Ho imparato a conoscere gli ebrei newyorkesi attraverso due soli canali: i fumetti di Will Einser, dove gli ebrei erano solitamente poveri diavoli (anche se chiamarli così è un bel paradosso, poiché gli ebrei non credono in Satana), che abitavano nei "Tennements" ed erano sempre alle prese con drammi famigliari o sciagure economiche, e attraverso l'ebraismo ironico e velato della New York di Woody Allen. Ma mancava un approccio come quello che offre il bellissimo e profondo film di Joseph Cedar. Norman Oppenheimer è un non meglio identificato uomo d'affari newyorkese, in realtà si tratta di un millantatore. Vive praticamente per la strada infagottato in un cappottone di cammello e perennemente al telefono per cercare contatti con persone importanti. Si potrebbe dire che il fim ruota intorno ad un paio di scarpe che Norman Oppenheimer regala ad un uomo politico israeliano per compiacerlo e per ricercarne favori e protezione. Il caso però vuole, che il politico israeliano diventi di lì a poco primo ministro del suo paese e Norman, naturalmente, passa all'incasso cercando di mettere in contatto uomini d'affari ebrei con il primo ministro in un intricatissimo intreccio di favori, promesse, raccomandazioni. Ma la domanda centrale del coraggioso film di Cedar non può essere che quella sulla motivazione per la quale Norman Oppenheimer agisce in questo modo. Norman è un ebreo che frequenta la sinagoga e in lui non si può non vedere la figura dell'ebreo in cerca del riscatto, non per nulla Mereghetti sul "Corriere della Sera" parla esplicitamente di un piccolo Shylock moderno. Norman attraverso un complesso gioco di specchietti per le allodole riesce a salvare la Sinagoga dall'incombente sfratto grazie ad una donazione ottenuta attraverso un piccolo ed involontario ricatto, finale senza lieto fine visto che Norman, dopo il grande gesto, preferisce togliersi la vita. Ambientazione pressoché perfetta nella New York della grande finanza ebraica che a tratti sembra persino ricordare quella della saga teatrale "Lehman Trilogy" di Stefano Massini vista qualche anno fa al Piccolo. Coraggioso film del regista israeliano-newyorkese che non ha timore nel modellare una figura di ebreo simpatica canaglia. Grande ruolo per Richard Gere che con la maturità non ha perso fascino e in compenso ha guadagnato molto in fatto di spessore interpretativo.