Tina Aumont and Luciano Lucignani in "L'Alibi", released in 1969.
Photos from Archivio L'Unità.

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Tina Aumont and Luciano Lucignani in "L'Alibi", released in 1969.
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le commissaire calas ⚖
j'ai trouvé ce film en méga bonne qualité ya un bail et je l'avais oublié puis ça m'a fait tikt
lana is so real for this song
von stroheim avec jouvet c'est slayyy, florence marly is iconic vraiment 💅
comment c'est possible de slay AUTANT ???
Alibi (L’alibi) (The Alibi) (1937) Pierre Chenal
June 7th 2023
@faisonsunreve
L’alibi
Siete usciti che era già tardi.
Avevi deciso che dovevate andare a pescare al lago, nonostante nostro figlio fosse poco entusiasta, nonostante avesse smesso di piovere da poco. Ti ha seguito per non deluderti, per non perdere l’occasione di stare con te ma era riluttante, forse avrebbe preferito restare a casa, a guardare il suo telefilm preferito. Gli hai detto che non c’è migliore spettacolo della natura, che la televisione poteva vederla quando era in città.
Siete usciti.
Ho visto l’auto imboccare il viale d’ingresso e poi svoltare, lentamente.
Non so spiegarmi il perché ma ho provato … sollievo...
Ho preparato un tè al gelsomino, forte e amaro, mi sono distesa sul divano e mi sono assopita. Ho sognato il mondo visto dall’alto, ed ero io che volavo, un volo senza ali. Il mio corpo planava, scivolava sull’aria, senza attrito, riprendeva quota e sorvolava terre sconosciute, senza peso, senza paura.
Il tempo sembrava dilatarsi in un attimo infinito.
Mi ha svegliata un brivido di freddo, l’umidità del crepuscolo si era insinuata sotto i vestiti leggeri.
Mi sono accorta che fuori era quasi buio e che avevo dormito per circa due ore.
Ho chiuso la finestra, acceso le luci e preso un golf per riscaldarmi.
Il cellulare ha suonato, ma io non ricordavo dove lo avessi lasciato. Quattro, cinque squilli e poi più nulla.
Ha ripreso subito dopo, seguendo quel suono, sono riuscita a trovarlo, in cucina.
Eri tu.
La tua voce era carica di paura, eri disorientato, le parole mi giungevano a tratti, parlavi di un bosco da attraversare, del buio che stava sopraggiungendo. Ho cercato di calmarti:
“Rifai la strada a ritroso, usa il cellulare per fare luce e non impaurire tuo figlio.”
Ero lì con te e insieme a te sarei stata tutto il tempo che ci sarebbe voluto per raggiungere l’auto. Così è stato. Avete raggiunto la macchina, caricato l’attrezzatura e siete partiti per tornare a casa.
Non è successo niente.
Non a te.
Attraverso quella telefonata ti ho visto per la prima volta per quello che sei: un uomo fragile, vulnerabile. Come se un sottile velo di seta, cadendo, mostrasse non una statua bellissima, ma un manichino senza valore. In pochi minuti ho capito di aver amato qualcuno che esisteva solo nella mia mente, quello che non sei mai stato. Ostinatamente ti avevo costretto ad indossare un abito confezionato con le mie illusioni, che non ti è mai andato bene, e solo in quel momento me ne sono resa conto.
In un attimo ho capito tutto quello che non ero riuscita a capire, a vedere, in tanti anni accanto a te.
Quando siete arrivati avevo già fatto le valigie.
Come spiegarti quello che non avresti mai capito, come dirti che era impossibile continuare a vivere con te, adesso che ti avevo visto per quello che sei? Ho lasciato che credessi alla cosa più banale: un altro. Ti ho lasciato tutto, non ho voluto denaro, casa, onore né nostro figlio.
Anche lui, negli anni, ha capito. Forse, davanti a quel lago, ti ha visto per quello che eri e col tempo il rancore si è sbriciolato, è diventato polvere ed è volato via. Adesso è un uomo forte, più di te che, comunque, sei sopravvissuto. L’odio nei miei confronti ti ha reso immune a qualsiasi cosa, indistruttibile. Senza di me, forse, sei diventato l’uomo che avrei voluto.
Sono partita, ho viaggiato, ho vissuto ovunque. Comunque.
Per vent’anni ho cercato di scappare dalla realtà, ho cercato pace tra braccia sconosciute, mi sono immersa nel lavoro costruendo una carriera invidiabile, che non volevo, ho guadagnato molto più denaro di quello che mi servisse, ho visto il mondo per non vedere me stessa, per non ammettere la verità.
Per non vedere quello che sono, una donna debole, vile.
Più di te.
In tutti questi anni ho fatto della tua debolezza un alibi per la mia fuga, un alibi che alla fine non ha retto. Non ho avuto il coraggio di godermi la libertà che sognavo. L’ho trasformata in una fuga da me stessa.
Oggi compio cinquant’anni. Qualcuno ha preparato per me una festa a sorpresa a cui non andrò. Ma non ho intenzione di scappare ancora.
Seduta tra i banchi di questa chiesa vuota, adesso lo so.
Non sono riuscita a perdonarmi, se puoi fallo tu.
Non so dove sei adesso.
Per me sei ancora al lago, ti vedo seduto sull’erba davanti quella distesa d’acqua immobile.
Sereno.
Laura T.
Jany Holt & Louis Jouvet L'Alibi, Pierre Chenal (1937).
L'Alibi (Gassman, Celi & Lucignani, 1969)
Tina Aumont (and Vittorio Gassman) in L'Alibi (Gassman, Lucignani, Celi 1969).
Scans from Italian magazine Grand Hotel, 17th August 1968.