Ossessione (Luchino Visconti, 1943)

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Ossessione (Luchino Visconti, 1943)
James M. Cain (1892-1977)
Raccoon in a tree
Photographer: James Cain
I lit a fire and sat there, trying to figure out where I was at. I knew where I was at, of course. I was standing right on the deep end, looking over the edge, and I kept telling myself to get out of there, and get quick, and never come back. But that was what I kept telling myself. What I was doing was peeping over that edge, and all the time I was trying to pull away from it, there was something in me that kept edging a little closer, trying to get a better look.
James M. Cain, Double Indemnity
Meglio l’originale o la copia?
È una tendenza propria della cinematografia, molto più che di altri generi artistici, quella di produrre dei cloni, dei remake di film già girati, forse perché la tecnologia fa passi da gigante e tale progresso risulta quanto mai evidente sul grande schermo. Un film rifatto a distanza di tanti anni non sembra più la stessa cosa: si passa dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, dalle vecchie cineprese alle steady cam alle videocamere digitali, cambiano (ma non sempre) attori e registi.
Alcuni esempi sono clamorosi, come la favola di Pinocchio che ha dato numerosi spunti al cinema: a parte i cartoni animati (Walt Disney e Enzo D’Alò), gli adattamenti cinematografici si moltiplicano (se ne sta girando ancora uno in questi giorni per la regia di Benicio del Toro), dall’insuperabile sceneggiato di Luigi Comencini, con Nino Manfredi, Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, alla serie televisiva del 2009 con Bob Hoskins, Luciana Littizzetto e Margherita Buy, al film di Roberto Benigni del 2002, fino all’ultimo riuscitissimo esperimento di Matteo Garrone del 2019, dove possiamo rivedere Benigni, non più nel ruolo del dispettoso burattino ma in quello di mastro Geppetto, e ammirare Gigi Proietti, Mangiafuoco, nonché due esilaranti Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini nei panni del Gatto e della Volpe.
E ancora, King Kong, dall’epico originale del 1933, già allora all’avanguardia per effetti speciali, alla versione a colori del 1976 con Jessica Lange e Jeff Bridges, all’ultima apparizione del 2005 con effetti visivi tra i più spettacolari della storia del cinema.
La nostra breve carrellata consiglia alcuni fra i titoli più noti di cui, forse, è sfuggito l’originale.
Il passaggio dal bianco e nero al colore rende più evidente ‘l’aggiornamento’, come per il film, vincitore del premio Oscar nel 1942, L’inafferrabile Signor Jordan, tratto dalla commedia Heaven Can Wait di Harry Segall. Il rifacimento del 1978, Il paradiso può attendere, con Warren Beatty, Julie Christie e James Mason, è davvero divertente. Rispetto all’originale il protagonista non è un pugile ma un giocatore di football americano: “Beatty, vestendo i panni che furono a suo tempo di Robert Montgomery, trova una taglia azzeccatissima in una pièce che ne moltiplica la presenza, che ne amplifica e allarga l’epicentro, quasi giocando con la sua fisicità … che lo fa saltare da un corpo all’altro rimanendo sempre uguale a se stesso”.
Il grande Hitchcock tornerà spesso in questa rassegna: a proposito di La signora scompare (1938), interpretato da Michael Redgrave (papà di Vanessa), il regista stesso racconta: «In The Lady Vanishes dovevo girare una scena molto tradizionale imperniata su una bevanda drogata. Cosa si fa di solito in un caso di questo genere? Ci si sbriga con un dialogo del tipo: “Tenga. Lo beva” “No, grazie” “Ma sì, le assicuro che le farà bene” “Non ora, più tardi” “La prego” “È troppo gentile...” e il personaggio prende il bicchiere, lo porta alla bocca, lo allontana, lo posa, lo riprende e ricomincia a parlare prima di decidersi a berlo ecc. Allora mi sono detto: “No, non voglio fare così, proveremo a cambiare un po’.” Ho fotografato una parte della scena attraverso i bicchieri affinché il pubblico li veda costantemente, ma i personaggi non li hanno toccati prima della fine della scena. Allora avevo fatto fabbricare dei bicchieri molto grandi e ora uso spesso degli accessori ingranditi... È un bel trucco, eh?» Vivace e avvincente anche la versione del 1979 con l’inossidabile Angela Lansbury, Elliott Gould e Cybill Sheperd.
Nel caso di L’uomo che sapeva troppo Hitchcock replica se stesso: il remake del 1954 con James Stewart e Doris Day è praticamente inarrivabile, ma anche il suo modello di vent’anni prima (fa parte della fase britannica dell’attività del regista) è estremamente interessante, con Peter Lorre, il cattivo dei cattivi, divenuto celebre nel 1931 come protagonista di M - Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang e che ritroveremo in un altro film di Hitchcock, L’agente segreto, e poi spesso al fianco di Humphrey Bogart (per esempio in Casablanca e Il mistero del falco): un’autentica garanzia per gli amanti del thriller. Per ammissione dello stesso regista: “La prima versione è stata fatta da un dilettante di talento, mentre la seconda da un professionista.”
