Sotto il mio ufficio c'è un piccolo giardino pubblico che oggi è inondato dal sole. La città è ancora mezza vuota nell'ultimo scampolo vacanziero del post pasqua&pasquetta e la piazzetta è deserta, se non per qualche passante con cane al seguito che scorre via veloce. D'un tratto, da un vicolo stretto e in penombra, arriva lui con un'andatura appena ritmata dalle cuffie e si siede ai piedi di una delle palme spelacchiate. Studente sui vent'anni, magro, un cesto inaudito di capelli ricci nero pece, una maglietta rosso polvere sdrucita, una tracolla verde vecchia un po' floscia da cui tira fuori una dispensa rilegata da una spirale in plastica. Apre le pagine, comincia a leggere, non è convinto, gira i fogli avanti e indietro, cerca il punto giusto da cui ricominciare. Poi alza il viso verso la strada, lo riabbassa sulle pagine, fissa l'erba, ne strappa un ciuffo, si fa scorrere i fili fra le dita, fissa di nuovo i fogli e poi il vuoto davanti a sé. Resta un po' così e mi chiedo a cosa pensi, ha l'aria persa di chi è qui ma con la testa molto altrove, mentre si attorciglia i capelli ribelli intorno a un dito. Mi chiedo come si senta e come se la cavi in una città che non è la sua, fuori sede magari da appena un semestre, fuori posto magari da una vita intera. Mi chiedo se siano pensieri risolvibili o matasse che non hanno modo di farsi sbrogliare, nodi troppo stretti da sciogliere.
Poi d'un tratto si sdraia, butta il plico da una parte, chiude gli occhi. Stende le braccia lungo i fianchi, si fa scaldare dal sole, sembra finalmente pacifico. Non sente il mio sguardo, è rilassato e io mi sento un po' una ladra. Ma i suoi vent'anni e i suoi jeans post grunge sono così belli che non riesco a smettere di guardarlo e pensare che vorrei saperlo fare anche io, di nuovo, tutto quel lasciarsi andare e fregarsene dei documenti e degli impegni e delle scadenze e degli esami.