverso, un progresso più umano, fatto dagli uomini per gli uomini, un progresso che sia anche sviluppo morale, come voleva Pasolini. Crediamo in un liberismo che non sia esasperatamente individualista. Se come dice Adam Smith, nella società liberista, “quando l’uomo agisce per il proprio interesse, è spinto da una mano invisibile a promuovere un fine che non era stato previsto dalle sue intenzioni: il bene dell’umanità intera”, io non posso trasformare gli altri in “carne da macello” per il mio profitto. Roosevelt, il Presidente degli Stati Uniti, in un discorso del 1932, in piena crisi economica, parlando dell’individualismo americano, affermava: “Io credo che i singoli dovrebbero avere intera libertà d’azione (. . . ) ma non credo che nel nome di quella parola sacra “individualismo”, un limitato numero di potenti interessi debbano avere il permesso di fare carne per il cannone industriale con la metà della popolazione degli Stati Uniti(….) Dobbiamo ritornare ai principi primi; dobbiamo far sì che l’individualismo americano sia ciò che si supponeva fosse: l’opportunità di lavoro e di successo offerta a tutti, il diritto di sfruttamento negato a chiunque”.
RESPONSABILITÀ
Riappropriamoci della nostra responsabilità. Essere responsabili significa rispondere di ciò che possiamo cambiare. Riappropriamoci di ciò che possiamo cambiare. Abbiamo sempre pensato di dover fare qualcosa di grande per poter cambiare le cose. Cambiamo prospettiva, pensiamo a qualcosa di piccolo ma che impegni le nostre vite nella quotidianità di ogni giorno, quando facciamo la spesa, quando cambiamo il nostro smartphone, quando ci affidiamo ad una banca. Anche una scatola di pomodori può fare la differenza. Acquistiamo solo prodotti capaci di garantire che dietro la loro produzione non ci sia lo sfruttamento di un uomo, non ci sia un caporale, non ci sia il disinteresse per l’ambiente. Pretendiamo che per il profitto economico delle industrie diventi rilevante la sostenibilità etica.
Non si sfruttano gli uomini o i bambini perché i nostri centri commerciali si rimpinguino di merce, non si uccide l’ambiente. Parliamo tanto di diritti dell’infanzia e mai come in questo periodo firmiamo Carte che elencano i diritti dei bambini, ma passiamo freneticamente da un cellulare ad un altro di ultima generazione senza pensare che in Congo centinaia di bambini abbandonano la scuola, lavorano come schiavi, sotto il controllo dell’esercito senza nessuna protezione per le mani e le vie respiratorie, per l’estrazione del coltan che serve per produrre i nostri cellulari. Si stima che per ogni chilo di coltan estratto muoiano due bambini. Perché ci rendiamo complici di questo? Spezziamo questa asocial catena! Diamo un messaggio chiaro all’economia ma anche alla finanza che consideriamo padrona assoluta e incontrollabile. È ora di finirla con le speculazioni finanziarie dove i soldi si inseguono per produrre altri soldi, senza saper né come né a che prezzo. Quali produzioni vengono sostenute dalle nostre banche? Quali traffici vengono alimentati? Pretendiamo aziende e banche al servizio dell’umanità, non sacrifichiamo l’umanità alle leggi dell’economia e della finanza.
LA NOSTRA STELLA POLARE
Lasciamoci ispirare da grandi ideali, volgiamo lo sguardo lontano, verso nobili orizzonti, non guardiamo sempre solo a terra, vicino al nostro orticello. Crediamo nella nostra democrazia, crediamo in un uomo che senta il bisogno prepotente di partecipare alla vita politica per il bene della casa comune. Perché dobbiamo rassegnarci ad un uomo massificato, inetto, incapace di giudicare e di capire? Crediamo in un uomo diverso. Non lasciamo che altri prendano decisioni che possiamo prendere solo insieme. È vero la politica, a volte, insegue i dati della scienza e la scienza non è democratica ma lo scienziato, nella società del futuro, deve essere un uomo democratico, un uomo che crede che la razionalità della scienza sia tale da poter dar conto di sé e persuadere anche i più “cretini”. Se come dice il fisico Carlo Rovelli “la realtà non è come ci appare”, lo scienziato per essere scopritore di nuove realtà non deve temere il confronto ma anzi deve accoglierlo come occasione di un dubbio fecondo.
Gli scienziati dovrebbero essere un esempio da seguire, per quello che dicono ma soprattutto per come lo dicono, perché capaci, più degli altri, di realizzare quell’ideale della ricerca associata tanto cara a Socrate, quell’unione amorosa tra anime che insegnano e apprendono, attratti unicamente dalla forza della verità. Crediamo, nel nostro futuro, che si possa essere liberi solo tra uomini liberi e che la libertà autentica sia solo plurale. Rafforziamo quella che Martha Nusbaum definisce “immaginazione narrativa”, la capacità di immaginarci nei panni di un'altra persona, di capire la sua storia personale, di intuire le sue emozioni, i suoi desideri e le sue speranze, per riconoscerci.
Crediamo nelle nostre radici perché come dice una canzone dei Sud Sound System, molto conosciuta tra i giovani del Sud: Se nu te scierri mai de le radici ca tieni Rispetti puru quiddre de li paisi luntani Crediamo nella giustizia sempre, comunque e ad ogni costo perché non possiamo più rimanere indifferenti a milioni di esseri umani esclusi dai nostri paradisi democratici, a popolazioni civili bombardate dalle nostre guerre combattute in difesa dei loro diritti. Battiamoci perché si affermi un diritto internazionale che ci permetta di superare il caos della legge del più forte, se non per il pungolo della nostra coscienza per l’evidenza della nostra ragione che oggi più che mai ha compreso come la legge del più forte non giova alla lunga neanche al più forte perché crea incertezza e precarietà e perché, come dice Hobbes, “il più debole ha forza sufficiente per uccidere il più forte”. Del resto, sappiamo bene che, a volte, basta un minuscolo virus.
Abbiamo scoperto, più che mai, in questi giorni, che per nostri figli la cosa più bella è stare insieme agli altri, nella stessa casa, sullo stesso campo di calcio, a lavoro, in strada, a piedi nudi sulla nuda terra, sulla sabbia del mare, sotto il sole. Allora facciamo in modo che, giorno dopo giorno, sentano il puzzo del compromesso e sappiano sempre da che parte stare, inseguendo quel “fresco profumo di libertà” che ci indicava il giudice Borsellino, sicuri che non possa esserci libertà per alcuno senza giustizia per tutti.
_ Ornella Bleve - Fonte LaPresse
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