L’accenno a Bogie ci porta a un altro capolavoro, Il grande sonno, al quale collaborarono i più bei nomi del cinema e della letteratura: Raymond Chandler, scrittore, William Faulkner, sceneggiatore, Howard Hawks, regista e, accanto a Bogart, naturalmente, la fascinosa Lauren Bacall. “Giochi di sguardi, erotismo ai limiti della censura per l’Hollywood del tempo e scambi caustici di battute, sono il biglietto da visita di un’opera capace di uscire con destrezza dal prevedibile … Centodieci minuti di puro cinema, un viaggio in bianco e nero tra ombre e illusioni dentro un passato mai tanto presente.” Forse era troppo sperare che si potesse eguagliare un simile capolavoro, eppure il tentativo è stato fatto più di trent’anni dopo in Marlowe indaga, interpretato da un altro ‘duro’ di Hollywood, Robert Mitchum.
Per restare nell’ambito del noir, uno dei primi e più celebrati film di questo genere è La fiamma del peccato del geniale Billy Wilder, tratto da La morte paga doppio di James Cain e ispirato a un fatto di cronaca, con Barbara Stanwyck, la regina delle dark ladies, Edward G. Robinson e Fred MacMurray. Se pensiamo che un genere artistico attraversi una sorta di parabola, dai primi dilettanteschi esperimenti al progressivo perfezionamento, possiamo ricrederci guardando questo film, archetipo del genere noir eppure già perfetto in ogni sua parte. L’inizio è folgorante, perché tutta la vicenda non è che un flash back svelato dal protagonista su un mangianastri. A proposito di questa pellicola, vi raccomandiamo il prezioso documentario, Billy, ma come hai fatto?, in cui Wilder (il regista di L’asso nella manica, Sabrina, Viale del tramonto, A qualcuno piace caldo, Quando la moglie è in vacanza e di molti altri capolavori) racconta la genesi dell’opera e i trucchi cinematografici cui ha fatto ricorso. Questo il giudizio di Hitchcock sul film: “Dopo La fiamma del peccato, le due parole più importanti nel mondo del cinema sono ‘Billy’ e ‘Wilder’”. Il remake è Brivido caldo del 1981 con Kathleen Turner e William Hurt: questa versione ha aggiunto alcuni colpi di scena e accentuato l’atmosfera di torbida sensualità.
Concludiamo con un triplice rifacimento dal giallo Il postino suona sempre due volte sempre di James Cain. La trama, anche se l’autore non compare nei titoli, è stata usata da Luchino Visconti per Ossessione, considerato l’archetipo del neorealismo, che fece esclamare a Vittorio Mussolini: “Questa non è l’Italia”. In effetti è un’Italia povera, in canottiera sdrucita (quella indossata da Massimo Girotti, un Marlon Brando nostrano su una polverosa strada della Bassa Padana), non certo in linea con gli ideali di grandezza della mitologia fascista. Un vero noir all’italiana, un esordio con i fiocchi per il regista, che ricevette anche i preziosi consigli di Giorgio Bassani. La variante americana è completamente rovesciata: al posto delle vesti lacere di Girotti e dei capelli spettinati dell’intensa Clara Calamai, il guardaroba impeccabile e le elaborate acconciature di Lana Turner, autentica dark lady in bianco. Esce dopo 45 anni la rivisitazione di Bob Rafelson con la bellissima Jessica Lange e uno strepitoso Jack Nicholson: l’inappuntabile mise della Turner lascia il posto alle seducenti vesti da camera della Lange. Tre versioni diverse dello stesso titolo, ognuna a suo modo specchio dei tempi: una interpretazione in chiave chiaramente politica quella del 1943, un adattamento quasi da ‘telefoni bianchi’ nel 1946 e l’ultima trasposizione, del 1981, sicuramente la più spregiudicata e intrigante. A voi la scelta!
"I ripped all her clothes off. She twisted and turned, slow, so they would slip out from under her. Then she closed her eyes and lay back on the pillow. Her hair was falling over her shoulders in snaky curls. Her eye was all black, and her breasts weren't drawn up and pointing at me, but soft, and spread out in two big pink splotches. She looked like the great-grandmother of every whore in the world. The devil got his money's worth that night."
James M. Cain, The Postman Always Rings Twice
We were up on a mountain. We were up so high...We had more than any two people in the world. And then we fell down. First you, and then me... We’re down here together. But we’re not up high any more. Our beautiful mountain is gone.
The Postman Always Rings Twice by James Cain
LE FACTEUR A SONNÉ... QUATRE FOIS !
C’est d’abord un roman. Sec comme un coup de trique, tranchant, tendu, fiévreux et très noir. Une équation basique : deux hommes et une femme sous le signe de la fatalité. Trio infernal. Dans The Postman Always Rings Twice, paru en 1934, James Cain imposait une écriture dépouillée et brutale qui fera beaucoup d’adeptes et laissera des traces durables. Albert Camus reconnaissait s’être inspiré du…