L’ignorantismo dei giornalististi
Una volta il termine “islamista” si usava - correttamente - solo per indicare lo studioso dell’Islam, l’esperto di lingua araba e di letteratura/religione dei Paesi islamici. La sua materia è l’Islamistica. Adesso è invalso l’uso di definire popoli e singoli individui come “islamisti”, mentre si dovrebbe dire islamici (preferibilmente aggettivo) o musulmani (preferibilmente sostantivo). Ovviamente non ho nulla da obiettare sul continuo mutamento dell’italiano: è un processo naturale e inarrestabile. Però mi dà fastidio che questo particolare cambiamento sia stato introdotto da un giornalismo grossolano, ignorante e sensazionalista; un giornalismo che ha bisogno di deformare il lessico per esasperare il suono delle parole e far presa sull’emotività del lettore.
Definire un terrorista “islamico” sembra poco, non suona abbastanza allarmante. Sembra di fornirgli un background religioso e ideologico che quasi spiega il perché dei suoi crimini. Se invece lo si chiama “islamista”, lo si dipinge più cattivo, esacerbato, fanatico. Il suffisso in -ismo si usa talvolta per aggiungere ad una parola un senso estremizzato, quasi sempre peggiorativo o dispregiativo, (“Il suffisso nasce con la civiltà greca ma è nell’ottocento che acquista il significato di astratto, di fazione o di sistema dottrinario: Naturalismo, Realismo, Idealismo. Nei novecento “ismo” indica la degenerazione di un qualcosa d’iniziale, una sua demonizzazione: Consumismo, Materialismo, Keynesismo.Il nostro secolo sembra essere iniziato con la stigmatizzazione di “ismi”: totalitarismi, dogmatismi, revisionismi. Gli “ismi” come ha detto il filosofo Horkheimer, appartenente al Pragmatismo, devono essere superati per giungere a una dimensione autentica della realtà che porta alla vera e unica comprensione.” Milena Privitera, blogtaormina.it). Essere democratici va bene, ma i democraticismi sono le esasperazioni della democrazia stigmatizzate da chi preferirebbe gli autoritarismi; l’esagerazione ipocrita trasforma “essere perbene” in “perbenismo”; “arrivare” degenera in “arrivismo”; e così via.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, i peggiori giornalisti italiani hanno sentito il bisogno di amplificare la loro indignazione assegnando agli attentatori la qualifica di “islamisti”, secondo loro più ridondante rispetto al semplice “islamici”. Lo sciocchezzaio giornalistico si è così arricchito di formule tipo “gli islamisti dell’Isis”, “l’attentato islamista”, “l’esercito islamista” ecc. Islamisti sono i musulmani cattivi, mentre i musulmani buoni sono “arabi”, meno spesso “islamici”, oppure connotati dalla loro nazionalità (palestinesi, sauditi, egiziani, ...). Non ho mai sentito definire “islamista” il governo saudita, per esempio.
L’uso di islamista al posto di islamico è ormai generale ed è triste vedere che anche gli intellettuali e i giornalisti di alto livello non sono più in grado di distinguere i due significati. I luoghi comuni e gli epiteti formulari sono contagiosi, l’appiattimento verso il basso è inevitabile. Ad esempio tutti si sentono obbligati ad usare la formula “il sedicente Stato Islamico” e non si rendono conto di essere ridicoli, dato che qualunque Stato è "sedicente”!! A meno che non si pretenda che esistano Stati per diritto divino... e allora quello islamico sarebbe tutt’altro che sedicente.
Ragionando sugli -ismi , mi è parso evidente che il termine “giornalismo” stia ormai ad indicare una degenerazione espressiva di coloro che scrivono sui giornali. Non più giornalisti, ma giornalististi.












